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Alimentazione per fegato grasso

 

Che cos’è il fegato grasso?

Il fegato grasso, una patologia denominata scientificamente steatosi epatica, è caratterizzato dall’infiltrazione di grasso nel fegato (soprattutto trigliceridi) che si accumula a livello delle cellule epatiche in quantità tali da superare il 5% del peso del fegato stesso.

Tipi di steatosi epatica e fattori di rischio

Esistono due tipi principali di steatosi epatica:

Steatosi epatica alcolica che, come suggerisce il nome, si manifesta nella maggior parte dei casi nei forti bevitori. Negli alcolisti cronici, infatti, il metabolismo dell’etanolo (elemento base delle bevande alcoliche) determina un accumulo di grasso all’interno del fegato. Pertanto, in questo caso, i principali fattori di rischio sono il consumo di alcool in grandi quantità per un lungo periodo di tempo (generalmente per più di 8 anni), il sesso (più frequente nei maschi), disturbi genetici e metabolici. La steatosi alcolica è reversibile con la sospensione del consumo di alcool e si ritiene che non sia una condizione inevitabilmente precedente lo sviluppo di epatite alcolica o di cirrosi.

Steatosi epatica non alcolica (NAFLD, una condizione che comprende un ampio spettro di patologie del fegato (es. steatosi, steatoepatite non alcolica, cirrosi epatica, etc.), caratterizzata da un quadro clinico simile a quello della steatosi alcolica, ma si sviluppa in persone il cui consumo di alcool è assente o trascurabile. Rappresenta la forma più frequente di epatopatia: si stima che circa il 20% della popolazione adulta sia affetta da steatosi epatica non alcolica e che la sua prevalenza negli obesi aumenti dal 60% al 95% le probabilità di passare da steatosi a steatoepatite (patologia a rischio di evoluzione in cirrosi epatica), un rischio che cresce all’aumentare del grado di obesità. Questo disturbo rappresenta anche la più frequente patologia del fegato in età pediatrica (colpisce fino al 17% dei bambini sani e il 50% di quelli obesi). In questo caso, i fattori di rischio sono diete troppo ricche di grassi e zuccheri semplici, generalmente associate a sovrappeso od obesit, elevati livelli di trigliceridi e colesterolo nel sangue (dislipidemia), diabete di tipo II, sindrome metabolica, l’ abuso di alcuni farmaci e squilibri ormonali.

Esistono poi forme secondarie di steatosi epatica non alcolica, che si sviluppano in persone con sindrome metabolica, sottoposte a interventi chirurgici (by pass digiuno-ileale, resezione gastrica), diete molto restrittive, nutrizione parenterale protratta, etc.

Sintomi e diagnosi del fegato grasso

La steatosi epatica è generalmente asintomatica (non produce sintomi) e viene di solito sospettata per il riscontro di elevati valori di transaminasi nel sangue. In questi casi, il medico potrà richiedere l’ecografia all’addome, un esame che permette di verificare se il fegato è aumentato di volume e presenta una superficie liscia, segni tipici della malattia. Il “sintomo” più comune della steatosi epatica è il cosiddetto “ fegato brillante ”, chiamato cosi per l’anomala luminosità in corrispondenza dell’organo nelle immagini rilevate dall’ecografo. La Tac (tomografia assiale) e la Risonanza Magnetica (RM) possono essere esami diagnostici di secondo livello, ossia esami più specialistici che possono essere richiesti in un secondo momento se ci sono ancora dubbi o se si vuole approfondire ulteriormente lo stadio della malattia.

L’unico esame che permette di distinguere la steatoepatite non alcolica, una malattia che può trasformarsi in cirrosi epatica, dalla steatosi epatica è la biopsia del fegato, che evidenzia i processi infiammatori in atto. Qualora presenti, i sintomi sono aspecifici e variabili. I più comuni sono astenia, debolezza muscolare e malessere, che possono associarsi a dolore all’addome nella parte superiore destra o alla distensione addominale, un segno clinico che comporta un aumento visibile della circonferenza addominale.

Alimentazione per fegato grasso: linee guida generali

Essendo la steatosi e la steatoepatite associate ad alterazioni del metabolismo del glucosio e dei lipidi, all’obesità e a una ridotta sensibilità delle cellule dell’organismo all’azione dell’insulina, gli obiettivi nutrizionali sono mirati a ridurre l’insulino-resistenza e i valori di trigliceridi, a migliorare i parametri metabolici e a proteggere il fegato dallo stress ossidativo. In caso di sovrappeso od obesità, una perdita ponderale del 10% rispetto al peso di partenza si può associare a una normalizzazione degli enzimi epatici e a una riduzione del volume del fegato ingrossato, ma anche un più modesto calo ponderale (6% circa) può migliorare la resistenza insulinica e il contenuto di grasso epatico.

È pertanto consigliabile:

– Scegliere cibi che contengono tante fibre e pochi zuccheri semplici.

– Scegliere cibi con un basso contenuto di grassi saturi, privilegiando quelli con un maggiore tenore in grassi monoinsaturi e polinsaturi.

– Cucinare senza grassi aggiunti. Preferire metodi di cottura semplici, come la cottura a vapore, in microonde, sulla griglia o piastra e in pentola a pressione, piuttosto che la frittura, la cottura in padella o bolliti di carne.

– Evitare periodi di digiuno prolungato e consumare pasti regolari. Preferire tre pasti e due spuntini al giorno per controllare meglio il senso di fame/sazietà e ridurre i picchi glicemici.

– Su indicazione del proprio medico, o con il suo assenso, è possibile assumere integratori a base di antiossidanti , omega-3 e vitamine, in particolare vitamina E, vitamina C e vitamina D, sempre in modo controllato per evitare il rischio di ipervitaminosi.

Alimentazione per fegato grasso: quali cibi devo evitare?

– Superalcolici: liquori, grappe, cocktail alcolici, etc.

– Alcolici, compresi vino e birra.

– Bevande zuccherate come cola, aranciata, acqua tonica, tè freddi, ma anche i succhi di frutta, in quanto contengono naturalmente zuccheri semplici (fruttosio) anche se sulla confezione riportano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”.

– Zucchero bianco e zucchero di canna per dolcificare le bevande, sostituendolo eventualmente con un edulcorante a zero calorie.

– Marmellata e miele.

– Frutta sciroppata, candita, mostarda di frutta.

– Dolci e dolciumi quali torte, pasticcini, biscotti, frollini, gelatine, budini, caramelle, etc.

– Prodotti da forno (es. cracker, grissini, taralli, crostini, biscotti, brioches, etc.) che, tra gli ingredienti, riportano la dizione “grassi vegetali” (se non altrimenti specificato, generalmente contengono oli vegetali saturi come quello di palma e di cocco).

– Cibi da fast-food ricchi di grassi idrogenati (trans), presenti anche in molti alimenti preparati industrialmente o artigianalmente e nei piatti pronti.

– Grassi animali come burro, lardo, strutto e panna.

– Frattaglie animali come fegato, cervello, rognone, animelle e cuore.

– Insaccati ad elevato tenore in grassi saturi, come salame, salsiccia, cotechino, zampone, etc., oltre alle parti grasse delle carni (con grasso visibile).

– Maionese, ketchup, senape, salsa barbecue e altre salse elaborate.

Alimentazione per fegato grasso: quali cibi devo limitare?

– Uva, banane, fichi, cachi e mandarini, poiché  sono i frutti più zuccherini. Anche la frutta secca ed essiccata va consumata limitatamente e in porzioni minori rispetto agli altri tipi di frutta.

– Sale. È buona regola ridurre quello aggiunto alle pietanze durante e dopo la loro cottura e limitare il consumo di alimenti che naturalmente ne contengono elevate quantità (alimenti in scatola o salamoia, dadi ed estratti di carne, salse tipo soia).

– Patate, che non sono verdure, ma importanti fonti di amido. Sono perciò da consumare in sostituzione di pane, pasta, riso e cereali in genere. Possono essere consumate occasionalmente in sostituzione del primo piatto, ma non fritte.

– Affettati, una o due volte alla settimana purché sgrassati. Tra questi, il prosciutto cotto, il crudo, lo speck, la bresaola e l’affettato di tacchino o di pollo sono da preferire.

– Formaggi, una o due volte alla settimana in sostituzione del secondo piatto. Tra quelli freschi è bene preferire quelli a basso contenuto di grassi. Per quanto riguarda gli oli vegetali polinsaturi o monoinsaturi come l’ olio extravergine d’oliva, l’olio di riso o gli oli monoseme: soia, girasole, mais, arachidi, etc., a causa del loro elevato contenuto calorico, è buona regola utilizzare un cucchiaino per controllarne le quantità, evitando di versarli direttamente dalla bottiglia.

– Caffè. Alcuni studi in letteratura scientifica mostrano un effetto protettivo sul fegato, ovvero la capacità di ridurre il rischio di steatosi epatica non alcolica. Tuttavia, non bisogna esagerare. Due o tre tazzine al giorno vanno bene, di più potrebbero comportare problemi vari, tra cui difficoltà a prendere sonno, disturbi gastrici e tachicardia.

Alimentazione per fegato grasso: quali cibi posso mangiare?

– Pesce di tutti i tipi, almeno tre volte alla settimana. Privilegiare quello azzurro (es. aringhe, sardine, sgombro, alici, etc.) e il salmone per il loro elevato contenuto di acidi grassi omega 3.

– Verdura cruda e cotta da assumere in porzioni abbondanti. La varietà nella scelta permette di introdurre correttamente tutti i sali minerali, le vitamine e gli antiossidanti necessari per la salute dell’organismo. Alcuni ortaggi hanno un tropismo spiccatamente epatico, ossia svolgono un’azione tonica e detossificante sul fegato: carciofi e soprattutto erbe amare, come la cicoria catalogna.

– Frutta, per l’elevato contenuto di sali minerali, vitamine e antiossidanti. È meglio non superare le due porzioni al giorno, poiché contiene naturalmente zucchero (fruttosio). Preferire quella di stagione e limitare al consumo occasionale i frutti più zuccherini precedentemente citati.

– Pane, pasta, riso, avena, orzo, farro e altri carboidrati complessi, privilegiando quelli integrali con un più basso indice glicemico.

– Latte e yogurt scremati o parzialmente scremati.

– Carne, sia rossa che bianca, proveniente da tagli magri e privata del grasso visibile. Il pollame è da consumare senza la pelle, perché è la parte che apporta più grassi.

– Legumi (fagioli, ceci, piselli, fave, lenticchie, etc.), da due a quattro volte alla settimana, freschi o secchi, da consumare come secondo piatto.

– Acqua (almeno 2 L al giorno), tè, tisane o infusi senza aggiungere zucchero.

– Erbe aromatiche per condire i piatti.

Fegato grasso: consigli pratici

– In caso di sovrappeso od obesità occorre eliminare i chili di troppo e normalizzare la circonferenza addominale, indicatrice della quantità di grasso depositata a livello viscerale, principalmente correlata al rischio cardiovascolare. Valori di circonferenza vita superiori a 94 cm nell’uomo e ad 80 cm nella donna si associano ad un “rischio moderato”, valori superiori a 102 cm nell’uomo e ad 88 cm nella donna sono associati ad un “rischio elevato”.

– Evitare le diete fai da te! Un calo di peso troppo veloce può determinare la comparsa di complicanze (accelerare la progressione della malattia e portare alla formazione di calcoli biliari). Inoltre, un regime dietetico troppo ristretto impedisce la buona riuscita della perdita di peso ed aumenta il rischio di recuperare i chili persi con gli interessi (effetto yo-yo).

– Nel caso di alterazioni metaboliche e di obesità possono essere associati programmi dietetici più particolareggiati, forniti dal nutrizionista, che permetteranno poi di raggiungere gradualmente una perdita di peso adeguata da mantenere nel tempo.

– Rendere lo stile di vita più attivo. Abbandona la sedentarietà! Vai al lavoro a piedi, in bicicletta o parcheggia lontano, se puoi evita l’uso dell’ascensore e fai le scale a piedi, etc.

– Praticare attività fisica almeno tre volte alla settimana (ottimali 300 minuti). La scelta va sempre effettuata nell’ambito degli sport con caratteristiche aerobiche (moderata intensità e lunga durata), come ciclismo, ginnastica aerobica, cammino a 4 km ora, nuoto, etc., attività più efficaci per eliminare il grasso in eccesso.

– Non fumare: il fumo rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare.

– Controllare con l’aiuto del proprio medico altre eventuali patologie coesistenti (es. ipertensione arteriosa, diabete mellito, etc.).

– Leggere le etichette alimentari dei prodotti, soprattutto per accertarsi del loro contenuto in zuccheri, grassi saturi e grassi idrogenati. Prestare attenzione all’utilizzo di prodotti “senza zucchero”, in quanto sono spesso ricchi di grassi e di conseguenza ipercalorici.

– Anche se si è normopeso è bene monitorare il proprio peso corporeo per prevenire aumenti ponderali che possono favorire l’insorgenza del fegato grasso.

 

 

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Allattare al seno

fa arrivare i batteri “buoni” nell’intestino dei neonati

 

Secondo un recente studio, che ha analizzato più di 1.000 madri insieme ai loro bambini, i batteri presenti nel latte materno potrebbero arrivare nell’intestino dei bambini e influenzare lo sviluppo del microbiota intestinale.

Lo studio, pubblicato su Cell Host & Microbe, è il primo a valutare l’associazione tra diverse modalità di somministrazione del latte materno e la composizione del microbiota intestinale infantile durante il primo anno di vita.

Latte materno “motore” del microbiota intestinale

«Il nostro studio conferma che il latte materno è uno dei principali “motori” dello sviluppo del microbiota intestinale infantile», afferma il coautore dello studio Stuart Turvey della University of British Columbia.

