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Allergia all’uovo: i biscotti

facilitano l’attivazione dei meccanismi immunologici

 

Nei bambini allergici all’uovo non è necessario, nella maggioranza dei casi, eliminare dalla dieta tutti gli alimenti contenenti l’uovo. Anzi, mantenere un’assunzione regolare di “uovo cotto in matrice di frumento”, come ad esempio i comuni biscotti all’uovo, facilita l’attivazione dei meccanismi immunologici alla base dello sviluppo della tolleranza all’alimento. E’ quanto ha dimostrato uno studio dei ricercatori della Clinica Pediatrica dell’Irccs Materno Infantile “Burlo Garofolo” di Trieste, pubblicato sulla rivista scientifica del Karolinska Institute di Stoccolma, ‘Acta Pediatrica’.

Anche se la maggioranza dei bambini allergici crescendo acquisisce spontaneamente la tolleranza all’uovo, una percentuale minore continua ad avere reazioni anche in età adulta. “Con l’intento di migliorare la qualità di vita accelerando l’acquisizione di tolleranza e cercando di indurre la guarigione – spiega Egidio Barbi, direttore della Clinica Pediatrica e co-autore dello studio condotto, tra gli altri, da Laura Badina e Irene Berti della Allergologia dell’Istituto – la scienza medica ha sviluppato protocolli di ‘desensibilizzazione orale’, ovvero assunzione progressiva di minime quantità dell’alimento offendente poi incrementate gradualmente”.

In questo studio sono stati seguiti per un quadriennio 86 bambini tra i 3 e gli 8 anni, allergici all’uovo con reazioni sistemiche significative. La ricerca ha dimostrato che, senza dover passare da una “desensibilizzazione” con l’uovo fresco, si può inserire nella dieta l’uovo “cotto in matrice di frumento” migliorando la prognosi. Lo studio ha confermato che l’uovo dei biscotti è tollerato in un’alta percentuale di bambini allergici e può essere da subito introdotto nella dieta. Inoltre, è stato riscontrato un miglioramento dei parametri immunologici nei bambini che assumono regolarmente i biscotti all’uovo simile a quanto si registra nella desensibilizzazione orale con l’uovo puro.  Dopo un anno di assunzione regolare di uovo “cotto in matrice di frumento”, tutti gli 86 bambini sono stati sottoposti a un “test di scatenamento” con uovo fresco: in circa il 60% il test è risultato negativo. “Si tratta – conclude Barbi – di una prova concettuale di importante significato clinico, facilmente applicabile su vasta scala”. 

 

 

 

Attenti al sale

 

Il cloruro di sodio, normale sale da cucina, va usato con attenzione. Il nostro corpo ha bisogno ogni giorno di sodio, ma troppo può aumentare la pressione arteriosa.

Quando si parla di sale, indirettamente si parla di sodio. Il sodio è un elemento che costituisce il nostro organismo e pertanto la sua presenza è necessaria per un corretto funzionamento delle nostre cellule, ma un eccesso di sodio, o una carenza, possono creare squilibri e pertanto dobbiamo garantirci un apporto giornaliero per ripristinare le perdite fisiologiche che avvengono, ad esempio, attraverso la lacrimazione, il sudore o le urine, senza tuttavia eccedere con i quantitativi.

Infatti, un eccesso di sodio in soggetti predisposti, può favorire un aumento della pressione arteriosa con conseguente aumento del rischio cardiovascolare, ma anche  ritenzione idrica, dando luogo a temporanei aumenti di peso corporeo non legati ad un vero e proprio incremento della massa grassa.

Per questi motivi si consiglia, soprattutto a coloro che devono tenere sotto controllo il peso e la pressione, di limitare l’uso del sale.

Il sale in tavola

Il sale da cucina è una fonte importante di sodio: si stima che un grammo di sale contenga circa 0,4 g di sodio. Tuttavia, dobbiamo tenere presente che il sale da cucina non è l’unica fonte di sodio della nostra dieta, essendo contenuto in svariati alimenti.

Gli esempi che seguono mostrano quanti mg di sodio sono contenuti mediamente in 100 gr di  alcuni degli alimenti che più facilmente portiamo sulle nostre tavole:

– Carni sotto sale (Bresaola, prosciutto, ecc.)

e insaccati (salame, salsiccia, wurstel)              800 – 1800

– Salame cacciatore                                                   1500

– Carne bovina in scatola                                          700

– Formaggio stagionato                                            600

– Il pane formato rosetta                                          317

– Mozzarella di vacca                                                300

– Pollo                                                                           62

– Carne rossa                                                               55

– Pomodoro                                                                  6

La Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) definisce l’assunzione media per la prevenzione non più di 2.400 mg di sodio al giorno, per soggetti maschi e femmine dagli 11 a 59 anni in 1.500 mg.
Il sale da cucina non è di per sé nocivo, anzi esistono formulazioni di sale arricchito, come ad esempio il sale iodato, che può rappresentare una fonte di iodio (elemento utile per la nostra tiroide) soprattutto nelle aree geografiche dove l’acqua ne contiene poco o nulla, ma va usato con moderazione, perché contiene una quantità molto elevata di sodio.

Immaginate con quanta facilità potete assumere 1 grammo di sale (400 mg di sodio) e 120 g di pane rosetta, o 100 gr di mozzarella.

Oltre alla facilità di consumo si deve considerare anche il valore nutrizionale dell’alimento:

– Assumendo sale introducete solo cloruro di sodio, e in alcuni casi iodio che potete comunque trovare in grande quantità nei pesci e nel pescato in generale.

– Mangiando 120 g di pane assumete carboidrati a lento rilascio assolutamente utili nell’equilibrata alimentazione e per l’apporto energetico.

– Un secondo costituito da formaggio stagionato che può sostituire 2 uova o 100 g di carne, apporta 300 mg di sodio,  16 g di proteine ad alto valore biologico, con i 9 aminoacidi essenziali, 14 g di grassi di cui oltre il 32% insaturi, 600 mg di calcio un minerale indispensabile per formare e mantenere la massa ossea, oltre a tanti altri minerali come gli antiossidanti zinco e selenio, e molte vitamine tra le quali la A e la B12.

È quindi evidente che, mentre gli alimenti con un alto valore nutrizionale non possono essere eliminati dalla dieta, il sale può invece essere ridotto di molto se ci si abitua a gustare il cibo con il suo originale sapore e non coperto da “gusto salato”.

Il gusto salato

Perché per molte persone l’indicazione a ridurre il sale è estremamente difficile da seguire? Perché il palato, è stato abituato a percepire come gustoso e gratificante solo ciò che contiene una determinata quantità di sale e, in genere, si tratta di quantità piuttosto elevate; per questo le mamme dovrebbero fare molta attenzione fin dallo svezzamento abituando i piccoli a scoprire il reale gusto di ogni alimento, evitando di alterarne i sapori con l’aggiunta di condimenti. Fortunatamente, esistono alcune strategie che si possono seguire per rendere meno ostica la riduzione dell’utilizzo di sale.

Rieducare il palato con gradualità. L’abitudine ha un ruolo importante nella percezione dei sapori e, se la quantità di sale è ridotta poco alla volta, possiamo offrire alle papille gustative la possibilità di “riscoprire” sapori che non venivano più percepiti perché coperti dal sapore salato.

Utilizzare sale iposodico, utile per chi soffre di ipertensione.

Sostituire il sale con l’utilizzo delle spezie e aromi. Esistono innumerevoli tipi di spezie, caratterizzate dai sapori e dai colori più svariati. Molti aromi (come basilico, rosmarino, origano, salvia, peperoncino) sono utilizzati abitualmente nella tradizionale gastronomia italiana, mentre altre provengono da numerose regioni del mondo, soprattutto dai Paesi più caldi (pepe, curry, curcuma, cumino, noce moscata).

Non utilizzare esaltatori di sapidità perché sono composti soprattutto da sale.

Imparare a “giocare” con spezie e aromi per insaporire i propri cibi è un esercizio interessante e benefico che può portare numerosi vantaggi alla salute grazie all’alto apporto di antiossidanti, ma anche fantasia in cucina diventando spunto per sperimentare nuove ricette (esempio i gamberoni al curry) e conoscere i sapori di diverse regioni del mondo; il loro utilizzo permette di limitare l’uso del sale e di condimenti grassi, che aumentano il valore calorico dei nostri piatti in maniera anche importante; infine, la maggior parte delle spezie contiene molecole benefiche provenienti dal mondo vegetale, che possono avere effetti antinfiammatori e antiossidanti. Unica limitazione? Le spezie sarebbero da limitare in chi soffre di reflusso gastro-esofageo o colon irritabile, perché, in alcuni soggetti, possono incrementare la presenza dei sintomi.

 

 

 

Celiachia e sensibilità al glutine si possono distinguere con gli anticorpi?

 

Un nuovo studio americano ha individuato per la prima volta nei soggetti con sensibilità al glutine una risposta anticorpale differente rispetto ai celiaci.

Lo studio è stato realizzato dal team di ricercatori della Columbia University Medical Center (CUMC) a New York, guidato da Armin Alaedini, uno dei gruppi che da più tempo studia la sensibilità al glutine non celiaca (NCGS, Non-Celiac Gluten Sensitivity). Questa condizione è caratterizzata da un quadro clinico simile a quello della malattia celiachia e questi risultati potrebbero aprire nuove strade per la diagnosi e la gestione della NCGS.

Lo studio

Nello studio, pubblicato sulla rivista Gastroenterology, Alaedini e colleghi hanno analizzato i campioni di sangue di 40 pazienti con malattia celiaca, 80 pazienti con sensibilità al glutine non celiaca e 40 controlli sani, che seguivano un regime alimentare senza restrizioni contenente glutine.

Con l’ingestione del glutine le IgG aumentano a livelli simili nei pazienti con malattia celiaca e in quelli NCGS, ma analizzando le sottoclassi i ricercatori americani hanno trovato una differenza.

“Abbiamo scoperto che le cellule B dei pazienti celiaci hanno prodotto un profilo di sottoclasse di IgG con un forte potenziale infiammatorio, che è associato alla reazione autoimmune e al danno delle cellule intestinali – spiega Alaedini – mentre i pazienti con sensibilità al glutine non celiaca hanno prodotto IgG associabili a una risposta infiammatoria più contenuta”.

Nei pazienti con malattia celiaca, gli anticorpi anti-gliadina IgG erano principalmente IgG1 e IgG3, i cui livelli erano significativamente aumentati rispetto al gruppo NCGS e ai controlli sani. Anche le IgG2 erano aumentate rispetto al gruppo sano. Nel gruppo NCGS, invece, le IgG4 erano significativamente elevate, rispetto al gruppo dei pazienti celiaci e ai controlli sani, così come le IgG2  rispetto al gruppo sano.

“I dati del nostro studio – precisano i ricercatori – mostrano che la celiachia e la NCGS sono abbastanza differenti nella distribuzione delle sottoclassi delle IgG in risposta al glutine, così come nella relazione tra queste sottoclassi e la sospetta patologia intestinale. Questo contrasto riflette probabilmente le differenze nella progressione e rilevanza delle risposte immunitarie delle cellule B nella celiachia rispetto alla NCGS “.

Le prospettive

“Spero che questi dati aiutino ad aumentare la consapevolezza tra i medici che la sensibilità al grano in assenza di celiachia è una condizione distinta con una base biologica – ha detto Alaedini – sebbene allo stato attuale sia necessario un complesso lavoro clinico per valutare i pazienti, probabilmente in futuro avremo a disposizione nuovi biomarcatori per aiutare i medici a fare una diagnosi in modo più semplice e accurato”.

“Inoltre – conclude Alaedini – le informazioni che stiamo apprendendo su NCGS e celiachia studiandole insieme possono fornire importanti spunti per lo sviluppo di trattamenti efficaci, oltre le restrizioni dietetiche.”

 

 

 

Covid-19: il microbioma intestinale può influenzare la risposta immunitaria

 

Secondo uno studio condotto a Hong Kong, il microbioma intestinale potrebbe influenzare la gravità del Covid-19 e la portata della risposta immunitaria all’infezione.

“La composizione dei microrganismi intestinali (microbiota) nei pazienti con Covid-19, molto diversa rispetto agli individui non infetti, è correlata alla gravità della malattia. I pazienti Covid non presentano alcuni batteri buoni noti per regolare il sistema immunitario”, osserva Siew Ng, della Chinese University di Hong Kong, autrice principale dello studio. I ricercatori hanno osservato che la composizione del microbioma intestinale era alterata in maniera statisticamente significativa nei pazienti con Covid-19 rispetto alle controparti, a prescindere che fossero stati trattati o meno con antibiotici. Il microbiota intestinale anomalo (disbiosi) nei pazienti con Covid persiste dopo l’eliminazione del virus. Queste alterazioni potrebbero rivestire un ruolo nel “long Covid”. La gestione clinica non dovrebbe mirare solo a eradicare il virus, ma anche a ripristinare il microbiota intestinale anomalo.

 

 

Covid-19, il ruolo della nutrizione per la prevenzione e nella terapia

 

Il ruolo della nutrizione nell’infezione da SARS-CoV-2 è un argomento inevitabilmente di grande attualità. Tra gli studi più recenti su questo tema c’è una review italiana, pubblicata dalla rivista Nutrition su “Obesità, malnutrizione e deficit di oligoelementi nella pandemia della malattia da coronavirus (COVID-19)”. Abbiamo chiesto alla prima autrice di questo lavoro, Debora Fedele, dietologa dell’Unità di Dietetica e Nutrizione Clinica, Ospedale S. Giovanni Battista, Città della Salute e della Scienza, Torino, di sintetizzarne i temi più importanti.

Dottoressa Fedele, in che modo lo stato nutrizionale può influire sulla suscettibilità all’infezione da SARS-CoV-2 e sulla gravità della malattia?

È dimostrato che una compromissione dello stato nutrizionale, in generale, determina un allungamento dei tempi di degenza ed è associato a peggior outcome per tutte le patologie. Quello che accomuna i tre tipi di malnutrizione (per eccesso, per difetto e per carenza di micronutrienti) è l’alterata risposta immunitaria, sia cellulo-mediata che immuno-mediata.

È inoltre noto che nei pazienti obesi e nelle gravi sarcopenie è già attiva un’infiammazione di basso grado, con aumento delle citochine circolanti, che può ulteriormente aggravarsi dopo un’infezione. Se prendiamo l’esempio dell’influenza H1N1, infatti, è stata rilevata una maggiore concentrazione di IL-6, IL-15, IL-8 e TNF-a, con una correlazione significativa rispetto a un peggiore outcome.

Una percentuale non trascurabile di pazienti affetti da COVID-19 con necessità di ventilazione invasiva è costituita da soggetti obesi: qui sono in causa soprattutto le comorbidità associate, quali asma e BPCO, che possono inficiare gravemente gli scambi respiratori.

Per quanto concerne la sarcopenia, bisogna considerare anche la perdita di funzione dei muscoli deputati alla respirazione e i ridotti valori di picco di flusso espiratorio (PEFR), riscontrabili in questa categoria di pazienti rispetto ad una popolazione di controllo sana.

Nel suo lavoro si evidenzia anche il ruolo di vitamine ed oligoelementi nella risposta immunitaria e nei processi infiammatori, ci può riassumere gli aspetti più importanti di questa associazione?

Vitamine ed oligoelementi giocano un ruolo chiave nella modulazione della risposta immunitaria e respiratoria. Un dato curioso riguarda ad esempio il selenio: questo elemento traccia, infatti, svolge un ruolo antiossidante e immuno-regolatorio e da uno studio condotto in Cina (tra i Paesi al mondo nel cui territorio coesistono zone carenti in selenio nel terreno e zone con elevatissime concentrazioni fino a determinare un rischio di intossicazione) è emerso che in zone con scarsa disponibilità di selenio la mortalità legata all’infezione da COVID-19 era maggiore.

Tra gli altri oligoelementi sono importanti inoltre zinco e rame, la cui carenza sembra essere associata a maggiore rischio di infezione delle basse vie respiratore e maggiore capacità di replicazione del genoma virale (almeno da quanto emerge dagli studi su H1N1).

Lo stesso discorso vale anche per le vitamine (A, C, E, D), per le quali è stata proposta la supplementazione anche nelle fasi acute. Per quanto riguarda, ad esempio, l’acido ascorbico, alcuni protocolli ne suggeriscono un uso ad alte dosi nei pazienti sottoposti a ventilazione meccanica.

Sul possibile ruolo della vitamina D, in particolare, e della supplementazione come fattore protettivo dal COVID-19 sono comparse notizie discordanti, qual è il suo parere?

Come noto, la vitamina D ha effetti pleiotropici sull’organismo che si manifestano anche nella risposta immune, così come può influenzare la permeabilità delle cellule alveolari.

Già dai primi studi condotti sui pazienti affetti da COVID-19 è stata evidenziata una correlazione tra bassi livelli di 25(OH)vitamina D e infezione da SARS-CoV-2, ma bisogna considerare anche le caratteristiche della popolazione presa in esame, per lo più composta da soggetti con patologie pregresse e/o anziani. Va inoltre considerato che in fase di infiammazione acuta vi è riduzione delle proteine di trasporto, aumento del volume di distribuzione e di conseguenza maggiore diluizione, determinando perciò basse concentrazioni sieriche per diluizione.

Si può ritenere adeguato, a mio giudizio, in contesto di “prevenzione”, la supplementazione di colecalciferolo al fine di mantenere adeguati livelli di vitamina D, ma riguardo l’impatto della supplementazione in fase acuta in questa categoria di pazienti mancano dati conclusivi sugli outcome.

Quale dovrebbe essere in generale la strategia nutrizionali per i pazienti, in particolar modo anziani e categorie più a rischio, in funzione preventiva e come approccio complementare alla terapia del COVID-19?

In generale, possiamo dire che la valutazione dello stato nutrizionale e la prevenzione della malnutrizione sono elementi non trascurabili che andrebbero indagati in tutti i pazienti, così da poter indirizzare i soggetti all’attenzione degli operatori sanitari che valuteranno le abitudini alimentari e potranno dare indicazioni specifiche rispetto ad un eventuale intervento dietetico. Questo si traduce in migliore immunocompetenza e, in soggetti ospedalizzati, a ridotti tempi di ricovero.