«Abbiamo scoperto che l’esclusività e la durata dell’allattamento al seno sono fortemente associate alla composizione complessiva del microbiota intestinale di un bambino e che i batteri presenti nel latte materno lo modellano in misura simile ad altri fattori noti per incidere in misura significativa sul microbiota intestinale come la modalità di nascita, ovvero taglio cesareo o parto vaginale», spiega il ricercatore.

È noto che il latte materno contiene batteri vivi che possono svolgere un ruolo fondamentale nella salute del bambino. Ma al momento non è chiaro se questi microbi siano in grado di arrivare nell’intestino dei neonati e se questo processo sia influenzato dalla modalità con cui viene assunto il latte materno.

Per rispondere a questa domanda, il team di ricercatori guidato da Meghan Azad della University of Manitoba (Canada), insieme a Stuart Turvey, ha analizzato il microbiota di 1.249 madri e dei loro bambini, che sono stati nutriti con latte materno per una media di nove mesi.

Batteri condivisi tra mamma e bambino

I batteri più diffusi nell’intestino dei bambini sono diversi da quelli maggiormente presenti nel latte materno, ad eccezione di Streptococcus e Veillonella che sono risultati presenti in più del 60% dei campioni.

Streptococcus e Staphylococcus sono i più abbondanti nel latte, mentre Bifidobacterium e Bacteroides sono più comuni nell’intestino del neonato.

Dai dati ottenuti in questo studio, è emerso anche che, a un anno di età, i bambini allattati al seno presentano livelli più elevati di batteri come Streptococcus e Veillonella rispetto ai bambini che a tre mesi non erano più nutriti con latte materno.

In questi ultimi sono stati invece rilevati livelli aumentati di specie batteriche come Blautia e Lachnospiraceae.

Allattamento al seno e batteri “buoni”

A tre mesi, Streptococcus, Veillonella, Staphylococcus e Bifidobacterium sono risultati presenti sia nel latte materno sia nell’intestino dei bambini.

I ricercatori hanno anche scoperto che ciò accade più frequentemente nei bambini allattati direttamente al seno rispetto ai bambini nutriti con latte materno prelevato dal seno con un tiralatte.

Inoltre, un tipo specifico di Bifidobacterium è risultato meno presente nel latte prelevato dal seno con un tiralatte rispetto a quello delle donne che hanno allattato direttamente al seno.

Inoltre, batteri come Veillonella, Haemophilus parainfluenzae e Actinomyces sono risultati più diffusi nell’intestino dei bambini allattati al seno più a lungo.

Il trasferimento nell’intestino dei bambini di batteri presenti nel latte materno potrebbe essere all’origine dei ben noti effetti benefici dell’allattamento al seno osservati in centinaia di studi. Basti pensare alle correlazioni tra l’allattamento al seno e i tassi più bassi di asma e obesità infantile, condizioni che oggi sappiamo essere collegate a cambiamenti del microbiota intestinale durante i primi anni di vita.

Conclusioni

«I risultati ottenuti suggeriscono che il latte materno possa agire come una “incubatrice” che arricchisce, protegge e trasporta alcuni batteri nel tratto intestinale dei bambini», afferma il coautore dello studio Brett Finlay. «I dati ottenuti potrebbero quindi fornire indicazioni su quali batteri potranno essere utilizzati come probiotici, dal momento che sembrano resistere al “viaggio” verso l’intestino del bambino».

 

 

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Allergie alimentari,

attenzione ai test senza fondamento scientifico

 

La diagnosi di allergie alimentari sempre più spesso è fatta senza consultare lo specialista, in molti casi utilizzando test non validati scientificamente. Con effetti negativi non trascurabili. Una diagnosi errata, infatti, ritarda l’intervento medico con conseguenze negative per la cura del paziente, inoltre, un falso positivo può creare disagi psicologici e limitazioni alla vita sociale.

Lo ricorda il documento del ministero della Salute su “Allergie alimentari e sicurezza del consumatore”. Il documento, che aggiorna le linee guida fornite quattro anni fa, oltre a fornire un inquadramento clinico ed epidemiologico delle allergie alimentari, affronta il tema della diagnostica e divide i test in tre gruppi.

I test convenzionali, Skin Prick Test (Spt), Prick by Prick, Atopy patch test (Apt) e il test di provocazione orale con alimento (Tpo), che rappresenta oggi, secondo la letteratura scientifica, il “gold standard” per la diagnosi di allergie alimentari

I test non convenzionali, che non vengono abitualmente e tradizionalmente eseguiti per la diagnosi, come quello di attivazione dei basofili (BAT) e l’atopy patch test (citato anche nella categoria precedente, ma ancora in fase di ricerca. “Al gruppo di test non convenzionali possono anche essere ascritti i dosaggi delle IgG specifiche, del PAF e del BAFF, sicuramente validati dal punto di vista metodologico ma di non comprovato valore diagnostico”.

I test diagnostici privi di fondamento scientifico, ossia “i test  per i quali non è sufficientemente dimostrata l’efficacia o, peggio, è stata già dimostrata l’inefficacia diagnostica”.

Elenco dei test non convenzionali utilizzati per la diagnosi di allergia privi di validazione scientifica:

– Il test citotossico di Bryant

– Il test di provocazione e neutralizzazione sublinguale e intradermico

– La kinesiologia applicata

– Il test del riflesso cardio-auricolare

– Il Pulse test

– Il test elettrotermico o elettroagopuntura secondo Voll

– Il Vega test

– Il Sarmtest

– Il Biostrenght test e varianti

– La biorisonanza

– L’analisi del capello (Hair analysis)

(Fonte: Ministero della Salute, 2018)

Il documento precisa che: “Talvolta si assiste anche ad autodiagnosi di Allergia Alimentare (AA) da parte dei genitori sui propri figli e dati americani indicano che fino al 30% dei bambini mostrano segni che i loro genitori interpretano come reazioni avverse agli alimenti. Questo porta spesso ad intraprendere diete di eliminazione anche senza consultare un Pediatra. D’altra parte, l’offerta di diagnostica allergologica sul territorio italiano, per quanto vasta, è piuttosto disomogenea per metodiche e standardizzazione, soprattutto non è in grado di fronteggiare una domanda di valutazione così imponente. Il test da carico con alimento, unico vero presidio per la diagnosi definitiva di AA è tuttora condotto solo in un ristretto numero di strutture pediatriche sia per carenza di personale, sia per mancanza di esperienza nella procedura, sia per i costi e il “time consuming” che determina.”

“Le diagnosi erronee di AA – prosegue il documento del Ministero – portano, a cascata, una serie di problemi accessori che è compito del Pediatra evitare nel modo più assoluto. Infatti, sovrastimare l’AA è pericoloso, soprattutto per il bambino. Ecco nell’elenco sottostante, le conseguenze di una sovrastima dell’AA:

– Diete di eliminazioni in bambini che non sono allergici

– Diete inadeguate dal punto di vista nutrizionale

– Diete con costo elevato per le famiglie

– Ansia e iperprotezione della famiglia che determina stress nel bambino

– Alterazione delle dinamiche relazionali familiari

– Isolamento sociale della famiglia

– Disappunto per la mancata efficacia della dieta

– Angoscia e frustrazione in caso di reazione

– Scarsa compliance e conseguente ritardata guarigione

Il crescente ricorso a questi strumenti viene attribuito oltre che alle pressioni commerciali anche alla scarsa capacità del medico di dissuadere da comportamenti erronei.

“Il problema della comunicazione – si legge nel documento del Ministero – non investe solo la terminologia, ma anche e soprattutto le strategie utilizzate per ottenere il risultato voluto di aderenza alle indicazioni suggerite. La comunicazione dovrebbe essere modulata anche in base alle condizioni socio-economiche cui è rivolta anche se un’informazione semplice, chiara e obiettiva è trasversalmente quella raccomandata”.

Il ministero indica anche i messaggi fondamentali sui test non validati scientificamente che dovrebbero arrivare ai genitori da parte del medico:

– Nessun lavoro della letteratura internazionale ne conferma l’utilizzo

– Non sono contemplati nel rimborso degli esami da parte del SSN e, pertanto, sono inutilmente molto costosi

– I conseguenti ritardi di una corretta diagnosi determinano effetti sfavorevoli sul bambino e sulla famiglia

– Avete mai visto uscire un bambino da questi ambulatori alternativi che non avesse alcuna allergia?

 

 

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Lo sapevi che l’amaro

dopo i pasti non fa digerire?

 

È vero che il sapore amaro dato da alcune erbe contenute nei liquori può dare la sensazione di favorire i processi digestivi. Non a caso, gli amari serviti generalmente a fine pasto vengono chiamati anche “ digestivi ”. In realtà, queste erbe possono aiutare la digestione solo se consumate in altro modo (es. in infusi, tisane, etc.). L’elevata quantità di alcool contenuta in questi liquori, nonché superalcolici (in alcuni supera anche i 70 gradi alcolici), rallenta lo svuotamento gastrico e non aiuta il sistema digestivo.

– L’alcool è una molecola contenuta in tutte le bevande alcoliche (birra, vino, cocktail, liquori, etc.). La gradazione alcolica esprime la quantità percentuale di alcool rispetto al volume della bevanda: negli amari, o digestivi, è di solito compresa tra 15 e 55 gradi.

– L’alcool apporta circa 7 kcal per grammo, una quantità decisamente maggiore rispetto a proteine e carboidrati, che apportano invece 4 kcal per grammo. Inoltre, a differenza di tutti gli altri macro e micronutrienti, l’alcool contiene solo calorie vuote, cioè energia che non apporta nessuna sostanza nutritiva al nostro organismo. Le bevande alcoliche, oltre alle calorie vuote provenienti dall’alcool, contengono anche molti zuccheri, che si sommano alle calorie fornite dagli alimenti e contribuiscono all’aumento di peso e alla produzione di notevoli quantità di radicali liberi. Se vuoi rallentare l’invecchiamento precoce ed avere un’età biologica inferiore a quella anagrafica, devi evitare di eccedere con gli alcolici, possibilmente rinunciando ai superalcolici, e mangiare cibi ricchi di antiossidanti.

– Se assunto in quantità eccessive, l’alcool può causare numerosi effetti dannosi al nostro corpo, come l’alterazione della funzionalità del fegato, l’infiammazione delle pareti dello stomaco e dell’intestino, l’aumento della glicemia e dei trigliceridi nel sangue, il rischio di dipendenza (alcolismo), la riduzione dello stato di attenzione e vigilanza, con conseguente aumento del rischio di incidenti stradali (è assolutamente vietato mettersi alla guida dopo aver bevuto alcool!), tremori, interazione con svariate terapie farmacologiche e anche aumento del rischio di tumori.

– Non è scientificamente provato il meccanismo tramite il quale gli amari conferiscano una miglior digestione. Un possibile ruolo è attribuibile alle erbe “digestive” contenute in alcuni amari (es. foglie di carciofo, liquirizia, anice, fiori di sambuco, menta, etc.), ma tali erbe possono comunque essere assunte in forma di tisane o infusi (preferibilmente non zuccherati), svolgendo le proprie funzioni di aiuto alla digestione senza gli effetti collaterali dell’alcool.

Consiglio:

Se desideri consumare bevande alcoliche, fallo con moderazione, preferibilmente durante i pasti. Fra tutti gli alcolici, preferisci quelli a basso tenore alcolico, come vino e birra.

Se sei un uomo, puoi bere massimo 2 calici di vino da 125 ml oppure 2 lattine di birra da 330 ml al giorno. Se sei una donna, puoi bere massimo 1 calice di vino o 1 lattina di birra al giorno.

 

 

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Colesterolo alto:

cosa posso mangiare?

 

Che cos’è ipercolesterolemia?

Il colesterolo è una sostanza grassa presente nel sangue in diverse forme: i due tipi principali sono il colesterolo HDL (Hight Density Lipoprotein), detto comunemente “colesterolo buono”, e il colesterolo LDL (Low Density Lipoprotein), chiamato spesso “colesterolo cattivo”. Quando i livelli di colesterolo nel sangue sono eccessivi, si è in presenza di ipercolesterolemia . Questo particolare grasso è indispensabile per il nostro organismo, infatti la maggior parte è prodotta internamente dal fegato, mentre una minor quantità viene introdotta con i cibi. Il colesterolo è un componente importantissimo delle membrane di tutte le cellule del nostro corpo, partecipa alla sintesi di alcuni ormoni e della vitamina D , tuttavia, averne troppo nel sangue (soprattutto LDL) può causare gravi problemi di salute, perché tende a depositarsi sulla parete delle arterie, facendole così ispessire, rendendole meno elastiche e facilitando la formazione di trombi. Il trombo peggiora il flusso del sangue e può ostruire le arterie, più frequentemente le coronarie e le cerebrali. Per queste ragioni il colesterolo LDL rappresenta uno dei principali fattori di rischio delle malattie cardiovascolari, come l’infarto del miocardio e l’ictus.

Alcuni fattori predispongono allo sviluppo di ipercolesterolemia, come introdurre troppe calorie, seguire una dieta eccessivamente ricca di carne o altri cibi che contengono molto colesterolo, essere sedentari, il fumo, l’età avanzata, il sesso (si sviluppa soprattutto tra le donne), l’assunzione di alcuni farmaci (es. terapia estroprogestinica), il sovrappeso e l’obesità, le malattie metaboliche ed anche la familiarità.

Alimentazione per ipercolesterolemia: linee guida generali

Una dieta bilanciata in macro e micronutrienti, varia e che preveda il consumo di tutti gli alimenti della tradizione mediterranea, con le giuste quantità e frequenze settimanali e nel rispetto del proprio fabbisogno energetico, può essere adottata anche in caso di colesterolemia moderata. Scegliere cibi con un basso contenuto di grassi saturi e colesterolo.

– Scegliere cibi a basso tenore in zuccheri semplici. Il metabolismo degli zuccheri e quello dei grassi sono strettamente legati: i carboidrati a rapido assorbimento (semplici) compromettono infatti il profilo lipidico. Secondo l’OMS gli zuccheri aggiunti, quindi non quelli naturalmente presenti in frutta, latte e latticini, non devono superare il 10% delle calorie giornaliere totali, auspicando un’ulteriore riduzione al 5%.

– Scegliere alimenti ad elevato contenuto di amido e fibre, come pane e pasta integrali.

– Aumentare il consumo di alimenti che possiedono un naturale effetto ipocolesterolemizzante (es: soia, lupini, avena, etc.).

– Cucinare senza aggiungere grassi. Preferire metodi di cottura semplici come la cottura a vapore, in microonde, sulla griglia o piastra, in pentola a pressione, etc. anziché la frittura, la cottura in padella o bolliti di carne.

Alimentazione per ipercolesterolemia: quali cibi dovresti evitare?

– Condimenti grassi come burro, lardo, strutto, panna, etc.

– Cibi tipici da fast food o junk food (es: bacon e patatine fritte, crocchette di pollo fritte, crocchette di formaggio fuso fritte, etc.), poiché in questi alimenti vi possono essere elevate concentrazioni di grassi cis/trans formatisi durante la cottura (croccante o frittura con superamento del punto di fumo, irrancidimento, etc.) che, se assunti in eccesso, aumentano il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. Questi grassi (trans) possono essere presenti anche in molti prodotti preparati industrialmente, artigianalmente e nei piatti già pronti, si consiglia pertanto di leggere sempre le etichette nutrizionali ed evitare gli alimenti che tra gli ingredienti riportano la dicitura “grassi vegetali idrogenati”.

– Alimenti fritti, alimenti in pastella e intingoli.

– Maionese e altre salse elaborate.

– Pane al burro e altri prodotti da forno che contengono burro, come pandoro e panettone, merendine, pastafrolla, biscotti tipo savoiardi, dolci alla crema, tiramisù, babà, bignè, etc.

– Frattaglie animali quali fegato, cervello, reni, rognone, cuore, milza, rigaglie di pollo, coratella d’agnello, etc.

– Prodotti ittici come bottarga e caviale.

– Uova di anatra, di oca e di tacchino.

– Insaccati ad elevato tenore in grassi saturi come salsiccia di fegato, salame, salsiccia generica, mortadella, etc., oltre alle parti grasse delle carni (con grasso visibile).

– Formaggi elaborati con creme, come i burrini, o stagionati ad elevato tenore in grassi saturi e colesterolo.

– Superalcolici.

– Bevande zuccherate come cola, aranciata, acqua tonica, tè freddi, ma anche i succhi di frutta, perché contengono naturalmente zucchero (fruttosio) anche se sulla confezione riportano la dicitura “senza zuccheri aggiunti” e apportano quindi molte calorie.

Alimentazione per ipercolesterolemia: quali cibi dovresti limitare?

– Carne, sia rossa che bianca, proveniente da tagli magri e privata del grasso visibile. Il pollame è da consumare senza pelle, in quanto è la parte più ricca di colesterolo. È consigliabile consumarne una porzione per due-tre volte a settimana.

– Pasta all’uovo e prodotti da forno preparati con uova, come dolci con pasta o crema all’uovo (da considerare nel numero di porzioni settimanali di uova consigliate, ossia due alla settimana).

– Mitili (cozze) e crostacei, gamberi e gamberetti, ostriche, vongole, sardine sott’olio, etc., da consumare non più di una volta a settimana.

– Vino e birra, da consumare in minime quantità soprattutto nei casi di ipercolesterolemia associata ad ipertrigliceridemia.

– Sale: i livelli di assunzione non dovrebbero superare i 5 g al giorno (un cucchiaino).

Alimentazione per ipercolesterolemia: quali cibi dovresti mangiare?

– Pane, pasta, riso, avena, orzo, farro ed altri tipi di cereali, possibilmente privilegiando quelli integrali perché riducono l’assorbimento di grassi e zuccheri semplici.

– Legumi (particolarmente consigliati soia e lupini), da consumare due-quattro volte a settimana mai come contorno, ma come secondo piatto (sostituiscono carne, pesce, uova, latte e derivati).

– Pesce di tutti i tipi, possibilmente privilegiando quello azzurro e il salmone per il loro elevato contenuto di Omega-3.

– Oli vegetali polinsaturi o monoinsaturi, come l’olio extravergine d’oliva, l’olio di riso o gli oli monoseme (es: soia, girasole, mais, arachidi, etc.).

– Frutta (due porzioni al giorno) e verdura (due-tre porzioni al giorno) di stagione, in quanto apportano ottime quantità di vitamine , antiossidanti e fibre, che riducono il rischio cardiovascolare globale.

– Acqua, berne almeno 2 L al giorno per mantenere una corretta idratazione.

Per affettati, latte, yogurt e formaggi è preferibile scegliere:

– Affettati quali prosciutto cotto, prosciutto crudo, speck (tutti senza grasso visibile), bresaola, affettati magri di tacchino o pollo.

– Latte e yogurt scremati o parzialmente scremati.

– Formaggi freschi a basso contenuto di grassi (es. primo sale, fiocchi di latte, crescenza, etc.).

Ipercolesterolemia: consigli pratici

– In caso di sovrappeso od obesità è opportuno eliminare i chili di troppo, normalizzare la circonferenza addominale, indicatrice della quantità di grasso depositata a livello viscerale e principalmente correlata al rischio cardiovascolare. Valori di circonferenza vita superiori a 94 cm nell’uomo e a 80 cm nella donna si associano a un rischio cardiovascolare “moderato”; valori superiori a 102 cm nell’uomo e a 88 cm nella donna sono associati, invece, a un rischio cardiovascolare “elevato”. Su indicazione del proprio medico curante, è possibile inserire nell’alimentazione cibi appositamente preparati dall’industria alimentare o integratori che contengono sostanze in grado di ridurre l’assorbimento intestinale del colesterolo (beta-glucani, psillio, steroli vegetali, etc.). Se si assumono integratori alimentari con steroli vegetali, è opportuno consumarli nel pasto giornaliero a maggior tenore di alimenti di origine animale (il colesterolo non è contenuto negli alimenti di origine vegetale) ed in quantità non superiore a 1 g al giorno, salvo diverso parere medico.

– Rendere lo stile di vita più attivo (abbandona la sedentarietà! Vai al lavoro a piedi, in bicicletta o parcheggia lontano dalla tua destinazione, se puoi evita l’uso dell’ascensore e prendi le scale, etc.).

– Praticare attività fisica almeno tre volte a settimana (minimo 150 minuti settimanali , ottimali 300 minuti). L’attività fisica aumenta il colesterolo “buono” a scapito di quello “cattivo”. La scelta va effettuata nell’ambito degli sport con caratteristiche aerobiche, quindi con moderata intensità e lunga durata, come il ciclismo, la ginnastica aerobica, camminare a 4 km/h, il nuoto a bassa intensità, etc., in quanto più efficaci per eliminare il grasso in eccesso.

– Non fumare: il fumo fa abbassare il livello di colesterolo HDL (quello “buono”).

– Controllare con l’aiuto del proprio medico altre eventuali patologie coesistenti (ad es. ipertensione arteriosa, diabete mellito, etc.).

– Secondo le nuove raccomandazioni, tutti gli uomini oltre i 40 anni e le donne oltre i 50 anni dovrebbero effettuare ogni anno uno screening lipidico, che è bene sia anticipato in soggetti con storia familiare di malattie cardiovascolari ischemiche precoci e/o in presenza di altri fattori di rischio quali ipertensione, diabete, obesità, dislipidemie familiari, malattie autoimmuni e insufficienza renale cronica. Lo screening lipidico dovrebbe comprendere: colesterolo totale, trigliceridi, HDL ed LDL.

 

 

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Disturbi neurologici:

i probiotici migliorano la salute del sistema nervoso centrale

 

Dai dati dell’Oms risulta che una persona su quattro soffrirà di un disturbo mentale o neurologico a un certo punto della vita, dato che ne fa una delle principali cause di disabilità nel mondo. Lo spiegano Vandana Sharma e Sandeep Kaur, del Mehr Chand Mahajan Dav College for Women, in India, autori di un articolo di revisione su The Open Microbiology Journal.

«Nella nostra era di stressante competizione socio-economica assistiamo a un significativo aumento dell’incidenza di patologie neurologiche e psichiatriche, in particolare depressione, disturbo bipolare, ansia acuta e attacchi di panico» spiegano i ricercatori, aggiungendo che molte di queste condizioni spesso non vengono segnalate dagli interessati causandone un progressivo peggioramento in assenza di una diagnosi certa e di un trattamento tempestivo.

A questo proposito è di recente emerso il ruolo del microbiota intestinale nella modulazione della fisiologia del sistema nervoso centrale e del suo funzionamento. Tanto che l’articolo di Sharma e Kaur si concentra proprio sul ruolo e sull’efficacia dell’assunzione regolare di batteri probiotici che aiutano a rafforzare la salute generale dell’intestino. «Il nostro studio vuole fornire una visione completa del potenziale dei probiotici nel rafforzare la micro flora intestinale migliorando i disturbi neurologici o psichiatrici già in corso oppure diminuendone incidenza e gravità» si legge nell’articolo, che delinea anche i meccanismi a livello molecolare e biochimico attraverso cui i batteri probiotici lavorano per migliorare le funzioni alterate del sistema nervoso centrale in presenza di disturbi quali ansia, depressione maggiore, sindrome bipolare, schizofrenia o disturbo dello spettro autistico.

«Il potenziale dei probiotici come modifica alimentare e utile terapia di intervento sia preventivo sia terapeutico è di grande rilevanza, e dovrebbe essere parte integrante degli attuali protocolli di trattamento» concludono i ricercatori.

The Open Microbiology Journal 2020. Doi: 10.2174/1874285802014010018

 

 

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Fattori che rallentano

il tuo metabolismo

 

Aumentare il metabolismo

Il metabolismo, in particolare il metabolismo basale (a riposo), si può definire come l’insieme di energia che consumiamo per far funzionare correttamente il nostro organismo: per far battere il cuore, utilizzare i polmoni per respirare, far circolare il sangue, etc.

Aumentare il metabolismo è spesso il desiderio più grande di chi è obeso o sovrappeso, oppure di chi vuole semplicemente perdere un paio di chili, perché vorrebbe dire poter consumare maggiori calorie più velocemente, cioè bruciare in modo più rapido l’energia introdotta con l’alimentazione. Tuttavia, la velocità con cui il nostro corpo brucia calorie dipende da moltissimi fattori e molti di questi possono essere indipendenti da noi, per esempio:

– la genetica, alcune persone ereditano un metabolismo più veloce rispetto ad altre;

– il sesso, per costituzione gli uomini tendono a bruciare più calorie rispetto alle donne, anche durante il riposo;

– l’invecchiamento, poiché il metabolismo rallenta costantemente dopo i quarant’anni;

– le stagioni fredde, in quanto l’inverno, caratterizzato da buio e freddo, rallenta fisiologicamente il nostro metabolismo.

Esistono poi altri fattori che possono condizionare in modo negativo il nostro metabolismo, ma, fortunatamente, sulla maggior parte di questi possiamo intervenire.

Fattori che rallentano il tuo metabolismo

– Adottare diete fortemente ipocaloriche

In molti pensano che per dimagrire basti ridurre al minimo le calorie giornaliere, adottando diete fortemente ipocaloriche e mangiando come “uccellini”. In questi casi, la risposta dell’organismo sarà abbassare il metabolismo come meccanismo di difesa, quindi il dispendio energetico diminuisce e aumenta la capacità di assorbire i nutrienti dai cibi (una capacità che abbiamo sviluppato nel tempo per resistere ai periodi di carestia). Abituato a consumare di meno, poiché introdotta energia in quantità inferiore rispetto al solito, l’organismo non perdonerà nessuno “sgarro alimentare” (es. una fetta di torta farcita, una pizza molto condita, un aperitivo, etc.), che sarà subito immagazzinato e diventerà più difficile da eliminare. Una restrizione calorica eccessiva è quindi controproducente. Per dimagrire correttamente occorre non introdurre più calorie di quante effettivamente se ne consumano, quindi rispettare il proprio bilancio energetico.

– Digiunare

Lasciando passare troppo tempo tra un pasto e l’altro, come per il punto precedente, il nostro corpo tende a diminuire il suo metabolismo per fronteggiare la temporanea carenza di nutrienti. Fare due spuntini al giorno è molto importante: per spezzare la fame si possono consumare verdure crude (carote, sedani, finocchi, cetrioli, etc.), che aiutano a rispettare il bilancio energetico per lo scarso apporto calorico e tengono a bada il senso di fame con la loro fibra saziante. Bisogna però evitare spuntini notturni e, in generale, è consigliata una cena leggera (circa il 25% delle calorie giornaliere) ed aspettare almeno un’ora prima di coricarsi. Durante il riposo, infatti, il metabolismo si riduce e molte delle calorie ingerite, non essendo necessarie nell’immediato, vengono immagazzinate nei tessuti di riserva energetica. Attenzione anche a chi soffre di reflusso gastroesofageo e cattiva digestione, poiché mangiare appena prima di andare a dormire può favorire il disturbo.

– Mangiare velocemente

Mangiare troppo rapidamente ci impedisce di masticare i cibi in modo corretto, inoltre ingoiamo molta aria che può causare meteorismo (aerofagia) e aumentano anche le difficoltà digestive. Questo rallenterà il metabolismo, che deve sopperire a delle richieste energetiche maggiori per la digestione laboriosa.

– Mangiare poche proteine

Il metabolismo basale, cioè la quantità minima di energia richiesta dal nostro organismo per mantenere attive le funzioni fisiologiche vitali, dipende molto dalla nostra composizione corporea. Avere più massa muscolare (massa magra) significa avere meno massa grassa ed è proprio la massa magra che è in grado di bruciare le calorie sia durante l’attività fisica, sia in fase di riposo, ad esempio stando seduti sul divano. Avere una buona massa muscolare significa quindi avere un metabolismo più veloce e “performante”. Per ottenere un corretto sviluppo muscolare bisogna seguire una dieta con un adeguato apporto proteico e ricorda che mangiare più proteine del necessario non fa aumentare i muscoli.