Il ruolo dell’alimentazione nell’ambito della terapia del COVID-19 si traduce nell’individuare le eventuali carenze ed assicurare un’opportuna supplementazione (anche con dosaggi di micronutrienti superiori alle quantità giornaliere raccomandate), eventualmente con l’ausilio del supporto artificiale nei pazienti ospedalizzati.

 

 

Disfunzioni tiroidee e nutrizione, esiste una dieta della tiroide?

 

Ci sono evidenze scientifiche che possono supportare consigli dietetici specifici per chi soffre di disfunzioni tiroidee? Possono essere utili gli integratori alimentari? In sostanza esiste una “dieta della tiroide”?

Se lo chiedono in un lungo editoriale pubblicato on line su Medscape, Angela M. Leung e Gonzalo J. Acosta del dipartimento di Endocrinologia della University of California (UCLA) di Los Angeles (Usa). Ecco le indicazioni contenute in questo focus su dieta e tiroide.

Iodio: a chi serve la supplementazione

Il corretto funzionamento della tiroide richiede una quantità sufficiente di iodio assunto dagli alimenti o con integratori. La quantità raccomandata è di 150 µg di iodio al giorno, mentre alle donne in gravidanza e in allattamento si consigliano quantità maggiori (220 µg/giorno e 290 µg/giorno, rispettivamente). Lo iodio è contenuto nel sale iodato (il sale marino senza supplementazione non contiene iodio) nel pesce e frutti di mare e in alcuni tipi di pane e cereali.

Secondo gli autori di questo articolo, raccomandare una supplementazione di iodio è particolarmente importante per le donne durante la gravidanza e in allattamento.

L’assunzione di una quantità eccessiva di iodio può causare ipotiroidismo o ipertiroidismo. Ci sono anche prove che l’eccesso di iodio cronico può indurre tiroidite autoimmune, perché la tireoglobulina iodata è immunogena. Per questi motivi, l’American Thyroid Association raccomanda di evitare integratori contenenti >500 µg di iodio per dose giornaliera.

Verdure crucifere, non vanno eliminate

Le verdure crucifere (cavolfiore, cavolo, broccoli, cavoletti di Bruxelles, ecc,) e i prodotti a base di soia, poiché tendono a ridurre la quantità di iodio disponibile nella tiroide possono favorire l’ingrossamento della ghiandola (gozzo tiroideo). Ne consegue che questi vegetali dovrebbero essere eliminati dalla dieta di chi ha problemi con la funzionalità della tiroide. È proprio così? Gli autori specificano che attualmente non ci sono evidenze che permettano di indicare quale sia la quantità di verdure crucifere assunte con la dieta sufficiente per interferire con il funzionamento della tiroide. Quindi non c’è nessun motivo per rinunciare ai benefici apportati da questi vegetali, se assunti in quantità normalmente compatibile con una dieta equilibrata.

Soia, sicura nelle giuste quantità

I prodotti dietetici a base di soia (tra cui latte di soia, tofu, salsa di soia, tempeh e miso), contengono isoflavoni, composti polifenolici classificati anche come fitoestrogeni per i loro effetti simili agli estrogeni. Poiché gli isoflavoni possono inibire l’azione della perossidasi tiroidea, enzima necessario per la sintesi dell’ormone tiroideo, è stato suggerito che l’assunzione di soia con la dieta possa aumentare il rischio di ipotiroidismo.

Allo stesso modo, è possibile che una dose maggiore di sostituto dell’ormone tiroideo possa essere richiesta nei pazienti in trattamento per ipotiroidismo che consumano elevate quantità di soia.

Tuttavia, specificano gli autori di questo articolo, i test scientifici indicano effetti negativi molto limitati sulla funzione tiroidea con un consumo di quantità normali di soia. L’elevato consumo di soia tra individui eutiroidei e subclinicamente ipotiroidei è stato correlato con aumenti lievi dei livelli sierici di ormone stimolante la tiroide (TSH); non ci sono stati cambiamenti nei livelli di ormone tiroideo libero. Un’eccezione è rappresentata dal latte artificiale a base di soia somministrato a neonati con ipotiroidismo congenito. Può essere necessario un aumento della dose di levotiroxina per far fronte adeguatamente alle loro esigenze di ormone tiroideo.

Gli autori concludono che il consumo di una quantità ragionevole di soia non aumenta il rischio di disfunzione alla tiroide.

Micronutrienti minerali

Il selenio è un micronutriente importante per il metabolismo dell’ormone tiroideo. La quantità giornaliera raccomandata negli Stati Uniti per il selenio negli uomini e nelle donne non gravide e che non allattano è di 55 µg. Le fonti alimentari più ricche di selenio sono i frutti di mare e le interiora. Le fonti tipiche nella dieta occidentale sono pane, cereali, carne, pollame, pesce e uova.

La maggior parte dei dati sul selenio e sulle malattie della tiroide riguardano la tiroidite autoimmune cronica. Alcuni studi hanno suggerito che la supplementazione di selenio nella malattia tiroidea autoimmune può essere utile, perché bassi livelli sono stati associati a maggiori rischi di gozzo e noduli tiroidei. Tuttavia, sebbene l’assunzione di selenio possa ridurre i titoli sierici degli autoanticorpi tiroidei a breve termine, non è chiaro se queste riduzioni anticorpali siano correlate al mantenimento a lungo termine della normale funzione tiroidea o con una diminuzione degli esiti ostetrici avversi nelle donne in gravidanza con positività sierica agli anticorpi tiroidei. Generalmente, scrivono gli autori di questo focus, non raccomandiamo l’integrazione di selenio ai nostri pazienti al solo scopo di favorire la disfunzione tiroidea o l’autoimmunità tiroidea.

Un’eccezione, tuttavia, è nei pazienti con oftalmopatia di Graves lieve. In questa popolazione, l’integrazione di selenio può migliorare la qualità della vita e il decorso delle malattie degli occhi. La European Thyroid Association/European Group on Graves ‘Orbitopathy raccomanda 200 mg al giorno come ciclo di 6 mesi per questi pazienti.

Zinco, rame e magnesio. I ruoli di zinco, rame e magnesio nella sintesi e nel metabolismo degli ormoni tiroidei non sono ben definiti. Con le evidenze attualmente disponibili l’integrazione di questi oligoelementi esclusivamente allo scopo di promuovere la funzione tiroidea non è supportata.

Fluoro. Il fluoro si trova naturalmente nell’ambiente o artificialmente nell’acqua potabile pubblica (aggiunto per la prevenzione della carie dentale). È anche presente in prodotti come tè, alimenti trasformati, prodotti dentali, integratori e alimenti spruzzati con pesticidi contenenti fluoro. Studi sugli animali risalenti agli anni ’70 hanno descritto riduzioni dei livelli sierici di ormoni tiroidei dovute all’esposizione al fluoro, sebbene non sia stato stabilito un meccanismo chiaro. Negli esseri umani, gli studi che esaminano la relazione tra l’esposizione al fluoro e l’ipotiroidismo hanno mostrato risultati contrastanti. Uno studio più recente basato sulla popolazione ha descritto un lieve aumento dei livelli sierici di TSH tra gli adulti carenti di iodio con livelli più elevati di fluoruro urinario. Se questi risultati siano clinicamente rilevanti rimane poco chiaro in assenza di rigorosi studi clinici. Sulla base dei dati osservazionali disponibili, è difficile determinare quale grado di esposizione al fluoro possa influire negativamente sulla salute della tiroide.

Infine, gli autori fanno un breve cenno alla possibile influenza sul funzionamento della tiroide di alcuni regimi alimentari sempre più diffusi.

Dieta senza glutine e tiroide

Esistono evidenze di una relazione tra celiachia e malattia tiroidea autoimmune. Una meta-analisi di studi che hanno incluso quasi 95mila pazienti ha mostrato una prevalenza tre volte maggiore di malattie della tiroide (in particolare, tiroidite di Hashimoto) tra i pazienti celiaci rispetto ai soggetti non celiaci. Pertanto, affermano gli autori, sembra ragionevole la proposta di sottoporre a screening per la celiachia i pazienti con malattia tiroidea autoimmune e viceversa.

Per quanto riguarda la dieta senza glutine non ci sono evidenze sufficienti sul fatto che questo regime alimentare in assenza di celiachia possa influire nella salute dei pazienti con o senza malattia tiroidea accertata.

Infine, non ci sono chiare evidenze sulla possibile influenza sul rischio di cancro alla tiroide, del consumo di grassi animali, di caffè, tè o alcol e neppure sui possibili benefici di una supplementazione di vitamina D.

Le raccomandazioni

Gli autori concludono che ci sono ancora molti aspetti da approfondire della complessa relazione tra malattie della tiroide, dieta e integratori alimentari. Allo stato attuale le evidenze supportano solo i seguenti consigli:

– 150 µg di iodio al giorno nelle persone con restrizioni dietetiche o che stanno considerando una gravidanza, in gravidanza o  in allattamento al seno;

– non evitare le verdure crocifere o la soia negli adulti, se consumate in quantità ragionevoli;

– consultare il medico sulla malattia degli occhi della tiroide, per la quale il selenio potrebbe apportare benefici.