– Bere poca acqua

L’acqua è in grado di attivare i meccanismi fisiologici della termogenesi, ossia la produzione di calore con un aumento del dispendio energetico. L’effetto dell’acqua sul nostro metabolismo è però di breve durata: ecco perché l’indicazione dietetica è di bere almeno 2 L al giorno di acqua distribuita equamente durante la giornata. Oltre a bere tanto, è consigliabile consumare molta frutta e verdura, in modo che gli antiossidanti contenuti in questi cibi favoriscano l’eliminazione di tossine che si accumulano nel nostro organismo per cause di diversa natura (inquinamento, fumo attivo e passivo, conservanti, sofisticazioni alimentari, etc.).

– Mangiare troppi zuccheri semplici

Tra i carboidrati, è bene preferire quelli complessi (pasta, pane, riso, cereali in genere, etc.) preferibilmente integrali e limitare il consumo di zuccheri semplici (zucchero di tutti i tipi, miele, marmellate e creme spalmabili, alimenti come merendine, biscotti, etc.), soprattutto di sera. Un eccesso di zuccheri semplici (con alto indice glicemico) favorisce l’accumulo di grasso causando, a lungo andare, l’insulino-resistenza. Ricorda anche che gli zuccheri in eccesso, cioè quelli che non vengono consumati dall’organismo, si trasformano in trigliceridi e aumentano i grassi di deposito. Questa condizione tende a ridurre il metabolismo.

– Essere sedentari

I muscoli bruciano molte calorie, anche stando fermi, quindi più sono sviluppati e più calorie bruceranno. Il muscolo è infatti un tessuto vivo, in continuo rinnovamento e con richieste metaboliche nettamente superiori (quasi di dieci volte) rispetto al tessuto adiposo (grasso). Per avere buoni muscoli bisogna praticare attività fisica regolarmente e con continuità, minimo 150 minuti a settimana , ottimali 300 minuti. Utili esercizi di tonificazione ed esercizi aerobici (es. corsa, nuoto, ciclismo, etc.) da alterare ad esercizi di rinforzo muscolare (anaerobici). Svolgere attività fisica è salutare per tutti, giovani e meno giovani, e il metabolismo ne trae un sostanziale beneficio.

– Avere problemi ormonali

Nel caso di ipotiroidismo (la tiroide funziona poco), il metabolismo basale può rallentare drasticamente. Tuttavia, alimenti ricchi di iodio, come pesce e crostacei, aiutano la funzionalità tiroidea e, di conseguenza, possono agire in modo positivo anche sul metabolismo. Ricorda che lo iodio non si respira, ma si introduce attraverso il pesce.

Altri alimenti come il peperoncino , alcune spezie piccanti come lo zenzero, il tè verde, il caffè e il cioccolato contengono sostante naturali che possono, seppur solo temporaneamente, aumentare leggermente il metabolismo. Tuttavia, bisogna fare attenzione a non abusare soprattutto di caffè e cioccolato, perché possono causare effetti indesiderati (agitazione, nervosismo, insonnia nel caso del caffè e aumento di peso nel caso del cioccolato).

– Assumere farmaci sedativi

Alcuni farmaci sedativi possono rallentare il metabolismo. Valutare insieme al proprio medico curante la possibilità di assumere integratori per riattivarlo.

 

 

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Infezione da Sars-CoV-2,

l’obesità importante fattore di rischio per lo sviluppo di gravi forme di Covid-19

 

«Prima della pandemia da influenza A (H1N1), nel 2009, l’obesità non era considerata un fattore di rischio per forme severe di influenza» spiegano Carmela Coccaro, libero-professionista, Roma e Marco Chianelli, Uoc Endocrinologia e Malattie del metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano (Rm). Una metanalisi ha tuttavia dimostrato che l’obesità aumentava significativamente il rischio di decesso e di complicanze gravi per l’influenza A (H1N1) (Sun Y, et al. Infect Dis 2016). In uno studio successivo condotto in Canada su 82.545 pazienti di età compresa tra 18 e 64 anni, in un periodo che comprendeva 12 stagioni di influenza (1996-2008), si osservava una maggiore incidenza di ospedalizzazione per infezione delle vie respiratorie nei pazienti obesi, con odds ratio (Or) di 1.45 nei pazienti con obesità di I grado e di 2.12 per i gradi II e III. Questi ultimi, inoltre, avevano una maggiore probabilità di essere ricoverati nei reparti di terapia intensiva (Or 3.23) (Kwong JC, et al. Clin Infect Dis 2011). «Gli autori concludevano che i soggetti obesi, con o senza patologie croniche, sono a rischio aumentato di ospedalizzazione per infezioni delle vie respiratorie durante il periodo dell’influenza» affermano Coccaro e Chianelli.

Obesità e Covid-19.

«Recenti dati hanno dimostrato che l’obesità è un importante fattore di rischio anche nei pazienti affetti da Covid-19» sottolineano gli specialisti. Uno studio condotto a New York su 3.615 pazienti positivi per Sars-CoV 2 ricoverati per sintomi respiratori acuti, ha dimostrato che l’obesità costituisce un fattore di rischio per ricovero ospedaliero e necessità di terapia intensiva nei pazienti di età < 60 anni (Lighter J, et al. Clin Infect Dis 2020). Una pubblicazione (ancora non sottoposta a peer review) proveniente da un ospedale di New York giungeva a simili conclusioni: dopo l’età avanzata (≥ 75 anni OR 66.8; 65-74 anni Or 10.9), l’obesità grave (Bmi > 40) aveva l’associazione più forte con l’ospedalizzazione per Covid-19, aumentandone il rischio di più di sei volte (Petrilli CM, et al. MedRxiv). Uno studio francese condotto in pazienti ricoverati in terapia intensiva (Simonnet A, et al. Obesity 2020) ha mostrato che: a) i pazienti ricoverati per patologia respiratoria acuta da Sars-CoV 2 avevano una prevalenza di obesità significativamente maggiore rispetto ai controlli non Sars-CoV 2 (47.6% vs 25.2%, p < 0.001); b) la gravità della malattia aumentava all’aumentare del BMI; c) i pazienti con Bmi > 35 avevano un rischio di ventilazione meccanica aumentato di più di 7 volte (Or 7.36, p = 0.021) rispetto ai pazienti con Bmi < 25, anche dopo aggiustamento per età, diabete e ipertensione.

Perché l’obesità peggiora la prognosi del Covid-19? «L’obesità grave è spesso associata a deficit ventilatorio misto, restrittivo e ostruttivo, che può rendere più grave l’insufficienza respiratoria determinata dalla polmonite virale, ma che non sembra giustificare la gravità dei quadri che spesso si osservano nei pazienti affetti da Covid-19. L’obesità, infatti, soprattutto se grave, è associata a infiammazione cronica di basso grado, che determina aumento del rischio di complicanze tromboemboliche» riprendono Coccaro e Chianelli. «I colleghi francesi ritengono che l’infiammazione sia responsabile dell’aumento della severità della malattia osservato con l’obesità nel Covid-19: studi autoptici hanno dimostrato depositi di fibrina nel micro-circolo polmonare, che bloccano il passaggio dell’ossigeno attraverso il sangue. Questo può aiutare a spiegare perché la ventilazione meccanica sia meno efficace in questi pazienti. Anche altri hanno osservato che l’obesità è una riconosciuta condizione pro-infiammatoria. I loro dati mostrano l’importanza dei marcatori di infiammazione per distinguere l’evoluzione della malattia in critica e non critica. Tra questi la precoce elevazione di Pcr e D-dimero ha mostrato l’associazione più forte con la ventilazione meccanica e/o la mortalità».

Alterazioni infiammatorie e pro-coagulative indotte dall’obesità. «I soggetti obesi hanno livelli aumentati di leptina (adipochina pro-infiammatoria) e diminuiti di adiponectina (adipochina anti-infiammatoria)» aggiungono gli esperti. «In condizioni di base i pazienti obesi hanno aumentate concentrazioni di citochine pro-infiammatorie, quali Tnf-alfa, Mcp-1 e IL-6, prodotte principalmente dal tessuto adiposo viscerale e sottocutaneo, che determinano un deficit dell’immunità innata; in corso di infezione si osserva ridotta attivazione macrofagica e produzione alterata di citochine. In questi pazienti esistono anche alterazioni dei linfociti B e T, che determinano un’aumentata suscettibilità alle infezioni virali e ritardo nella guarigione». Va considerata, inoltre, la ridotta attività fisica tipica dei pazienti obesi, che produce simili alterazioni del sistema immunitario. Tali alterazioni, in corso di obesità, non hanno effetti solo locali, ma si accompagnano a un aumento delle concentrazioni sieriche di proteine della fase acuta, determinando un’infiammazione cronica di basso grado. In particolare, alte concentrazioni di IL-6 e Pcr sono significativamente associate a sviluppo di sindrome coronarica acuta, infarto miocardico, scompenso cardiaco, ictus e arteriopatia periferica, in relazione alle molteplici azioni su piastrine, endotelio e sistema della coagulazione (Luzi L, et al. Acta Diabetol 2020; Bambace C, et al. Biochimica Clinica 2011).

Alterazioni infiammatorie e pro-coagulative indotte dal Sars-CoV 2. «Covid-19 può predisporre a patologia trombo-embolica arteriosa e anche venosa, a causa di attivazione della coagulazione determinata da intensa infiammazione, attivazione delle piastrine, disfunzione endoteliale e stasi venosa determinata da immobilità» spiegano Coccaro e Chianelli. È importante misurare i marcatori di tali fenomeni per migliorare la comprensione della patogenesi della patologia trombo-embolica in questi pazienti. Anche i parametri coagulativi, inoltre, sono indicatori importanti della severità della malattia e possono variare da lieve elevazione del D-dimero e modesto prolungamento dei test di coagulazione fino alla coagulazione intra-vasale disseminata (Bikdeli B, et al. J Amer Coll Cardiol 2020). «Numerosi studi hanno dimostrato in questi pazienti piastrinopenia, aumento del D-dimero, prolungamento del tempo di protrombina e dell’Inr, ridotti tempi di aPtt. L’infezione da Sars-CoV 2 si associa a un’intensa infiltrazione alveolare di cellule infiammatorie, insieme a un’elevata produzione sistemica di citochine» aggiungono. Vari studi hanno riportato l’esistenza di una coagulopatia associata al Covid-19: elevati livelli di D-dimero sono un fattore di rischio indipendente di prognosi negativa. Anche studi autoptici hanno evidenziato notevoli alterazioni patologiche, che coinvolgono in particolare la micro-circolazione polmonare, inclusi micro-trombi disseminati e necrosi emorragica. Forme severe di Covid-19, inoltre, sembrano associate anche con aumentato rischio di sviluppare trombosi venosa profonda ed embolia polmonare (Cannegieter SC, et al. Res Pract Thromb Haemost 2020). «Questi fattori, unitamente ad altri, possono aiutare a spiegare i risultati attuali e sottolineano l’importanza di uno stretto monitoraggio dei pazienti obesi affetti da Covid-19» spiegano gli specialisti.

Conclusioni. «L’obesità è un fattore di rischio per lo sviluppo di forme severe di polmonite virale: determina un aumento di mortalità, complicanze, necessità di ventilazione e ricorso alla terapia intensiva. Questo è vero per tutte le forme di polmonite virale, ma l’effetto dell’obesità sul Covid-19 è sicuramente maggiore rispetto a quello osservato con i virus influenzali» ricapitolano Coccaro e Chianelli. «Probabilmente questo dipende dalla capacità di indurre alterazioni infiammatorie e procoagulative particolarmente intense e che vengono amplificate dalle alterazioni, del tutto simili, osservate nell’obesità. I pazienti con obesità dovrebbero evitare in ogni modo di contagiarsi con Sars-CoV 2, mettendo in atto tutte le misure preventive nel corso della presente pandemia. È importante che le persone obese eseguano attività fisica regolarmente, come misura preventiva per migliorare le difese immunitarie contro le infezioni virali».

 

 

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Intolleranze alimentari:

quale test funziona?

 

Al giorno d’oggi il termine intolleranza alimentare è sempre più spesso usato impropriamente, letteralmente abusato. Tantissime persone, infatti, sono convinte che i loro disturbi siano legati al consumo di specifici alimenti considerati dannosi (spesso per sentito dire) oppure perché ritenuti la causa della loro difficoltà nel perdere peso e quindi ricercano conferme alle proprie convinzioni. Per queste ed altre ragioni spesso si ricorre a test “alternativi” che promettono di identificare, con metodiche diverse da quelle basate su evidenze scientifiche, quegli alimenti responsabili di allergie o appunto “intolleranze” alimentari. Questi test sembrano innocui perché, nell’immediato, non producono particolari danni ma, nel lungo periodo, possono essere pericolosi, specialmente quando, sulla base di una diagnosi errata, proibiscono alimenti importanti per la nutrizione umana e di conseguenza espongono al rischio di malnutrizione. È il caso, per esempio, della supposta intolleranza al lattosio, che spesso priva i malcapitati di nutrienti essenziali come proteine, calcio e vitamine, mentre la proibizione dovrebbe riguardare solo il latte e i derivati che contengono lattosio: la giusta dieta, in questo caso, dovrebbe prevedere latte e latticini delattosati o senza lo zucchero del latte come i formaggi stagionati, un concentrato di tutti i nutrienti del latte ad eccezione del lattosio che viene naturalmente rimosso durante la lavorazione. I test “alternativi” possono sembrare scientificamente validi perché eseguiti in ambulatori dove è presente anche personale sanitario, come medici, farmacisti, dietisti, biologi nutrizionisti, ed anche perché consigliati da naturopati, chiropratici ecc. La diffusione di tali metodiche, spesso ampliata anche da pubblicità ingannevoli in rete, attraverso i vari mass media e/o riviste non scientifiche, ma anche con cartelli apposti in bella vista in alcune farmacie, ha raggiunto livelli allarmanti, tanto da rendere necessaria la presa di posizione delle più importanti Società di Allergologia e della Federazione Nazionale dei medici.

Le intolleranze alimentari non sono allergie

È necessario innanzitutto precisare che intolleranze e allergie alimentari non sono sinonimi. Le prime sono definite come delle reazioni avverse dell’organismo conseguenti all’ingestione di alimenti che, talvolta, possono provocare sintomi simili a quelli delle allergie, ma differiscono da queste ultime per due aspetti fondamentali

– le intolleranze alimentari non sono reazioni immunomediate, ovvero dovute a una reazione del sistema immunitario (come accade invece per le allergie), ma sono principalmente legate all’incapacità del nostro corpo di digerire e assimilare alcuni componenti degli alimenti;

– i sintomi delle intolleranze alimentari variano in relazione alla quantità ingerita dell’alimento non tollerato, a differenza della reazione allergica che è dose indipendente: se una persona è allergica alle arachidi non importa quante ne mangerà, poiché la reazione allergica si manifesterà a prescindere dalla quantità consumata di alimento non tollerato. Proprio per questo motivo i soggetti allergici devono seguire una rigida dieta di eliminazione dell’alimento verso il quale sono sensibilizzati, mentre chi è intollerante può assumere piccole quantità dell’alimento incriminato senza sviluppare alcun sintomo.

Secondo la classificazione delle reazioni avverse ad alimenti, le intolleranze alimentari si suddividono in:

– intolleranze da difetti enzimatici, determinate cioè dalla carenza o dall’assenza di enzimi necessari alla metabolizzazione di alcuni substrati come l’intolleranza al lattosio o il favismo;

– intolleranze da sostanze farmacologicamente attive, ossia risposte a componenti alimentari farmacologicamente attivi come le ammine vasoattive. È il caso, per esempio, delle intolleranze alla tiramina o all’istamina;

– intolleranze da meccanismi non definiti oppure risposte su base psicologica o neurologica, come le intolleranze agli additivi.

Sintomi delle intolleranze alimentari

Come fare a riconoscere un’intolleranza alimentare? Iniziate prestando attenzione ai sintomi. Di solito le intolleranze si manifestano principalmente con disturbi localizzati nell’apparato gastrointestinale, quali:

– gonfiore addominale

– diarrea

– stipsi

– difficoltà di digestione gastrica e/o intestinale

– dolori addominali

– vomito

– gastrite

ma possono coinvolgere anche la cute con pruriti, eruzioni cutanee, rash eritematoso ecc., e molto più raramente altri apparti con cefalea, palpitazioni, stanchezza ecc. In linea di massima, le manifestazioni cliniche di intolleranza alimentare sono meno gravi rispetto a quelle tipiche delle allergie alimentari.

Diagnosi delle intolleranze alimentari

Se sospettate di avere un’intolleranza alimentare rivolgetevi a medici specialisti, in quanto:

– Riveste un ruolo fondamentale fare un’accurata anamnesi. La raccolta anamnestica, ovvero delle informazioni, notizie e sensazioni riportate dalla voce diretta del paziente o dei suoi famigliari, ha lo scopo di identificare una correlazione tra l’ingestione dell’alimento incriminato e la comparsa dei sintomi.

– È fondamentale escludere che si tratti di allergia e valutare le condizioni cliniche internistiche associate.

– L’iter diagnostico deve essere multidisciplinare e coinvolgere passo dopo passo lo specialista allergologo, il gastroenterologo e il dietologo.

– È opportuno effettuare una diagnosi differenziale con allergie per escludere la sindrome da sovracrescita batterica intestinale e la sindrome dell’intestino tenue. Quest’ultima, in particolare, è caratterizzata da dolore/gonfiore addominale e alterazioni del canale intestinale in assenza di anomalie organiche dell’intestino. Questi sintomi possono essere aggravati dall’introduzione di cibo a volte a causa di vere e proprie intolleranze alimentari, altre volte anche a causa di un’ipersensibilità viscerale o a modificazioni del microbiota intestinale.

– Bisogna sottoporsi a test utili per l’accertamento, quali breath test per glucosio o lattulosio al fine di valutare la possibile presenza della sindrome da sovracrescita batterica nell’intestino tenue e porre una diagnosi differenziale, breath test per lattosio al fine di valutare un’eventuale intolleranza al lattosio e “ test di provocazione ”, che prevede la somministrazione dell’additivo sospettato per valutare la presenza di intolleranze da meccanismi non definiti.

– Effettuare protocolli diagnostici ben delineati (dosaggi ematici di markers specifici, assetto genetico, EGDS, biopsie duodeno-digiunali) per le patologie correlate al glutine che comprendono attualmente la celiachia, l’allergia al grano e la sensibilità al glutine non allergica, non celiaca o non-coeliac gluten sensitivity (NCGS). Molto spesso il grano viene eliminato dalla dieta sulla base di mode o test della medicina alternativa con risoluzione di sintomi non sempre dipendenti dall’assunzione di grano, quanto piuttosto da un’alimentazione non attenta e non salutare nel suo insieme.

Il parere dei medici sui test “alternativi”

Le più importanti Società di Allergologia e la Federazione Nazionale dei medici si sono opposte all’utilizzo di test che seguono metodiche diverse da quelle basate su evidenze scientifiche per la diagnosi di allergie e intolleranze alimentari. Questo soprattutto perché, contrariamente a quello che richiede la medicina moderna che utilizza percorsi diagnostici e terapeutici evidence based, tali test “alternativi” non hanno basi scientifiche dimostrate. Pur essendo in uso da anni, non ci sono studi scientifici eseguiti secondo i criteri necessari per valutarne l’efficacia (randomizzati, controllati in doppio cieco). Al contrario, la loro scarsa attendibilità data dalla non riproducibilità – perché se ripetuti possono restituire risultati differenti anche nello stesso soggetto – è una chiara dimostrazione della loro inefficacia. Inoltre, questi test alternativi costituiscono un vero spreco di soldi. L’uso di apparecchi complessi, apparentemente sofisticati, non deve far nascere l’opinione che tale diagnostica sia sorretta da una tecnologia all’avanguardia. Anche alcuni test eseguiti “sul sangue” in questo ambito, purtroppo, non sono sempre garanzia di professionalità. Il risultato, spesso, è che per effettuarli vengono spesi centinaia di euro senza però trovare la vera causa del disturbo.

I test di cui NON ti devi fidare

– Dosaggio IgG 4: esame di facile accesso, molto praticato nei laboratori di analisi o nelle farmacie. Valuta la presenza nel sangue di una sottoclasse di anticorpi IgG. In realtà, il livello di questi anticorpi è connesso con la regolare ingestione dei corrispettivi alimenti (normale processo di sensibilizzazione a quello che introduciamo), mentre non è mai stata dimostrata la correlazione tra i livelli di questi anticorpi e una vera intolleranza alimentare.

– Test citotossico o test di Bryan e sua variante : test “in vitro” che si effettua su sangue intero o su una sospensione leucocitaria a cui viene aggiunto un allergene al fine di valutare le successive modificazioni morfologiche delle cellule. Alcat test è la variante automatizzata che si basa sul principio dei coulter-counter, attualmente è la versione più pubblicizzata. La lisi cellulare aspecifica, l’interpretazione soggettiva dei risultati, la variazione nelle condizioni di esecuzione del test lo rendono inaffidabile nella diagnostica come concluso dalla American Academy of Allergy.

– Test elettrodermici (Bioscreening, Biostrenght test, Sarm test, Moratest, Vega test): si sono sviluppati a partire dalle osservazioni dell’elettroagopuntura secondo Voll sulle variazioni del potenziale elettrico in relazione al contatto con alimenti “nocivi”. I test si propongono di misurare gli “squilibri energetici” attraverso specifiche apparecchiature. Si tratta di test non riproducibili, non attendibili. Il principio che una reazione allergica modifichi il potenziale elettrico cutaneo non è mai stato dimostrato scientificamente.

– Test kinesiologico: si basa su una misurazione soggettiva della forza muscolare. Si effettua facendo tenere nella mano del paziente una boccetta contenente l’alimento (alternativamente la bottiglia può essere posta sul torace del paziente o vicino allo stesso, senza tuttavia che avvenga un contatto diretto fra l’estratto di cibo e il soggetto da esaminare). L’esaminatore valuta la forza muscolare dell’altra mano. Non esiste ovviamente una base teorica a supporto. È inattendibile, perché non è mai stato documentato un interessamento dell’apparato scheletrico in corso di reazioni allergiche, inoltre il fatto che l’allergene non sia posto a diretto contatto del soggetto ma con l’intermezzo della bottiglia esclude ogni possibile spiegazione razionale.

– Dria test : consiste nella somministrazione per via sublinguale, dell’estratto allergenico seguito dalla valutazione della forza muscolare per mezzo di un ergometro. Il test è considerato positivo quando si manifesta una riduzione della forza muscolare dopo 4 minuti dalla somministrazione sublinguale dell’estratto. Il test è stato introdotto a partire dal 1944; gli studi successivi non sono mai stati controllati con placebo come richiesto da un protocollo di validazione e pertanto sono giudicati non attendibili. In particolare, il Food Allergy Committee dell’American College of Allergists ha valutato per alcuni anni l’uso di questo test giungendo alla conclusione di sconsigliarlo nella diagnostica delle allergopatie.

– Biorisonanza : si basa sull’ipotesi che l’organismo possa emettere onde elettromagnetiche (buone o cattive). Si propone di misurare con un apparecchio specifico il campo magnetico delle persone indotto dagli alimenti. È stato dimostrato che l’apparecchio in commercio non è in grado di misurare quel tipo di onda elettromagnetica coinvolta. Non esiste alcuna prova scientifica a dimostrazione di questo test.

– Analisi del capello: valuta le sostanze chimiche presenti nel capello, utile per lo studio della carenza di oligoelementi ed eventuale eccesso di metalli pesanti, ma non è emersa nessuna correlazione con gli allergeni e le intolleranze alimentari.

– Iridologia : valuta attraverso l’osservazione diretta dell’iride il livello di salute di un soggetto. Non è basato su evidenze scientifiche.

– Pulse test o riflesso cardiaco auricolare: si basa sull’ipotesi che la reazione avversa all’alimento somministrato per bocca, per iniezione o per inalazione, ma anche posto a 1 cm dalla cute, sia in grado di modificare la frequenza cardiaca. Privo di alcun fondamento scientifico.

Dieta per intolleranza alimentare

Una volta verificato che i sintomi avvertiti non siano causati da un’altra malattia, ma da un’effettiva intolleranza con iter diagnostico corretto, è opportuno rivolgersi ad un nutrizionista, poiché capace di correggere le abitudini alimentari sbagliate e di  indirizzare verso uno stile di vita salutare, con un’alimentazione personalizzata in calorie per rispettare il bilancio energetico e variata in micro e macronutrienti al fine di garantire il benessere del soggetto affetto da intolleranza alimentare. Anche con un test affidabile occorre seguire una dieta che, pur eliminando qualche alimento, non porti a malnutrizione, tenendo conto che spesso le intolleranze alimentari non durano per tutta la vita, ma possono essere superate e gli alimenti eliminati possono essere gradualmente reinseriti nella dieta.

 

 

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Le guaine dimagranti

bruciano i grassi in eccesso

 

Eliminare i chili in eccesso, snellire i fianchi e il girovita sono un desiderio comune a molte donne e uomini che, per raggiungere l’obiettivo, si affidano spesso a guaine “dimagranti”. Si tratta di fasce addominali, panciere o pantacollant di varia lunghezza realizzati generalmente in materiale elastico, come poliestere, nylon o gomma sintetica, che, avvolgendo la zona del corpo interessata, fanno sudare e perdere molti liquidi, promettendo un effetto dimagrante o brucia grassi. Il nostro corpo è composto principalmente da acqua (circa il 60-70%), è perciò indubbio che la perdita di liquidi favorisce il calo di peso, si arrivano a perdere anche 1 o 2 chili a settimana, che poi però riprendiamo con la normale reidratazione. Tuttavia, nei casi di sovrappeso od obesità ciò che è necessario ridurre è la massa grassa, cellule adipose che non si riducono affatto perdendo liquidi. Pertanto, la convinzione che usare guaine dimagranti sia un buon metodo per dimagrire e bruciare i grassi in eccesso è priva di basi scientifiche.

La verità scientifica:

Sudore e perdita di peso

Come detto, il peso certamente diminuisce se togliamo acqua al nostro organismo, ma questa condizione è solo momentanea: il nostro corpo reintegrerà la perdita di peso trattenendo i liquidi che torneremo successivamente ad introdurre con l’equilibrata alimentazione, bevendo acqua o mangiando frutta e verdura. Se così non fosse, la sudorazione produrrebbe una cospicua perdita di minerali elettroliti, causando una grave disidratazione. Sudare in modo eccessivo non conduce ad alcuna diminuzione di grasso, ma può invece provocare astenia, crampi muscolari e cali di pressione improvvisi che possono anche indurre lo svenimento. Dopo un’eccessiva sudorazione è buona regola bere abbondante acqua e mangiare alimenti idratanti, come frutta e verdura, per reintrodurre correttamente tutti i liquidi e i micronutrienti essenziali persi.

Bruciare i grassi in eccesso

Per perdere i chili di troppo in modo sano e funzionale bisogna agire sul tessuto adiposo. È quindi opportuno conoscere la propria percentuale di massa grassa. Per bruciare il grasso superfluo occorre non introdurre più calorie di quelle che effettivamente consumiamo, ridurre gli zuccheri in eccesso (zucchero aggiunto a cibi e bevande, dolci, etc.) che, se non utilizzati dal corpo, si trasformano in grassi, oltre che svolgere una regolare attività fisica (ottimali 300 minuti a settimana, minimo 150 minuti), alternando esercizi aerobici e anaerobici. Unendo l’esercizio fisico costante a una dieta sana, varia ed equilibrata in nutrienti e calorie sarà più facile raggiungere il proprio peso forma e bruciare i grassi in eccesso.