 

 

Grassi saturi, quale ruolo nell’alimentazione

 

In occasione del sedicesimo Congresso Mondiale di Sanità Pubblica, il Sustainable Nutrition Scientific Board (SNSB) ha partecipato ad un dialogo sulle sfide legate alla necessità di nutrire una popolazione mondiale in continua crescita.

Il Sustainable Nutrition Scientific Board è stato creato questa estate ed è costituito da un gruppo scientifico internazionale e indipendente di otto esperti, che hanno dato il via ad un progetto di ricerca di tre anni che si concluderà con la formulazione di spunti e soluzioni per una alimentazione sostenibile. Durante questo primo anno il Board si sta concentrando sul ruolo degli oli e dei grassi nell’alimentazione, valutando anche l’impatto ambientale e socioeconomico del processo di produzione.

In linea con il tema del congresso “Il futuro dell’umanità: analisi, patrocinio e azione”, il seminario virtuale, a cui hanno partecipato gli esperti, ha offerto una discussione sull’importante ruolo degli oli vegetali nel nutrire l’umanità.

Una particolare attenzione è stata data all’olio di palma e al suo principale componente, l’acido palmitico, che è “l’acido grasso saturo maggiormente presente nel corpo umano (costituisce il 20-30% degli acidi grassi di tutto il corpo)”, come ha ricordato nel suo intervento Sebastiano Banni, Professore di scienze biomediche all’Università di Cagliari. L’acido palmitico viene prodotto per via endogena dal nostro organismo ed è presente anche nel latte materno, proprio perché ha un importante ruolo fisiologico, essendo ad esempio un componente del surfactante degli alveoli polmonari e delle membrane cellulari.

L’approccio del Board consiste nell’analizzare i diversi aspetti riguardanti la salute e l’alimentazione, “mettendoli anche in relazione con la produzione del cibo e l’impatto ambientale della produzione e della lavorazione degli alimenti”, ha spiegato nella sua introduzione il Professor Olivier Joillet, membro del Board ed esperto in sistemi alimentari sani e sostenibili.

In questo senso, ha spiegato il Professor Astrup, l’olio di palma è un alimento interessante perché è di origine vegetale e non animale, quindi ha un minor impatto ambientale, è salutare e fornisce calorie e nutrienti. L’esperto ha citato i diversi benefici dell’olio di palma per la salute, conducendo una riflessione sulla necessità di rivedere le linee guida europee e americane, secondo le quali bisognerebbe limitare il consumo di acidi grassi saturi. “Non tutti gli acidi grassi saturi sono uguali”, ha commentato.

Meta-analisi e studi osservazionali sull’argomento suggeriscono che il consumo di grassi saturi non è dannoso per la salute e non è associato allo sviluppo di diabete e malattie cardiovascolari. Anzi, i grassi dello yogurt del formaggio, secondo gli studi, potrebbero proteggere da queste patologie. È comunque necessario considerare, più che il singolo nutriente, il cibo e le interazioni tra i diversi nutrienti e ancora di più il pasto completo. Quindi, ha concluso Astrup, “bisognerebbe evitare i discorsi del tipo ‘riduciamo i grassi saturi’ e fornire piuttosto raccomandazioni basate sulla dieta nel suo complesso”.

 

 

Radicali liberi e alimenti per combatterli

 

Sempre più frequentemente si sente parlare di invecchiamento precoce dell’organismo e altri danni provocati dai cosiddetti radicali liberi, ma conosciamo davvero la natura e l’azione di queste particolari molecole? Chi sta cercando queste risposte e ulteriori chiarimenti in merito si trova, finalmente, nel posto giusto.

Radicali liberi: come danneggiano il nostro corpo

I radicali liberi altro non sono che prodotti di “scarto” di alcune reazioni cellulari essenziali. Sono quindi generati obbligatoriamente dal nostro corpo in quanto derivanti dai processi metabolici che trasformano il cibo che ingeriamo in energia, oltre che da fattori esterni come l’inquinamento, il fumo, l’alcol, l’utilizzo smodato di farmaci, l’assunzione di sostanze tossiche, l’eccessiva esposizione solare ed anche una cattiva alimentazione. La scienza li definisce come delle specie chimiche dotate di una caratteristica molto particolare, ossia che sono instabili. Cosa significa? L’instabilità di cui si parla è riferita alla natura di queste molecole, poiché sono caratterizzate da uno o più elettroni spaiati (cioè cariche atomiche negative) situati nell’orbitale più esterno; a causa di questa condizione, i radicali liberi reagiscono “rubando” l’elettrone – o gli elettroni – mancanti alle altre molecole dell’organismo, andandole così a danneggiare (processo di ossidazione). Questa azione distruttiva dei radicali liberi è indirizzata prevalentemente alle cellule, in particolare quelle a livello delle membrane (liperossidazione), del DNA, dove alterano le informazioni genetiche, degli enzimi e altri tipi di molecole. La produzione eccessiva di radicali liberi innesca delle reazioni cellulari a catena che spesso possono rivelarsi pericolose per l’organismo. Infatti, l’azione avversa e continua di queste molecole favorisce non solo l’invecchiamento precoce di cellule, organi e sistemi, ma anche l’indebolimento del sistema immunitario e, di conseguenza, l’insorgere di varie patologie gravi come quelle dell’ apparato cardiovascolare, malattie neurodegenerative (sclerosi multipla, malattia di Parkinson, Alzheimer), diabete mellito, tumori e tanto altro.

Antiossidanti vs radicali liberi

Purtroppo non possiamo fare a meno di produrre queste “scorie”, perché l’energia prodotta dal metabolismo ci serve per vivere e non è possibile sottrarsi a qualsiasi fonte di inquinamento esterno, però possiamo fare in modo che non si moltiplichino. Come? Innanzitutto partendo da un’equilibrata e variata alimentazione, che preveda l’assunzione di tanti alimenti con funzione antiossidante. Il termine “antiossidante ” indica l’insieme di tutte quelle sostanze che sono in grado di combattere e limitare i danni causati dai radicali liberi. Questo accade perché gli antiossidanti riescono a convertire le sostanze di scarto in prodotti meno dannosi: la loro funzione consiste, infatti, nello spezzare la catena che da origine ai radicali liberi donando o accettando un elettrone dal radicale libero, formando così dei composti stabili. In altre parole, gli antiossidanti interagiscono con l’elettrone mancante dei radicali liberi e permettono ai sistemi enzimatici della cellula di neutralizzarli, trasformandoli quindi in sostanze innocue. Il nostro organismo si difende in modo naturale producendo esso stesso degli antiossidanti, come l’enzima superossido dismutasi, catalasi e glutatione perossidasi. Tuttavia, questi sistemi di difesa non sono efficaci al 100%, oltre al fatto che si indeboliscono con il passare degli anni. Ecco allora che interviene la natura venendoci incontro e mettendoci a disposizione molti alimenti, specialmente frutta e verdura, che sono estremamente ricchi di sostanze antiossidanti.  Queste possono agire singolarmente o tra di loro, proteggendosi a vicenda nel momento in cui vengono ossidate, proprio come una squadra che collabora per preservare la salute del nostro organismo. Il problema è che ogni agente antiossidante ha un campo di azione limitato, pertanto solo un’alimentazione variegata, completa e bilanciata può garantire un’efficace azione antiossidativa e proteggerci da numerosi disturbi e malattie. Una dieta ricca di alimenti con proprietà antiossidanti rappresenta dunque la migliore strategia per “intrappolare” i radicali liberi e aiutare il nostro organismo a prevenire e contrastare numerose malattie.

Gli alimenti con funzione antiossidante

Alcune tra le principali sostanze con azione antiossidante che si trovano negli alimenti, sono:

POLIFENOLI. Si tratta di una famiglia molto numerosa di composti presenti in natura, basti pensare che ne esistono più di 4000 specie diverse, principali responsabili dei differenti colori di frutta e verdura. Ogni pianta contiene una diversa combinazione di composti fenolici (o polifenoli, appunto), per esempio i flavonoidi. Tra quelli dotati di particolare capacità antiossidante vi sono la quercetina, l’epicatechina, il resveratrolo, le antocianine ecc., che aiutano l’organismo a proteggersi da malattie cardiache, tumorali, infiammazioni, infezioni e invecchiamento precoce. I polifenoli si trovano soprattutto in frutta e verdura colorata (verde scuro come gli spinaci, giallo come i peperoni, viola come le melanzane, rosso come le fragole o i pomodori, arancione come le arance ecc.), in tutti i prodotti naturali da esse derivate ed anche nel tè verde, vino rosso e cioccolato. In particolare, i mirtilli sono molto ricchi di antocianine, l’uva nera di resveratrolo, le mele di quercetina e le foglie di tè di epicatechine.

VITAMINA E. È una vitamina liposolubile, cioè che si immagazzina nei lipidi (grassi), inclusi quelli che compongono le membrane delle nostre cellule. Questa posizione strategica permette alla vitamina E di combattere i radicali liberi che attaccano i grassi delle pareti cellulari, infatti può impedire che il colesterolo “cattivo” o LDL si ossidi, prevenendo così l’indurimento delle arterie responsabile di tante malattie cardiovascolari. Essendo una vitamina liposolubile, la troviamo principalmente nei grassi come gli oli vegetali (di oliva, di mais, di soia, di girasole ecc.), frutta secca a guscio quali noci, nocciole e mandorle, frutta oleosa come l’avocado, alcuni semi come quelli di girasole e i germi di cereali integrali.