 

 

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Macronutrienti: i grassi

 

Cosa sono i grassi o lipidi?

Precisiamo subito che non esistono grassi “buoni” o “cattivi”, anche se spesso per semplificare si usa definirli così.

I grassi (o lipidi) fanno parte dei macronutrienti insieme alle proteine (o protidi) e ai carboidrati (o zuccheri), la loro principale funzione è quella energetica (cioè forniscono energia all’organismo) e apportano 9 kcal per grammo. I lipidi sono molto diffusi in natura: li troviamo infatti sia nel regno animale che vegetale e sono i costituenti essenziali di quasi tutti gli organismi. I grassi sono presenti negli alimenti sia in forma liquida che solida, nella piramide alimentare li classifichiamo in:

– visibili: quelli contenuti nei grassi di condimento, sia di origine animale come il burro (83% di lipidi), che vegetale come la margarina (84% di lipidi), l’olio di oliva o di semi in generale (99% di lipidi);

– non visibili: presenti in percentuali differenti nei singoli alimenti. Assenti o in piccole tracce nella frutta fresca e nella verdura, in quantità ridotta nei legumi e nei cereali soprattutto integrali, in quantità elevata nella frutta secca oleosa a guscio, nel cocco e nell’avocado. Negli alimenti di origine animale (carni, pescato, latte e derivati, uova, etc.) i grassi hanno concentrazioni molto variabili, da quantitativi assai ridotti (meno dell’1% di lipidi) a piuttosto elevati (oltre il 35% di lipidi).

Classificazione dei grassi

In base alla loro composizione chimica, possiamo suddividere i grassi o lipidi in:

– Grassi saturi: sono quasi sempre di origine animale, si presentano di solito in forma solida e sono contenuti principalmente nella carne, nelle frattaglie, negli insaccati, nelle uova, nei frutti di mare (crostacei e molluschi come gamberi, cozze, aragoste, ostriche, etc.), nello strutto, nella panna, nel burro ed anche nei formaggi. Inoltre, possono essere sia di tipo visibile (es: grasso del prosciutto) che non visibile (es: nel filetto di bovino, nelle costolette d’agnello, etc.). Tuttavia, i grassi saturi non sono propri solamente degli alimenti animali, ma se ne trovano abbondanti quantità anche in alcuni tipi di alimenti vegetali come l’olio di palma (47% di lipidi saturi) o l’olio di cocco (86% di lipidi saturi), in discrete quantità nei condimenti come alcune margarine (26% di lipidi saturi) e in piccole quantità nella frutta secca a guscio come le arachidi (7% di lipidi saturi).

– Grassi insaturi: sono quasi sempre di origine vegetale, si presentano di solito in forma liquida e sono contenuti principalmente nell’olio d’oliva, di mais, di girasole e altri tipi di semi; nella frutta secca a guscio come le noci, le mandorle, le arachidi; nelle margarine monoseme ed anche in alcuni alimenti di origine animale come il latte e i suoi derivati, l’olio di pesce (es: olio di fegato di merluzzo) e il pescato in generale. I grassi insaturi si dividono a loro volta in:
– grassi monoinsaturi: si trovano principalmente negli oli, come quello d’oliva, di soia e monoseme.
– grassi polinsaturi: presenti sia nel mondo vegetale che animale, come il pesce, la frutta secca a guscio e gli oli. Tra i principali grassi polinsaturi vi sono gli Omega-3 , contenuti in ottime quantità nel pesce soprattutto azzurro, nel salmone e nell’olio di pesce, e gli Omega-6, contenuti invece negli oli, in particolare quelli di mais e di girasole. Omega-3, -6 e -9 sono detti acidi grassi essenziali, perché il nostro corpo non è in grado di produrli autonomamente e bisogna quindi assumerli attraverso questi alimenti, inoltre ricoprono un ruolo fondamentale nella prevenzione delle malattie cardiovascolari.

Grassi del latte e grassi della carne

Occorre precisare che vi è differenza tra i grassi del latte e quelli contenuti nella carne degli animali. Circa il 70% dei grassi totali del latte sono saturi, ma differenti rispetto a quelli della carne: questo perché sono frutto dell’attività secretiva della ghiandola mammaria della vacca. I grassi secreti dalla mammella sono costituiti da globuli rivestiti da una speciale membrana lipo-proteica, che comprende vari strati contenenti lipidi polari e numerose proteine bioattive con funzioni metaboliche, di trasporto e di protezione dalle infezioni. Su questa membrana agisce rapidamente un enzima chiamato lipasi, che si occupa di scindere i grassi trasformando i trigliceridi, responsabili del rischio cardiovascolare, in glicerolo e acidi grassi. I grassi della carne invece, malgrado l’estrema variabilità dovuta alla specie, al taglio, all’età e all’allevamento dell’animale, sono principalmente rappresentati dai trigliceridi. In altre parole, la differenza principale tra i grassi del latte e i grassi della carne è che questi ultimi non appartengono ad un momento secretivo, non sono sostanze esocrine, secrete cioè da una ghiandola nel lume di un dotto (mammella) e non sono anatomicamente costitutivi e strutturati nel tessuto muscolare edibile della carcassa dell’animale. Si può quindi affermare che il consumo di latte e derivati non modifica i valori di trigliceridi e HDL (colesterolo “buono”), pertanto questi alimenti possono essere consumati, all’interno dell’equilibrata alimentazione, anche da chi ha un eccesso di trigliceridi o colesterolo nel sangue. Inoltre, studi d’intervento su donne e uomini di mezza età hanno dimostrato che una dieta con un apporto di grassi da latte, formaggio e gelati per il 20% dell’energia giornaliera ha ridotto i valori di colesterolo LDL (quello “cattivo”) dal 4,3 al 5,3%. Si può perciò dedurre che il grasso del latte come “molecola aggregata” sia, dal punto di vista biologico e nutrizionale, un grasso diverso, cioè non gravato da quel rischio cardiovascolare tipico dei grassi saturi degli altri alimenti.

I grassi trans

Un’ulteriore tipologia di grassi, questa volta non presenti in natura, sono quelli trans. Nascono da un processo industriale chiamato idrogenazione attraverso il quale i grassi vegetali di basso costo (palma, cocco, etc.) vengono chimicamente “spezzati e riassemblati” tra loro dando forma ai grassi trans. Questo processo consente di ottenere un grasso più compatto, più facilmente spalmabile, con maggiore palpabilità e con un più lungo tempo di conservazione, il tutto a costi molto ridotti per le industrie alimentari. È bene sottolineare che questo tipo di acidi grassi determinano un aumento del colesterolo “cattivo” (lipoproteine LDL), accompagnato da una diminuzione di quello “buono” (lipoproteine HDL). Pertanto, un’alimentazione ricca di grassi trans aumenta il rischio di sviluppare gravi patologie cardiovascolari come aterosclerosi, trombosi, ictus, etc. Sembra inoltre che gli acidi grassi trans svolgano un’azione pro-infiammatoria, cioè che favorisce l’insorgenza delle infiammazioni, e che producano un’alterazione della normale funzione dell’endotelio, il tessuto che ricopre l’interno dei vasi sanguigni e linfatici del cuore (disfunzione endoteliale), come riportato in un ampio studio (Nurses Health Study). Le linee guida dell’OMS raccomandano la limitazione delle calorie derivate dai grassi trans, che dovrebbero rappresentare massimo l’1% delle calorie introdotte con la dieta, e sottolineano come un’alimentazione ricca di questo tipo di grassi aumenti il rischio di malattie cardiache del 21% e di morte del 28%.

Le funzioni principali dei grassi

– Funzione energetica: 1 grammo di lipidi fornisce 9 Kcal. Rappresentano la nostra principale fonte di energia, infatti proteine e zuccheri ne forniscono meno della metà.

– Energia di riserva: i lipidi assunti in eccesso con la dieta vengono immagazzinati nel tessuto adiposo sotto forma di trigliceridi. Tale “accumulo” rappresenta per l’organismo la riserva a cui attingere nel caso in cui si instaurasse una mancanza d’energia. Poiché le riserve accumulate nel nostro corpo possono essere illimitate, è fondamentale ricordare che un’eccessiva introduzione di lipidi è associata ad un aumentato rischio di sovrappeso e obesità con possibili conseguenze gravi anche sul rischio cardiovascolare.

– Funzione strutturale: i lipidi sono una componente importante delle membrane cellulari, del film idrolipidico che ricopre la pelle e della mielina, sostanza che riveste le fibre nervose. Nei neonati, una mancanza di acidi grassi essenziali può alterare il normale sviluppo del sistema visivo e nervoso.

– Funzione protettiva:

moderati accumuli di adipe intorno alle articolazioni e agli organi vitali servono a proteggerli da traumi e a mantenerli nella loro posizione fisiologica; l’adipe, in particolare il tessuto adiposo bruno, è un isolante termico per il nostro corpo. All’occorrenza può produrre calore per mantenere adeguata la temperatura corporea; i grassi insaturi omega-3 e -6 (ω-3 e ω-6) sono utili nella prevenzione delle malattie cardiovascolari e in alcune forme tumorali. Gli ω-3, in particolare, intervengono nel controllo del colesterolo LDL (o “cattivo”) e nella riduzione dei livelli di trigliceridi nel sangue; i grassi sono indispensabili per l’assorbimento delle vitamine liposolubili A, D, E, K.

Fabbisogno di grassi

Il fabbisogno giornaliero di lipidi viene valutato in percentuale rispetto alle calorie giornaliere consumate. I valori più alti, giustificati dallo sviluppo neuronale, si hanno nei lattanti (6-12 mesi) con il 40% delle calorie totali e nei bambini (1-3 anni) con il 35-40%. Nei bambini dai 4 anni, nell’adolescenza e nell’età adulta, compresa gravidanza e allattamento, il fabbisogno varia dal 20 al 35%. Oltre a considerazioni di tipo quantitativo, è necessaria una valutazione qualitativa, infatti i grassi saturi assunti in quantità elevata influenzano negativamente i valori del colesterolo LDL. In sostanza, in una corretta alimentazione è fondamentale rispettare il fabbisogno di lipidi rispetto alle calorie totali ma, data la differente struttura chimica e funzionale degli acidi grassi, è importante che i grassi saturi non superino il 10% dell’energia totale della dieta e che la restante percentuale sia distribuita equamente tra acidi grassi mono e polinsaturi. In riferimento a questi ultimi, il loro fabbisogno è aumentato fino ai 2 anni di età e durante la gravidanza e l’allattamento per lo sviluppo neuronale e visivo.

Forse non sapevi che…

Il colesterolo appartiene alla famiglia dei lipidi e non deriva solo dagli alimenti introdotti: l’80% viene prodotto dal nostro fegato perché, nelle giuste quantità, svolge importanti funzioni per il nostro organismo ed è parte delle membrane cellulari. Un’alimentazione che mantenga livelli di colesterolo alimentare inferiori a 300mg quotidiani, come indicato dei LARN 2014, non è quindi esclusivista con nessuna tipologia di alimenti appartenenti ai gruppi alimentari, ma per alcuni limita solo le frequenze settimanali e la porzionatura.

Lo sapevi che il burro ha meno grassi dell’olio?

È vero che il burro contiene molti grassi, soprattutto saturi, mentre l’olio d’oliva e di semi contengono principalmente grassi monoinsaturi e polinsaturi, tra i quali gli omega 3 e 6. Tuttavia, in termini quantitativi, la percentuale di grassi in 100 g di burro è di circa l’80%, poiché la maggior parte rimanente è costituita da acqua, invece l’olio d’oliva è formato al 99,9% da grassi. Quindi, a parità di peso, l’olio apporta il 15% di kcal in più del burro ma, sul piano nutrizionale, ci sono alcune importanti differenze.

– Insieme a carboidrati e proteine, i grassi costituiscono i macronutrienti e svolgono molte funzioni importanti per il nostro corpo: sono un’importante fonte di energia, compongono le membrane cellulari (come il colesterolo ), rivestono i nervi, vengono immagazzinati nel tessuto adiposo come scorta d’energia (grassi di deposito), apportano acidi grassi essenziali (che devono cioè essere necessariamente assunti dagli alimenti), veicolano tante vitamine, tra cui la vitamina D , E ed A, e formano alcuni ormoni importanti, come gli ormoni steroidei.

– Un grammo di grassi produce circa 9 calorie quando viene “bruciato” dal nostro organismo, mentre proteine e carboidrati producono circa 4 calorie per grammo. È quindi buona regola non eccedere con l’apporto giornaliero di grassi, che non dovrebbe superare il 35% dell’energia totale introdotta quotidianamente, cioè non più di 700 kcal in una dieta da 2000 calorie.

– I grassi sono molto diversi tra loro. Quelli saturi sono contenuti principalmente negli alimenti di origine animale, ad esempio nelle carni, nelle uova, in latte e derivati e in alcuni alimenti di origine vegetale, come l’olio di palma, di cocco e nell’avocado. Questi grassi dovrebbero rappresentare non più del 10% delle calorie totali introdotte giornalmente. Bisogna però fare alcune precisazioni, perché non tutti i grassi di origine animale sono uguali. I grassi del latte e dei suoi derivati, ad esempio, sono diversi da quelli della carne e delle uova. I grassi del latte, infatti, sono secreti dalla mammella della vacca (non si trovano nella carcassa animale come nel caso della carne) e sono rivestiti da una speciale membrana lipo-proteica che svolge funzioni metaboliche, di trasporto e di protezione dalle infezioni. Si può quindi dedurre che il grasso del latte, dal punto di vista biologico e nutrizionale, sia un grasso diverso, cioè non gravato da quel rischio cardiovascolare tipico dei grassi saturi degli altri alimenti.