VITAMINA C. Questa vitamina idrosolubile è coinvolta in molteplici funzioni del nostro organismo, come la formazione del collagene, l’assorbimento del ferro, la respirazione cellulare e il rafforzamento del sistema immunitario. Per quanto riguarda la sua capacità antiossidante, la vitamina C permette il ripristino della vitamina E dai radicali liberi prodotti durante la perossidazione dei grassi. Si trova soprattutto negli agrumi quali arance, pompelmi, mandarini, limoni, cedri ecc., e in tutta la frutta acidula come i kiwi, le fragole, i ribes e i lamponi. Buone quantità sono presenti anche nel peperoncino rosso, nei pomodori e un po’ meno nelle verdure verdi (broccoletti di rape, cavoli, peperoni, asparagi ecc.) Attenzione: con la cottura, l’aria e la luce la vitamina C si disperde, pertanto le sue capacità antiossidanti si riducono notevolmente. Meglio quindi consumare questi alimenti crudi e il più velocemente possibile dopo aver tolto la buccia.

BETACAROTENI. I carotenoidi (betacarotene, licopene, luteina ecc.) sono i precursori della vitamina A, fondamentale per i processi di accrescimento e per la vista. Sono un gruppo di pigmenti di colore rosso, arancio e giallo presenti maggiormente in frutta e verdura (es: carote, zucca, albicocche, pesche, mango ecc.). I carotenoidi, in sinergia con la vitamina E ed il selenio, prevengono la perossidazione dei grassi delle membrane cellulari inibendo i radicali liberi, mentre la vitamina A impedisce l’ossidazione della C. Ricordate: qualsiasi manipolazione meccanica, per esempio attraverso spremiagrumi o estrattore, può ridurre la concentrazione di questi antiossidanti.

SELENIO. Si tratta di un minerale -traccia che svolge tantissime importanti funzioni biologiche, tra cui la prevenzione della perossidazione dei grassi delle membrane cellulari per opera dei radicali liberi, specie se il selenio viene associato alla vitamina E. Inoltre, contribuisce a rafforzare il sistema immunitario, protegge la cute, gli occhi, i capelli e aiuta la corretta funzionalità tiroidea. Si trova principalmente nel pesce, nella carne, nel latte e latticini

COENZIMA Q10. Sintetizzato naturalmente dal nostro organismo con un’azione simile alla vitamima E va, tuttavia, a diminuire con il passare del tempo. Tra le sue funzioni biologiche vi è anche quella antiossidante, poiché partecipa alla produzione di energia. Il coenzima Q10 si trova maggiormente in pesci (es: sardine), oli vegetali, cereali integrali, soia, noci e nei vegetali in genere (es: spinaci). Attenzione: il coenzima Q10 si trova negli alimenti freschi, quindi se consumate cibi in scatola o surgelati le concentrazioni saranno molto basse o scompariranno.

Avvertenze

Non si può ottenere l’effetto degli antiossidanti naturali con una pillola. Studi a lungo termine su decine di migliaia di persone hanno dimostrato che gli antiossidanti assunti in forma di supplementazione, esclusi quelli somministrati dal medico in presenza di reali carenze, non riducono le probabilità di sviluppare patologie croniche come malattie cardiache e tumori, al contrario un  loro eccesso può avere ripercussioni negative sul nostro organismo. Meglio quindi assumere antiossidanti dagli alimenti, mangiando 3 porzioni al giorno di verdure e 2 di frutta.

 

 

Intolleranze alimentari: quale test funziona?

 

Al giorno d’oggi il termine intolleranza alimentare è sempre più spesso usato impropriamente, letteralmente abusato. Tantissime persone, infatti, sono convinte che i loro disturbi siano legati al consumo di specifici alimenti considerati dannosi (spesso per sentito dire) oppure perché ritenuti la causa della loro difficoltà nel perdere peso e quindi ricercano conferme alle proprie convinzioni. Per queste ed altre ragioni spesso si ricorre a test “alternativi” che promettono di identificare, con metodiche diverse da quelle basate su evidenze scientifiche, quegli alimenti responsabili di allergie o appunto “intolleranze” alimentari. Questi test sembrano innocui perché, nell’immediato, non producono particolari danni ma, nel lungo periodo, possono essere pericolosi, specialmente quando, sulla base di una diagnosi errata, proibiscono alimenti importanti per la nutrizione umana e di conseguenza espongono al rischio di malnutrizione. I test “alternativi” possono sembrare scientificamente validi, perché eseguiti in ambulatori dove è presente anche personale sanitario, come medici, farmacisti, dietisti, biologi nutrizionisti, ed anche perché consigliati da naturopati, chiropratici ecc. La diffusione di tali metodiche, spesso ampliata anche da pubblicità ingannevoli in rete, attraverso i vari mass-media e/o riviste non scientifiche, ma anche con cartelli apposti in bella vista in alcune farmacie, ha raggiunto livelli allarmanti, tanto da rendere necessaria la presa di posizione delle più importanti Società di Allergologia e della Federazione Nazionale dei medici.

Le intolleranze alimentari non sono allergie

È necessario innanzitutto precisare che intolleranze e allergie alimentari non sono sinonimi. Le prime sono definite come delle reazioni avverse dell’organismo conseguenti all’ingestione di alimenti che, talvolta, possono provocare sintomi simili a quelli delle allergie, ma differiscono da queste ultime per due aspetti fondamentali:

– le intolleranze alimentari non sono reazioni immunomediate, ovvero dovute a una reazione del sistema immunitario (come accade invece per le allergie), ma sono principalmente legate all’incapacità del nostro corpo di digerire e assimilare alcuni componenti degli alimenti;

– i sintomi delle intolleranze alimentari variano in relazione alla quantità ingerita dell’alimento non tollerato, a differenza della reazione allergica che è dose indipendente: se una persona è allergica alle arachidi non importa quante ne mangerà, poiché la reazione allergica si manifesterà a prescindere dalla quantità consumata di alimento non tollerato. Proprio per questo motivo i soggetti allergici devono seguire una rigida dieta di eliminazione dell’alimento verso il quale sono sensibilizzati, mentre chi è intollerante può assumere piccole quantità dell’alimento incriminato senza sviluppare alcun sintomo.

Secondo la classificazione delle reazioni avverse ad alimenti, le intolleranze alimentari si suddividono in:

– intolleranze da difetti enzimatici, determinate cioè dalla carenza o dall’assenza di enzimi necessari alla metabolizzazione di alcuni substrati come l’intolleranza al lattosio o il favismo;

– intolleranze da sostanze farmacologicamente attive, ossia risposte a componenti alimentari farmacologicamente attivi come le ammine vasoattive. È il caso, per esempio, delle intolleranze alla tiramina o all’istamina;

– intolleranze da meccanismi non definiti oppure risposte su base psicologica o neurologica, come le intolleranze agli additivi.

Sintomi delle intolleranze alimentari

Come fare a riconoscere un’intolleranza alimentare? Iniziate prestando attenzione ai sintomi. Di solito le intolleranze si manifestano principalmente con disturbi localizzati nell’apparato gastrointestinale, quali: gonfiore addominale, diarrea, stipsi, difficoltà di digestione gastrica e/o intestinale, dolori addominali, vomito, gastrite, ma possono coinvolgere anche la cute con pruriti, eruzioni cutanee, rash eritematoso ecc., e molto più raramente altri apparti con cefalea, palpitazioni, stanchezza ecc. In linea di massima, le manifestazioni cliniche di intolleranza alimentare sono meno gravi rispetto a quelle tipiche delle allergie alimentari.

Diagnosi delle intolleranze alimentari

Se sospettate di avere un’intolleranza alimentare rivolgetevi a medici specialisti ospedalieri, in quanto:

– riveste un ruolo fondamentale fare un’accurata anamnesi. La raccolta anamnestica, ovvero delle informazioni, notizie e sensazioni riportate dalla voce diretta del paziente o dei suoi famigliari, ha lo scopo di identificare una correlazione tra l’ingestione dell’alimento incriminato e la comparsa dei sintomi;

– é fondamentale escludere che si tratti di allergia e valutare le condizioni cliniche internistiche associate;

– l’iter diagnostico deve essere multidisciplinare e coinvolgere passo dopo passo lo specialista allergologo, il gastroenterologo e il dietologo;

– è opportuno effettuare una diagnosi differenziale con allergie per escludere la sindrome da sovracrescita batterica intestinale e la sindrome dell’intestino tenue. Quest’ultima, in particolare, è caratterizzata da dolore/gonfiore addominale e alterazioni del canale intestinale in assenza di anomalie organiche dell’intestino. Questi sintomi possono essere aggravati dall’introduzione di cibo a volte a causa di vere e proprie intolleranze alimentari, altre volte anche a causa di un’ipersensibilità viscerale o a modificazioni del microbiota intestinale;

– bisogna sottoporsi a test utili per l’accertamento, quali breath test per glucosio o lattulosio al fine di valutare la possibile presenza della sindrome da sovracrescita batterica nell’intestino tenue e porre una diagnosi differenziale, breath test per lattosio al fine di valutare un’eventuale intolleranza al lattosio e “ test di provocazione ”, che prevede la somministrazione dell’additivo sospettato per valutare la presenza di intolleranze da meccanismi non definiti;

– effettuare protocolli diagnostici ben delineati (dosaggi ematici di markers specifici, assetto genetico, EGDS, biopsie duodeno-digiunali) per le patologie correlate al glutine che comprendono attualmente la celiachia, l’allergia al grano e la sensibilità al glutine non allergica, non celiaca o non-coeliac gluten sensitivity (NCGS). Molto spesso il grano viene eliminato dalla dieta sulla base di mode o test della medicina alternativa con risoluzione di sintomi non sempre dipendenti dall’assunzione di grano, quanto piuttosto da un’alimentazione non attenta e non salutare nel suo insieme.

Il parere dei medici sui test “alternativi”

Le più importanti Società di Allergologia e la Federazione Nazionale dei medici si sono opposte all’utilizzo di test che seguono metodiche diverse da quelle basate su evidenze scientifiche per la diagnosi di allergie e intolleranze alimentari. Questo soprattutto perché, contrariamente a quello che richiede la medicina moderna che utilizza percorsi diagnostici e terapeutici evidence based, tali test “alternativi” non hanno basi scientifiche dimostrate. Pur essendo in uso da anni, non ci sono studi scientifici eseguiti secondo i criteri necessari per valutarne l’efficacia (randomizzati, controllati in doppio cieco). Al contrario, la loro scarsa attendibilità data dalla non riproducibilità – perché se ripetuti possono restituire risultati differenti anche nello stesso soggetto – è una chiara dimostrazione della loro inefficacia. Inoltre, questi test alternativi costituiscono un vero spreco di soldi. L’uso di apparecchi complessi, apparentemente sofisticati, non deve far nascere l’opinione che tale diagnostica sia sorretta da una tecnologia all’avanguardia. Anche alcuni test eseguiti “sul sangue” in questo ambito, purtroppo, non sono sempre garanzia di professionalità. Il risultato, spesso, è che per effettuarli vengono spesi centinaia di euro senza però trovare la vera causa del disturbo.

I test di cui non ti devi fidare

– Dosaggio IgG 4: esame di facile accesso, molto praticato nei laboratori di analisi o nelle farmacie. Valuta la presenza nel sangue di una sottoclasse di anticorpi IgG. In realtà, il livello di questi anticorpi è connesso con la regolare ingestione dei corrispettivi alimenti (normale processo di sensibilizzazione a quello che introduciamo), mentre non è mai stata dimostrata la correlazione tra i livelli di questi anticorpi e una vera intolleranza alimentare.

– Test citotossico o test di Bryan e sua variante: test “in vitro” che si effettua su sangue intero o su una sospensione leucocitaria a cui viene aggiunto un allergene al fine di valutare le successive modificazioni morfologiche delle cellule. Alcat-test è la variante automatizzata che si basa sul principio dei coulter-counter, attualmente è la versione più pubblicizzata. La lisi cellulare aspecifica, l’interpretazione soggettiva dei risultati, la variazione nelle condizioni di esecuzione del test lo rendono inaffidabile nella diagnostica come concluso dalla American Academy of Allergy.

– Test elettrodermici (Bioscreening, Biostrenght test, Sarm test, Moratest, Vega test): si sono sviluppati a partire dalle osservazioni dell’elettroagopuntura secondo Voll sulle variazioni del potenziale elettrico in relazione al contatto con alimenti “nocivi”. I test si propongono di misurare gli “squilibri energetici” attraverso specifiche apparecchiature. Si tratta di test non riproducibili, non attendibili. Il principio che una reazione allergica modifichi il potenziale elettrico cutaneo non è mai stato dimostrato scientificamente.

– Test kinesiologico: si basa su una misurazione soggettiva della forza muscolare. Si effettua facendo tenere nella mano del paziente una boccetta contenente l’alimento (alternativamente la bottiglia può essere posta sul torace del paziente o vicino allo stesso, senza tuttavia che avvenga un contatto diretto fra l’estratto di cibo e il soggetto da esaminare). L’esaminatore valuta la forza muscolare dell’altra mano. Non esiste ovviamente una base teorica a supporto. È inattendibile, perché non è mai stato documentato un interessamento dell’apparato scheletrico in corso di reazioni allergiche, inoltre, il fatto che l’allergene non sia posto a diretto contatto del soggetto ma con l’intermezzo della bottiglia esclude ogni possibile spiegazione razionale.

– Dria test: consiste nella somministrazione per via sublinguale, dell’estratto allergenico seguito dalla valutazione della forza muscolare per mezzo di un ergometro. Il test è considerato positivo quando si manifesta una riduzione della forza muscolare dopo 4 minuti dalla somministrazione sublinguale dell’estratto. Il test è stato introdotto a partire dal 1944; gli studi successivi non sono mai stati controllati con placebo come richiesto da un protocollo di validazione e pertanto sono giudicati non attendibili. In particolare, il Food Allergy Committee dell’American College of Allergists ha valutato per alcuni anni l’uso di questo test giungendo alla conclusione di sconsigliarlo nella diagnostica delle allergopatie.

– Biorisonanza: si basa sull’ipotesi che l’organismo possa emettere onde elettromagnetiche (buone o cattive). Si propone di misurare con un apparecchio specifico il campo magnetico delle persone indotto dagli alimenti. È stato dimostrato che l’apparecchio in commercio non è in grado di misurare quel tipo di onda elettromagnetica coinvolta. Non esiste alcuna prova scientifica a dimostrazione di questo test.

– Analisi del capello: valuta le sostanze chimiche presenti nel capello, utile per lo studio della carenza di oligoelementi ed eventuale eccesso di metalli pesanti, ma non è emersa nessuna correlazione con gli allergeni e le intolleranze alimentari.

– Iridologia: valuta attraverso l’osservazione diretta dell’ iride il livello di salute di un soggetto. Non è basato su evidenze scientifiche.

– Pulse test o riflesso cardiaco auricolare: si basa sull’ipotesi che la reazione avversa all’alimento somministrato per bocca, per iniezione o per inalazione, ma anche posto a 1 cm dalla cute, sia in grado di modificare la frequenza cardiaca. Privo di alcun fondamento scientifico.

Dieta per intolleranza alimentare

Una volta verificato che i sintomi avvertiti non siano causati da un’altra malattia, ma da un’effettiva intolleranza con iter diagnostico corretto, è opportuno rivolgersi ad un nutrizionista, poiché capace di correggere le abitudini alimentari sbagliate e di indirizzare verso uno stile di vita salutare, con un’alimentazione personalizzata in calorie per rispettare il bilancio energetico e variata in micro e macronutrienti al fine di garantire il benessere del soggetto affetto da intolleranza alimentare. Anche con un test affidabile occorre seguire una dieta che, pur eliminando qualche alimento, non porti a malnutrizione, tenendo conto che spesso le intolleranze alimentari non durano per tutta la vita, ma possono essere superate e gli alimenti eliminati possono essere gradualmente reinseriti nella dieta.

 

 

Acqua e idratazione

 

Senz’acqua non c’é vita: è una frase talmente nota che il suo significato è ormai scontato e per questo sottovalutato. L’acqua è il nutriente più essenziale e rappresenta mediamente il 70% del nostro peso, pertanto il corpo umano ne ha bisogno per funzionare adeguatamente. La sopravvivenza degli esseri umani senza bere è di circa due giorni, a seconda delle condizioni climatiche, dei livelli di attività e di altri fattori, mentre la mancanza di altri nutrienti può interferire con la sopravvivenza solo dopo periodi molto più lunghi. La scarsità d’acqua si riflette su salute, bellezza, efficienza fisica ed intellettuale; essa costituisce l’elemento principale della maggior parte delle cellule dell’organismo e riveste molti ruoli importanti.

Un organismo ben idratato riesce a trasportare meglio le sostanze nutritive alle cellule: i carboidrati, le vitamine, i minerali compreso l’ossigeno sono fondamentali per le cellule che hanno il compito di produrre, tramite loro, l’energia necessaria per il funzionamento dell’organismo. L’idratazione facilita anche il meccanismo contrario, ovvero l’eliminazione delle scorie del metabolismo, anch’esso indispensabile per il corretto funzionamento cellulare.

Un’adeguata idratazione garantisce l’arrivo di sangue più ossigenato alle cellule cerebrali, rendendo il cervello più vigile. Una perdita di acqua definita lieve (1-2% del peso corporeo), può pregiudicare la capacità di concentrazione. Mentre una perdita di acqua superiore al 2% può influenzare negativamente le capacità di elaborazione del cervello, danneggiando la memoria a breve termine.

Una buona regolazione dell’equilibrio idrico è essenziale per mantenere la pressione arteriosa entro i valori di normalità che permettono l’arrivo di ossigeno in modo costante ai vari organi. La disidratazione si accompagna ad una riduzione della gittata cardiaca, con conseguente diminuzione della pressione arteriosa e aumento della frequenza cardiaca.

Una corretta idratazione aiuta i reni ad eliminare le scorie e i nutrienti in eccesso, principalmente attraverso le urine. I reni regolano i livelli di acqua nell’organismo aumentando o diminuendo il flusso di urina e controllano i livelli di sodio e di altri elettroliti. Normalmente i reni di un individuo sano ben idratato filtrano circa 180 litri di acqua al giorno.