Vi sono poi i grassi polinsaturi, che dovrebbero rappresentare il tra il 5% e il 10% circa dell’energia introdotta giornalmente e si dividono in due gruppi principali : i polinsaturi omega 6 , che si trovano nell’olio d’oliva , di semi, nella frutta secca e nei derivati del latte e i polinsaturi omega 3, contenuti principalmente nel pesce, nelle noci, nei semi e nell’olio di lino. I grassi polinsaturi sono importanti da consumare poiché contengono gli acidi grassi essenziali (acido linoleico e alfa-linoleico), che non possono essere sintetizzati dal nostro organismo, ma devono essere introdotti necessariamente attraverso l’equilibrata alimentazione. Dall’acido alfa-linolenico derivano EPA e DHA , due acidi grassi omega 3 molto importanti per la nostra salute, per cui i LARN descrivono un livello di assunzione raccomandato di 250 mg al giorno. Infine, i grassi monoinsaturi sono contenuti in ottime quantità nell’olio extravergine d’oliva, consigliato a crudo per condire le pietanze. Dobbiamo invece fare molta attenzione ai grassi trans, che non esistono in natura, ma sono il prodotto dell’idrogenazione o della trasformazione e cottura di grassi vegetali di basso costo (palma, cocco, etc.). Questi grassi, se assunti in eccesso, aumentano il rischio cardiovascolare ed è pertanto consigliabile limitarne il consumo: si trovano soprattutto nei cibi da fast-food, negli alimenti confezionati come merendine e biscotti, nei piatti pronti industriali ed artigianali e negli alimenti molto elaborati derivati da processi complessi. Per verificare se un alimento contiene grassi trans, leggi sempre l’etichetta degli ingredienti.

I diversi tipi di grassi hanno però qualcosa in comune: sono molto calorici e vanno assunti con moderazione, altrimenti favoriscono l’aumento di peso. Particolare attenzione va posta nei confronti dei grassi omega 3 che, da una parte, sono essenziali e quindi bisogna prevenirne le carenze, dall’altra, non devono essere assunti in quantità eccessive (come può avvenire in caso di uso improprio di integratori), perché in eccesso possono peggiorare gli stati infiammativi nell’organismo e alterare la funzione immunitaria. È molto importante che venga mantenuto il rapporto tra grassi omega 6 e omega 3 di circa 4:1 e la loro somma deve rappresentare circa il 10% dell’energia introdotta, mentre la rimanente energia introdotta dai lipidi (che non deve mai superare, come abbiamo detto, il 35% dell’energia totale) deve derivare preferibilmente dai grassi monoinsaturi.

Consiglio:
Olio e burro sono due alimenti che non dovrebbero mancare nella dieta sana ed equilibrata, ma vanno consumati con attenzione e moderazione. Anche se il burro è meno calorico dell’olio, non significa che dobbiamo abusarne. Possiamo consumarne piccole quantità a crudo (es. pane, burro e marmellata), 5 g la mattina o a merenda apportano 45 kcal ed è quindi un alimento che può essere consumato a piccole dosi, considerato anche l’apporto di vitamina A ed E. Per condire le pietanze, è però preferibile utilizzare l’olio extravergine di oliva (evo) a crudo, aggiunto con il cucchiaino per controllarne le quantità (5 g cadauno) e non versato direttamente dalla bottiglia. L’olio evo può essere utilizzato anche per cucinare, vista la sua buona resistenza al calore, così come gli oli monoseme.

 

 

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Macronutrienti: le proteine

 

Cosa sono le proteine

Le proteine (o protidi) fanno parte dei macronutrienti insieme ai lipidi (o grassi) e ai carboidrati (o zuccheri), svolgono una funzione strutturale (infatti rappresentano i “mattoncini” dell’organismo) ed anche energetica apportando 4 kcal per grammo. Sono presenti sia negli alimenti di origine animale, in maggior parte di alto valore biologico, sia vegetale di medio o basso valore biologico. Le proteine, comprese quelle che fanno parte del corpo umano, sono molecole formate dalla combinazione di venti amminoacidi, di cui nove sono definiti “essenziali” perché, se non assunti con la dieta, l’organismo non è in grado di sintetizzarli:

– fenilalanina

– isoleucina

– istidina

– leucina

– lisina

– metionina

– treonina

– triptofano

– valina

I restanti amminoacidi si suddividono in “non essenziali” e “condizionalmente essenziali”. Questi ultimi sono amminoacidi essenziali solo in alcune situazioni fisio-patologiche quando la loro velocità di sintesi non è sufficiente per sopperire le richieste (es.: neonati prematuri).
Tra gli aminoacidi essenziali ve ne sono tre detti ramificati: isoleucina, leucina, valina. Questi ultimi, per la loro struttura, sono fondamentali per il corpo umano, perché vengono captati direttamente dai muscoli senza passare per il fegato, dove possono essere utilizzati per riparare le strutture proteiche danneggiate o per produrre energia.

Le principali funzioni svolte dalle proteine

– Funzione strutturale: le proteine sono i mattoni che compongono l’organismo, perché formano l’impalcatura di ogni cellula. Le più importanti proteine strutturali del corpo umano sono: il collagene, che entra nella composizione dei principali tessuti connettivi (pelle, tendini, ossa), nella cartilagine e nei dischi vertebrali; l’elastina, che fornisce elasticità ai tessuti come la pelle; la cheratina, che si trova in peli, unghie e capelli.

Gli aminoacidi ramificati hanno una funzione che può essere definita strutturale, perché vanno a riparare le cellule muscolari che si “consumano” con l’attività fisica, in particolare quella ad alta intensità, come accade spesso nello sport.

– Funzione protettiva: le proteine difendono il nostro corpo dalle infezioni (immunoglobuline) o da agenti esterni come i colpi o il freddo (cheratina). Un sistema di riconoscimento consente al sistema immunitario di riconoscere le cellule sane, che altrimenti sarebbero attaccate provocando l’insorgere delle malattie autoimmuni (lupus eritematoso sistemico, l’artrite reumatoide, ecc.).

– Funzione contrattile: riferita ai muscoli, ma anche a cellule e tessuti perché ne generano i movimenti.

– Funzione di trasporto: consentono il passaggio delle sostanze da una cellula all’altra o all’interno della stessa cellula. Le proteine trasportano ossigeno (emoglobina), lipidi, vitamine e altri micronutrienti nel sangue.

– Funzione energetica: forniscono energia nella misura di 4 Kcal/g e, in media, dovrebbero fornire il 12-18% dell’energia totale della dieta secondo peso, età e sesso. Le proteine assunte in eccesso, poiché non possono essere immagazzinate nell’organismo, sono trasformate in zuccheri che, a loro volta, se in eccesso, vengono trasformati in grassi (trigliceridi). Se questi ultimi non vengono consumati dall’organismo, andranno a formare i depositi adiposi. L’energia fornita dagli aminoacidi ramificati è invece importante soprattutto per gli sportivi che li possono utilizzare velocemente in caso abbiano bisogno di energia oltre al glucosio.

– Funzione regolatrice: poiché gli aminoacidi sono componenti di ormoni, enzimi e neurotrasmettitori, partecipano alle reazioni chimiche che avvengono nel nostro corpo, accelerandole, rallentandole, favorendole oppure ostacolandole a seconda delle necessità, es.: la leucina. Questo aminoacido ricopre molte funzioni e, tra di esse, è stato riconosciuto un contributo al mantenimento della massa magra e all’aumento della sensazione di sazietà, due elementi importanti per chi vuole dimagrire e segue una dieta ipocalorica.

Cosa s’intende per valore biologico di una proteina

Il valore biologico di una proteina identifica la sua capacità di soddisfare le necessità metaboliche dell’organismo per aminoacidi totali e aminoacidi essenziali.

La qualità proteica varia in funzione della digeribilità della proteina (% quantità digerita e quantitativo di aminoacidi assorbiti nel tratto gastrointestinale) e della sua composizione in amminoacidi essenziali.

Gli alimenti di origine animale (carne, affettati, pesce, uova, latte e derivati) hanno proteine di elevata qualità biologica, perché contengono in quantità adeguata tutti gli aminoacidi essenziali e sono di facile digeribilità. Per questo motivo vengono chiamate anche proteine nobili o ad alto valore biologico .

Cereali (pane, pasta, riso, farro, ecc.) e legumi (ceci, piselli, soia, fagioli, ecc.), essendo di origine vegetale, contengono proteine a ridotto valore biologico e cioè di qualità non adeguata: da una parte sono poco digeribili, dall’altra non contengono, o contengono in quantità insufficiente, alcuni aminoacidi essenziali.

Per garantire la completezza proteica, anche consumando alimenti di origine vegetale, è fondamentale associare cereali e legumi consumando piatti della tradizione mediterranea: pasta e fagioli, zuppe di legumi con farro/orzo, riso e piselli, ecc. Questi alimenti, consumati insieme, apportano una buona quantità e qualità di aminoacidi simile (ma non uguale) agli alimenti di origine animale.

Fabbisogno proteico

Il fabbisogno giornaliero di proteine di un soggetto dipende da diversi fattori, come l’età, il sesso, il peso corporeo, lo stato fisiologico-nutrizionale e l’attività fisica svolta.

Occorre ricordare che il corpo non fa scorta di proteine, per questo è importante soddisfare il fabbisogno proteico quotidianamente garantendo il corretto quantitativo di aminoacidi essenziali.

Nei bambini in accrescimento (età evolutiva) la quota proteica raccomandata è maggiore, così come per le donne in gravidanza e allattamento.

Corretta assunzione di proteine

Per sfruttare a pieno tutte le potenzialità delle proteine, occorre farne un utilizzo ottimale affinché non vengano “disperse” perché utilizzate come energia. L’energia necessaria all’organismo umano deve provenire principalmente dai carboidrati e dai grassi, in modo che solo una parte delle proteine sia utilizzata come energia. Gli alimenti proteici, in particolare di origine animale, devono essere consumati nei pasti principali, ad esempio: colazione con latte e/o yogurt; pranzo e cena con un secondo di carne, pesce o formaggio, o un primo con legumi e cereali e un cucchiaio formaggio  grattugiato (10g).

Le diete cosiddette dissociate, che prevedono solo proteine o solo carboidrati, non solo non funzionano, ma, senza introdurre od ogni pasto carboidrati e grassi, si consumano le proteine instaurando così una malnutrizione proteico-energetica. Ovviamente l’energia introdotta deve rispettare il bilancio energetico, cioè bisogna introdurne tanta quanta se ne consuma, altrimenti i macronutrienti in eccesso (proteine o grassi o carboidrati) vengono incamerati nei grassi di deposito. Un altro fattore importante sono le diete ipocaloriche e iperproteiche. Le diete di sole proteine devono essere prescritte dal medico nutrizionista che ne limita il consumo nel tempo e nella qualità dei nutrienti. Le diete iperproteiche, o fai da te, possono far perdere in fretta alcuni chili di troppo, ma spesso consumano anche le proteine della massa magra (muscoli ecc.) e così facendo riducono le capacità metaboliche dell’organismo cosicché, quando si torna a mangiare normalmente, si riprendono i chili persi con gli interessi.

 

 

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Obesità,

i pericoli delle diete consigliate dai blogger

 

Blogger e pagine social che danno consigli sulla dieta non sono fonti credibili e non rappresentano una buona risorsa per tenere il peso sotto controllo.

Lo ha affermato Christina Sabbagh, ricercatrice University of Glasgow presentando una ricerca su questo tema alla Conferenza Europea sull’Obesità (ECO 2019).

L’indagine ha valutato tra maggio e giugno 2018 nove influencer inglesi che trattano di gestione del peso. I blogger dovevano avere più di 80.000 followers su almeno un sito di social media e una valutazione alta assegnata da una piattaforma specializzata (influencer.co).

La credibilità di questi blogger è stata valutata utilizzando 12 indicatori divisi in tre gruppi:

– Trasparenza (chiara identificazione dell’autore e dei riferimenti citati, nonché la loro qualifica).

– Affidabilità (aderenza ai criteri nutrizionali, in linea con gli standard scientifici condivisi).

– Chiara distinzione tra pubblicità e contenuti redazionali e tra fatti e opinioni.

È risultato che solo due dei nove blog sulla gestione del peso erano gestiti da influencer che si possono considerare adeguatamente qualificati per fornire tali consigli. Inoltre, cinque blog non hanno alcuna dichiarazione di non responsabilità sulle conseguenze dei consigli dietetici forniti e sette non hanno fornito riferimenti basati su prove per le loro affermazioni.

Nel complesso, solo uno dei nove blog di gestione del peso ha superato il test di credibilità ed era gestito dall’unico influencer con una laurea in nutrizione, iscritto a una società scientifica.

Successivamente, i ricercatori hanno esaminato la qualità nutrizionale delle ultime 10 diete consigliate da ciascuno dei blog, confrontandole con le raccomandazioni contenute nella campagna di riduzione delle calorie One You della sanità pubblica inglese. Inoltre, le diete consigliate sono state  analizzate per il contenuto di carboidrati, proteine, grassi, grassi saturi, fibre, zucchero e sale a confrontati con gli standard consigliati dalla UK Food Standards Agency.

Questa analisi ha rivelato che le diete consigliate da quattro blog non soddisfacevano i criteri nutrizionali, solo in un caso venivano fornite adeguate informazioni nutrizionali e quattro blog affermavano di essere contrari al conteggio delle calorie.

Per le ricette consigliate per la colazione, ad esempio, erano oltre il 50% al di sopra del limite di chilocalorie raccomandato.

Un pericoloso mix tra informazioni poco affidabili e vulnerabilità dei soggetti obesi.