L’acqua è necessaria per disciogliere i nutrienti, condizione necessaria affinché vengano assorbiti nel  sangue e trasportati alle cellule. Un’idratazione insufficiente rallenta la digestione e una scarsa idratazione cronica può portare alla stitichezza.

L’acqua agisce da lubrificante per i muscoli e le articolazioni, fungendo da cuscinetto per queste ultime e aiutando il corretto funzionamento dei muscoli. I muscoli e le articolazioni, oltre alle ossa, sono necessari per sorreggerci, sederci, muoverci ed eseguire tutte le attività quotidiane.

Una buona idratazione aiuta anche a preservare l’elasticità, la morbidezza e il colorito della pelle. La mancanza di elasticità favorisce l’insorgere delle rughe. La pelle funge da prima barriera contro agenti patogeni e contribuisce a prevenire lo sviluppo di infezioni ed allergie.

L’acqua presente nell’organismo gioca un ruolo importante come termoregolatore, poiché regola la temperatura complessiva del corpo.

Cos’è la disidratazione?

La disidratazione si verifica quando il corpo perde più acqua di quanta ne assuma. Spesso è accompagnata da alterazioni nell’equilibrio di sali minerali o elettroliti, soprattutto per quanto riguarda le concentrazioni di sodio e di potassio.

Di norma, il corpo umano perde circa 2-3 litri di acqua ogni giorno (attraverso il respiro, le urine, la defecazione e la sudorazione), che deve poi reintegrare. Se l’acqua persa non viene reintegrata, il corpo può andare incontro a gravi conseguenze. L’idratazione corporea totale e il bilancio tra l’assunzione e il rilascio di acqua sono determinati da un preciso meccanismo di controllo, in base al quale più acqua viene eliminata (escrezione) più si stimola l’assunzione con la sete.

Una leggera disidratazione è uno stato comune, ed è causata generalmente dalla mancata assunzione della corretta quantità di liquidi nell’arco della giornata. Tra le cause comuni della disidratazione rientrano:

Diarrea

Evacuazione di feci liquide e copiose. È una delle ragioni principali per cui una persona perde acqua in quantità elevate. Si tratta di un’infezione che può essere provocata da batteri, virus o parassiti. A livello mondiale, oltre quattro milioni di bambini muoiono ogni anno a causa della disidratazione provocata dalla diarrea.

Vomito

Emissione, involontaria, riflessa del contenuto gastrico dalla bocca. Nei casi in cui il vomito si manifesta in modo violento e prolungato può favorire l’insorgenza della disidratazione. Il rischio di disidratazione causata dal vomito è maggiore nei neonati e nei bambini, negli anziani, nelle persone affette da disturbi alimentari (ad es. bulimia) e in chiunque assuma farmaci che causano il vomito.

Diuresi eccessiva

Perdita elevata di acqua attraverso le urine. Alcuni farmaci come i diuretici o patologie come diabete e tumore del rene possono aumentare in modo patologico la perdita di liquidi attraverso le urine. Il diabete è caratterizzato da elevati livelli di zuccheri nel sangue che si riversano nelle urine, provocando un eccessivo richiamo di liquidi che conduce a una significativa disidratazione.

Sudorazione eccessiva

Avviene in particolari condizioni climatiche o condizioni fisiche. In presenza di elevata umidità il sudore gocciola dal corpo invece di evaporare e quindi non provoca la perdita di calore da parte dell’organismo che perde ancora più acqua nel tentativo di disperdere una maggior quantità di calore. Una forte sudorazione si verifica anche durante la pratica di sport o di altre attività fisiche pesanti in condizioni fredde e asciutte, che contribuiscono al rischio di disidratazione.

Febbre, ustioni o scottature solari

In diverse condizioni, caratterizzate dall’aumentata temperatura corporea, vi è maggiore esigenza di liquidi per l’espletamento delle corrette funzioni corporee. La febbre insorge come conseguenza di un’infezione e il corpo usa un discreto quantitativo d’acqua sotto forma di sudore per raffreddarsi. Le vittime di ustioni si disidratano perché l’acqua filtra nei tessuti danneggiati e si perde attraverso l’evaporazione.

Bambini e anziani

Il rischio di disidratazione colpisce tutte le fasce della popolazione. Tuttavia le sottopopolazioni maggiormente esposte sono i bambini più piccoli, gli anziani e le persone affette da malattie croniche, per le quali un’assunzione inadeguata di liquidi a temperature elevate o durante l’esercizio fisico, può impoverire maggiormente le riserve d’acqua dell’organismo.

Perché non sentiamo la sete?

Diversi possono essere i fattori implicati, fisiologici o psicologici:

– La capacità di avvertire la sete è minore rispetto alla sensazione di fame e diminuisce con l’età.

– Non si conoscono i benefici dell’assunzione di liquidi e quindi viene trascurata.

– Alcuni farmaci possono influenzare la risposta ormonale e celare le necessità di acqua.

– Ci si dimentica di bere.

– Mancato apprezzamento del gusto dell’acqua.

– Assenza di acqua facilmente disponibile.

– Necessità di minzione frequente e disagi correlati sul posto di lavoro.

La valutazione cognitiva della disponibilità dei servizi igienici potrebbe essere uno dei fattori che determinano quando e dove una persona decide di bere, indipendentemente dalla presenza dei segnali fisiologici della sete.

 

 

Classificazioni del latte vaccino

 

Il latte vaccino (di mucca) può essere consumato come alimento singolo o può essere utilizzato come base per produrre yogurt, ricotta, burro, panna e formaggi ed è classificato come:

– latte intero, con l’apporto più elevato in grassi (3,6%) e quindi in calorie;

– latte scremato, che, essendo praticamente privo di grassi (meno dello 0,5%), perde anche le vitamine liposolubili come la vitamina A, poiché associate ai lipidi;

– latte parzialmente scremato, che si ottiene grazie a un processo industriale di centrifugazione ad altissima velocità che separa la parte grassa del latte dall’acqua. A quel punto, la panna e il latte magro così ottenuti possono essere rimescolati insieme in differenti proporzioni per ottenere il latte scremato con la percentuale di grasso desiderata (tra l’1,5% e l’1,8%). Questo tipo di latte, quindi, rappresenta un buon compromesso tra quello intero e quello scremato.

Se il latte viene privato del suo zucchero (lattosio), si ottiene il latte delattosato, generalmente destinato agli intolleranti.

Invece, i “latti” vegetali (comunemente ma impropriamente chiamati “latte”, in quanto sono in realtà bevande vegetali a base di avena, riso, soia, mandorla, cocco, etc.), per quanto possano essere supplementati in vitamine e minerali, hanno composizioni molto diverse dal latte vaccino dal punto di vista nutrizionale e non appartengono al gruppo alimentare dei latticini. Le bevande vegetali non sono adeguate, dal punto di vista nutrizionale, per i bambini nel primo anno di vita e non dovrebbero essere somministrate come principale e unica fonte di “latte” nei bambini piccoli.

Ricordiamo, infine, che i grassi del latte sono diversi da quelli degli altri alimenti in quanto secreti dalla mammella della vacca e rivestiti da una speciale membrana lipo-proteica, chiamata MFGM (Milk Fat Globule Membrane). Queste caratteristiche fanno sì che i grassi del latte siano presumibilmente non gravati da quel rischio cardiovascolare tipico, ad esempio, dei grassi saturi delle carni.

Nutrienti del latte

Latte e derivati apportano moltissimi nutrienti indispensabili per il corretto accrescimento di bambini e ragazzi, come:

– calcio altamente biodisponibile (cioè assimilabile dall’organismo), essenziale, insieme al fosforo e al magnesio, per lo sviluppo e il benessere delle ossa. Il calcio si trova anche in altri alimenti di origine vegetale, ma, rispetto a quello del latte, è meno biodisponibile.

– Proteine ad alto valore biologico, con i 9 aminoacidi essenziali e ramificati, preziosi soprattutto per lo sviluppo del sistema muscolare.

– Vitamina D, che serve a fissare il calcio nelle ossa e previene il rachitismo nei bambini. Il latte è uno dei pochissimi alimenti che la contiene, in quanto questa vitamina viene sintetizzata per la maggior parte esponendo la pelle al sole.

– Vitamina A, essenziale per le cellule epiteliali, la crescita delle ossa e dei denti, la normale maturazione sessuale nell’adolescente. Inoltre, è un potente antiossidante e incide sulla visione crepuscolare.

– Vitamina B12, importantissima per la produzione dei globuli rossi e per la formazione del midollo osseo, oltre che per la formazione e la salute del sistema nervoso.

– Zinco, un minerale molto importante per varie funzioni dell’organismo. È un forte antiossidante che protegge l’organismo di bimbi e ragazzi dalle infezioni ed è essenziale per il livello di testosterone.

 

Menopausa: cosa mangiare per non ingrassare

 

Il termine menopausa significa letteralmente “mancanza di mestruazioni”: non si tratta di una patologia, ma di una fase fisiologica della vita di ogni donna che corrisponde al termine dell’età fertile. La menopausa si manifesta quando l’ovaio interrompe la sua attività (ovulatoria e produttrice di estrogeni, i principali ormoni ovarici femminili), tutte le donne possiedono infatti un corredo di ovociti che, con il passare degli anni, si riduce progressivamente attraverso l’ovulazione mensile.