Sabbagh ha ricordato che, secondo i dati raccolti da una recente indagine della British Dietetic Association, il 58% degli adulti del Regno Unito si fidano di consigli nutrizionali che arrivano da persone non qualificate, come un personal trainer o istruttori di fitness. E questa cifra sale al 75% tra gli intervistati di età compresa tra i 18 ei 24 anni. Inoltre, il 41% delle persone in quella fascia d’età ha affermato che si sarebbero fidati dei consigli di un blogger che mangiava sano.

“I risultati,” ha detto Sabbagh, “indicano che è il caso di fare ulteriori ricerche sull’influenza dei blogger nei comportamenti che riguardano la gestione del peso, coinvolgendo i responsabili delle politiche di sanità pubblica, che devono regolare e influenzare la produzione di informazioni on line sul controllo del peso.”

Stuart Flint ricercatore senior in sanità pubblica e obesità della Leeds Beckett University, (UK) ricorda che molte delle persone che usano i social media per trovare informazioni sanitarie sono “vulnerabili”.

“Sappiamo che sui social ci sono molte persone che hanno preoccupazioni sull’immagine corporea e sono spesso hanno comportamenti alimentari rischiosi, quindi c’è una grande preoccupazione per la diffusioni di informazioni inesatte sulla dieta corretta”.

Ha anche ricordato che, spesso, gli influencer online presentano una dieta come quella perfetta da seguire, non tenendo conto del fatto che “tutti abbiamo bisogno di cose diverse”.

“Non esiste una dieta adatta a tutti o la dieta perfetta”, sottolinea Flint che aggiunge:

“poiché i social media sono così diffusi e di facile accesso, è necessario agire su più fronti per garantire che i consigli dietetici trovati online siano credibili. C’è bisogno di fare di più in termini di assunzione di responsabilità riguardo a ciò che viene messo on-line e le piattaforme di social media come Twitter, Instagram e così via devono fare di più per cercare di regolamentare o controllare le informazioni di salute quando non sono corrette.”

 

 

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Ecco perché i pasti notturni

possono danneggiare il nostro orologio biologico

 

Il rilascio di insulina (e di fattore di crescita insulino-simile 1, IGF-1) legato all’introduzione del cibo ha un’influenza diretta sulla regolazione dell’orologio biologico. Questo spiega perché assumere pasti in orari notturni, come può accadere ad esempio a chi lavora di notte, porta ad alterazioni del ritmo circadiano che aumentano il rischio di sviluppare disfunzioni metaboliche e patologie croniche, come il diabete tipo 2.

Il meccanismo è rivelato da un nuovo studio, condotto in vitro e in vivo da un gruppo di ricerca inglese. In particolare, l’esperimento dimostra che  insulina e IGF-1 aumentano il livello di proteine PERIOD, chiamate anche “PERIOD clock protein”, che mandano alle cellule segnali regolatori dell’orologio biologico. Assumendo un pasto in orari diversi l’organismo riceve segnali non più sincronizzati con quelli della luce, che regolano il rilascio di ormoni come cortisolo, adrenalina, serotonina. Questa “confusione” può avere conseguenze negative sul metabolismo, sulle funzioni digestive e su altri importanti meccanismi biologici.

Il team del Laboratorio di Biologia Molecolare (LMB) di Cambridge e dell’Università di Manchester (UK) ha prima studiato questi effetti in laboratorio su colture cellulari e successivamente li ha verificati in vivo su topi da laboratorio, somministrando pasti nelle ore in cui normalmente gli animali dormono.

È risultato che modificando le tempistiche di rilascio dell’insulina si altera il ritmo circadiano, con alterazioni delle funzioni fisiologiche, del comportamento e dell’espressione genica.

John O’Neill, del LMB di Cambridge ha spiegato: “Al centro di questi orologi cellulari c’è un insieme complesso di molecole la cui interazione scandisce tempi precisi nelle 24 ore. Quello che abbiamo dimostrato è che l’insulina, rilasciata quando mangiamo, può fungere da segnale per il nostro corpo.”

Priya Crosby, primo autore dello studio ha aggiunto: “I nostri dati suggeriscono che mangiare al momento sbagliato potrebbe avere un forte impatto sui ritmi circadiani. Una particolare attenzione alla tempistica del pasto in relazione all’esposizione alla luce è probabilmente il modo migliore per attenuare gli effetti negativi del lavoro a turni. Anche per chi ha un orario di lavoro normale fare attenzione agli orari dei pasti è importante per mantenere sano l’orologio biologico, specialmente quando si invecchia.”

 

 

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Prevenzione, una dieta sbagliata

è il primo fattore di rischio per il cuore

 

Più di due terzi delle morti per cardiopatia ischemica nel mondo potrebbero essere evitate migliorando la dieta. Questa è la conclusione di uno studio pubblicato sull’European Heart Journal – Quality of Care and Clinical Outcomes, una rivista della Società Europea di Cardiologia (ESC).

I risultati del nuovo studio, resi noti in occasione della Giornata Mondiale del Cibo (World Food Day) vengono da un’analisi dei dati raccolti dal Global Burden of Disease Study 2017, condotto in 195 paesi del mondo tra il 1990 e il 2017.

Nell’anno 2017 la cardiopatia ischemica ha causato 8,9 milioni di morti, che equivale al 16% di tutti i decessi, in aumento rispetto al 12,6% di tutti i decessi rilevato nel 1990.

Tra il 1990 e il 2017 sono quasi raddoppiati i casi di cardiopatia ischemica, anche se è diminuita la prevalenza (-11,8%), l’incidenza (-27,4%) e i tassi di mortalità (-30%) per questa malattia.

Questo vuol dire che “Sono stati compiuti progressi nella prevenzione delle malattie cardiache e nel miglioramento della sopravvivenza, in particolare nei paesi sviluppati, ma il numero di persone colpite continua a crescere a causa della crescita della popolazione e dell’invecchiamento”, spiega Xinyao Liu della Central South University, di Changsha (Cina), autore dello studio.

Quanto pesano i diversi fattori di rischio

I ricercatori hanno calcolato l’impatto di 11 fattori di rischio sulla mortalità per cardiopatia ischemica. Si trattava di:

– dieta

– ipertensione

– colesterolo LDL alto

– glicemia alta

– fumo

– indice di massa corporea (BMI) elevato

– inquinamento atmosferico

– scarsa attività fisica

– funzionalità renale compromessa

– esposizione al piombo

– abuso di alcol

Analizzando il peso di ognuno di questi fattori di rischio e ipotizzando che gli altri non avessero influenza risulta che il 69,2% dei decessi per cardiopatia ischemica nel mondo potrebbe essere prevenuto se si adottassero diete più sane, il 54,4% se la pressione arteriosa sistolica fosse mantenuta a 110-115 mmHg, il 41,9% se le LDL sieriche fossero mantenute a 0,7-1,3 mmol/L.

Inoltre, circa un quarto dei decessi per cardiopatia ischemica (25,5%) potrebbe essere prevenuto se la glicemia a digiuno fosse mantenuta a 4,8-5,4 mmol/L, mentre l’eradicazione del fumo e del fumo passivo potrebbe fermare un quinto (20,6%) dei decessi.

L’uso del tabacco si è classificato al quarto posto nella causa dei decessi per cardiopatia ischemica negli uomini, ma solo al settimo nelle donne. L’alto indice di massa corporea è stato il quinto maggior contributore alle morti per cardiopatia ischemica nelle donne e il sesto negli uomini. Per le donne, il 18,3% dei decessi per cardiopatia ischemica potrebbe essere prevenuto se il BMI fosse mantenuto a 20-25 kg/m2.

“La cardiopatia ischemica – conclude Liu – è ampiamente prevenibile con comportamenti sani e le persone dovrebbero prendere l’iniziativa per migliorare le proprie abitudini. Inoltre, sono necessarie strategie su misura per le diverse aree geografiche. Ad esempio, i programmi per ridurre l’assunzione di sale possono avere i maggiori benefici nelle regioni in cui il consumo è più elevato come la Cina e l’Asia centrale”.

 

 

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l rischio di ingrassare aumenta

nelle persone che consumano una cena tardiva

 

Cenare tardi la sera può favorire l’aumento ponderale e l’iperglicemia, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism supportato dai National Institutes of Health e dall’American Heart Association. «Questi dati suggeriscono che mangiare la sera tardi peggiora la tolleranza al glucosio e riduce la quantità di grasso metabolizzato nella notte. L’effetto varia da persona a persona e dipende dall’orario del riposo notturno, e se l’abitudine a cenare tardi perdura nel tempo potrebbe portare a conseguenze come il diabete o l’obesità» afferma il coautore Jonathan Jun della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora.

I ricercatori hanno reclutato 20 volontari sani, 10 uomini e 10 donne, per verificare come veniva metabolizzata la cena consumata alle 22 rispetto a quella delle 18, iniziando il riposo notturno alle 23. E, a conti fatti, hanno scoperto che i livelli glicemici erano maggiori e la quantità di grasso alimentare metabolizzato era minore cenando tardi. «In media, rispetto al gruppo che cenava alle 18, il picco di glucosio dopo il pasto consumato alle 22 era più alto di circa il 18% e la quantità di lipidi ingeriti bruciati nelle ore notturne era di circa il 10% più basso» spiegano gli autori, sottolineando che questi effetti, riscontrati in volontari sani, potrebbero essere maggiori negli obesi o nei diabetici, che hanno un metabolismo già compromesso. Questo non è il primo studio a mostrare gli effetti dell’alimentazione tardiva, ma è tra i più dettagliati: i partecipanti indossavano misuratori di attività fisica, eseguivano prelievi di sangue ogni ora durante la permanenza in laboratorio, venivano sottoposti a studi sul sonno, a scansioni della massa grassa e a stime del tasso di ossidazione lipidico. «Alcune ricerche suggeriscono che il consumo calorico tardivo si associa all’obesità e alla sindrome metabolica, ma servono ulteriori indagini per verificare se gli effetti perdurano nel tempo e se sono causati anche dalle abitudini e dai ritmi circadiani di ciascuno» conclude Jun.

 

J Clin Endocrinol Metabol 2020. Doi: 10.1210/clinem/dgaa354

https://dx.doi.org/10.1210/clinem/dgaa354

 

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Scoperti batteri intestinali

che impediscono ai topi di diventare obesi

 

In uno studio pubblicato su Science è stata identificata una classe di batteri intestinali che impedisce di diventare obesi. Ecco perché.

Stato dell’arte

Quasi 2 miliardi di persone in tutto il mondo sono obese e a rischio di sviluppare disturbi metabolici, come il diabete di tipo 2. Diversi studi si sono concentrati sul ruolo del sistema immunitario nelle malattie metaboliche e hanno suggerito che il microbiota intestinale, che si ritiene regoli il metabolismo, sia alterato nelle persone obese.

Cosa aggiunge questo studio

I ricercatori hanno identificato una classe di batteri intestinali (Clostridia) che impedisce ai topi di diventare obesi, suggerendo come questi stessi microbi possano controllare il peso nell’uomo in modo simile. I batteri di questa classe sono risultati abbondanti nell’intestino di topi sani; al contrario, sono presenti in scarse quantità in topi immuno-compromessi anziani. Anche se nutriti con una dieta sana, questi animali sono diventati obesi; il peso è rimasto invece nella norma in caso di trattamento con Clostridia.

Conclusioni
I risultati mostrano che l’obesità osservata nei topi immuno-compromessi è causata dall’incapacità del sistema immunitario di riconoscere i batteri. Comprendere la relazione esistente tra batteri intestinali, obesità e sistema immunitario potrebbe aiutare a prevenire e curare l’obesità e i disordini metabolici.

Charisse Petersen dell’Università dello Utah e i suoi colleghi hanno identificato una classe di batteri intestinali (Clostridia) che impedisce ai topi di diventare obesi. Lo studio, pubblicato su Science, dimostra come cellule immunitarie specializzate possano influenzare la composizione del microbiota intestinale e in particolare la presenza di batteri che promuovono o riducono l’assorbimento dei grassi, proteggendo così dall’obesità e dalle condizioni metaboliche associate.

Oggi, quasi 2 miliardi di persone in tutto il mondo sono obese e rischiano di sviluppare disturbi metabolici, come il diabete di tipo 2. Diversi studi si sono concentrati sul ruolo del sistema immunitario nelle malattie metaboliche e hanno suggerito che il microbiota intestinale, che si ritiene regoli il metabolismo, sia alterato nelle persone obese.

Per valutare il legame tra obesità e sistema immunitario, i ricercatori hanno esaminato topi immuno-compromessi.

Topi obesi

I risultati ottenuti dai ricercatori indicano che i topi immuno-compromessi non sono in grado di sviluppare un tipo di cellule immunitarie specializzate e di produrre nell’intestino un anticorpo specifico chiamato immunoglobulina (IgA). La mancanza di IgA intestinale non consente ai topi di controllare efficacemente la composizione del microbiota intestinale, rendendo l’intestino un ambiente ostile per i batteri della classe Clostridia.

Anche se nutriti con una dieta sana, i topi immuno-compromessi sono diventati obesi e hanno sviluppato molte delle condizioni metaboliche correlate all’obesità tipiche dell’uomo.

Un piccolo aiuto dai batteri

I ricercatori hanno scoperto che i batteri della classe Clostridia impediscono l’aumento di peso bloccando la capacità dell’intestino di assorbire i grassi. Rispetto a topi germ-free (quindi privi di qualsiasi microrganismo), i topi che presentavano nell’intestino solo Clostridia erano più magri. I roditori avevano anche livelli più bassi di CD36, un gene che regola l’assorbimento degli acidi grassi. Inoltre, le molecole secrete da Clostridia sono state in grado di ridurre i livelli di CD36 in vitro.

In conclusione, i ricercatori sostengono la necessità di isolare queste molecole batteriche e testarne il funzionamento. Comprendere la relazione che lega batteri intestinali, obesità e sistema immunitario potrebbe infatti aiutare a prevenire e curare l’obesità e i disordini metabolici.