L’età della menopausa varia da donna a donna, mediamente inizia attorno ai cinquant’anni.
Si definisce menopausa precoce quando si manifesta prima dei quarantacinque anni d’età, mentre la menopausa indotta si verifica quando la donna subisce la rimozione chirurgica di entrambe le ovaie o quando vi è una soppressione iatrogena della funzione ovarica causata dalla chemioterapia o dalla radioterapia.

I sintomi della menopausa possono differire da donna a donna, tra i segni più precoci vi sono:

vampate di calore, eccessiva sudorazione notturna, mal di testa (cefalea), palpitazioni, ansietà, irritabilità, insonnia.

La mancanza di estrogeni cui la donna è soggetta in menopausa è responsabile anche di alcune modificazioni che, a volte, possono manifestarsi attraverso vere e proprie malattie. La donna in menopausa, pertanto, ha un più alto rischio di sviluppare: malattie cardiovascolari, aterosclerosi, ipertensione arteriosa, osteoporosi, sovrappeso od obesità, sindrome metabolica.

La diagnosi di menopausa è generalmente effettuata dal medico ginecologo. Di solito avviene retrospettivamente dopo dodici mesi consecutivi di amenorrea (mancanza del ciclo ovarico) per la quale non sia stata evidenziata un’altra causa fisiologica o patologica. In alcuni casi il ginecologo può prescrivere la terapia ormonale sostitutiva (TOS), ossia farmaci con obbligo di prescrizione in grado di alleviare gli effetti negativi della menopausa. I principali ormoni utilizzati nella TOS sono gli estrogeni e i progestinici prodotti in laboratorio, ma analoghi a quelli naturali. Alcune donne adottano la terapia con ormoni bioidentici o naturali, un’alternativa “più sicura” rispetto alla tradizionale TOS che, tuttavia, non ha ancora mostrato robuste evidenze scientifiche che possano confermarne l’efficacia e la sicurezza.

Con l’arrivo e dopo la menopausa, il metabolismo “rallenta” e si assiste a una riduzione fisiologica del fabbisogno di energia (calorie). Tale diminuzione del dispendio calorico è però minore di quanto comunemente si pensa: generalmente va da 60 a 150 kcal al giorno e raramente supera le 300 kcal quotidiane. L’aumento di peso della donna può essere attribuibile anche al perdurare della sedentarietà o alla diminuzione dell’attività fisica, dovuta a ritmi più lenti nello svolgere le normali attività oppure a causa di fenomeni depressivi che aumentano la pigrizia e possono indurre a “spiluccare” tra un pasto e l’altro, aumentando soprattutto il desiderio di cibi dolci. Se si dovesse avvertire un forte desiderio di alimenti dolci è sempre bene parlarne con il proprio medico per verificare che questo e altri sintomi non siano la spia di una depressione in fase iniziale.

Alimentazione per menopausa: linee guida generali

– Consumare alimenti ricchi in calcio e vitamina D per prevenire fratture ossee e osteoporosi. Purtroppo, la vitamina D è poco presente negli alimenti e per sintetizzarla occorre esporre la pelle al sole: in estate, tra le 11:00 e le 16:00, bastano 10-15 minuti al giorno senza protezione (trascorsi i quali è assolutamente necessario mettersi la crema solare), mentre in inverno bisogna esporre più pelle possibile al sole, come il viso o le mani, e utilizzare le dovute precauzioni (es. in montagna).

– Seguire le raccomandazioni per una corretta alimentazione nella popolazione generale in merito alla riduzione di grassi (soprattutto di origine animale), di bevande ed alimenti ricchi di zuccheri e all’assunzione di adeguate porzioni di frutta e verdura.

– Ridurre il consumo di zuccheri semplici preferendo i carboidrati complessi.

– Diminuire il consumo di grassi, in particolare quelli saturi.

– Cucinare gli alimenti in modo semplice (es. a vapore, al forno, ai ferri, lessati, etc.) utilizzando le attrezzature che consentono di ridurre l’utilizzo di grassi durante la cottura, come le pentole antiaderenti, a pressione, le vaporiere, il forno tradizionale o quello a microonde.

– Scegliere alimenti di stagione, variando spesso la qualità dei cibi, poiché con la monotonia alimentare si rischia di escludere qualche nutriente essenziale per l’organismo.

Alimentazione per menopausa: quali cibi devo evitare?

– Condimenti grassi come burro, lardo, strutto, margarine, panna, etc.

– Superalcolici.

– Frattaglie animali, carni grasse (es. agnello, pancetta), carni impanate e fritte.

– Insaccati come salame, salsiccia, mortadella, wurstel, cotechino, zampone, etc.

– Intingoli e fritture.

– Bevande zuccherate come cola, aranciata, acqua tonica, tè freddi, energy drink, ma anche i succhi di frutta, poiché contengono naturalmente zucchero (fruttosio), anche se sulla confezione riportano la dicitura “senza zuccheri aggiunti”.

Alimentazione per menopausa: quali cibi devo limitare?

– Frutta maggiormente zuccherina come uva, banane, fichi, cachi, mandarini, castagne, etc. Se si consuma cotta o frullata evitare l’aggiunta di zucchero.

– Frutta secca come arachidi, anacardi, noci pecan, noci di Macadamia, etc.

– Patate, poiché non sono verdure, ma importanti fonti di amido al pari di pane, pasta o riso (carboidrati). Possono essere consumate occasionalmente in sostituzione del primo piatto.

– Dolci e dolciumi quali dessert, torte, pasticcini, biscotti, merendine, cioccolata, caramelle, etc., perché apportano molte calorie vuote e grassi, contribuendo a un rapido ed eccessivo aumento di peso.

– Marmellate.

– Sale, poiché una dieta varia ed equilibrata prevede alimenti che contengono naturalmente sale (sodio) in quantità sufficiente a soddisfare le richieste dell’organismo. È buona regola ridurre quello aggiunto alle pietanze durante e dopo la loro cottura, mentre per insaporire gli alimenti al posto del sale si possono utilizzare spezie ed erbe aromatiche a piacere (secondo la propria tollerabilità).

– Zucchero (bianco e di canna), miele e sciroppi per dolcificare alimenti e bevande.

– Caffè (non più di due tazzine al giorno), soprattutto se si soffre di insonnia.

– Vino, da consumare durante i pasti (massimo un calice da 125 ml al giorno). Può essere però utilizzato in cucina per sfumare i cibi poiché l’alcol evapora durante la cottura.

Alimentazione per menopausa: cosa posso mangiare?

– Pane, pasta, riso e altri cereali preferibilmente integrali, più ricchi di fibre e con un maggior potere saziante.

– Pesce (fresco o surgelato), da preferire a tutti gli altri alimenti ricchi di proteine. È bene consumarlo, nelle giuste quantità, due o tre volte a settimana preferibilmente cucinato a vapore, arrosto, al forno o alla griglia.

– Latte e derivati, in quanto sono gli alimenti che contengono la maggior quantità di calcio biodisponibile, oltre ad altri minerali, vitamine e proteine essenziali, utili per prevenire e combattere l’osteoporosi. Preferire i prodotti scremati o parzialmente scremati perché hanno meno calorie, ma apportano la stessa quantità di calcio di quelli interi.

– Formaggi magri (es. primo sale, mozzarella, caciottine, etc.). I formaggi vanno consumati due-tre volte a settimana.

– Affettati magri come bresaola, prosciutto cotto, crudo o speck (senza grasso visibile), da consumare massimo due volte a settimana.

– Uova, se ne possono mangiare due a settimana considerando anche il loro utilizzo nella preparazione di altri piatti (es. pasta all’uovo, sformati, etc.).

– Carni magre (es. manzo, vitello, vitellone, pollo, coniglio, tacchino, lonza di maiale, cavallo) e private del grasso visibile, cucinate senza soffritto ed evitando di raccogliere i sughi dal piatto.

– Legumi come fagioli, ceci, fave, piselli, soia, lenticchie, etc., da consumare come secondo piatto (mai come contorno) almeno una volta a settimana. I legumi sono un’ottima fonte di proteine vegetali, fibre, sali minerali, vitamine e contengono anche fitoestrogeni naturali.

– Verdure, il loro consumo è libero e consigliato in abbondanti porzioni (senza esagerare con i condimenti). La varietà nella scelta permette di introdurre correttamente tutti i minerali, le vitamine e gli antiossidanti necessari per l’organismo.

– Frutta (fresca, cotta o frullata senza aggiunta di zucchero), se ne consigliano tre porzioni al giorno (porzione media 150 g). Evitare i frutti più zuccherini precedentemente citati e preferire la frutta cruda, perché la cottura riduce le vitamine e i sali minerali.

– Olio extravergine d’oliva, da usare a crudo e con moderazione.

– Spezie ed erbe aromatiche.

– Acqua, berne almeno 2 L al giorno, liscia o moderatamente frizzante. Variare la qualità dell’acqua consente di recuperare sali minerali diversi e in quantità variabile a seconda della fonte di provenienza. Preferire l’acqua ricca di calcio (oltre 300 mg/L).

Menopausa: consigli pratici

– Praticare attività fisica regolare (minimo 150 minuti a settimana, ottimali 300 minuti) scegliendo tra discipline aerobiche e anaerobiche. Evitare la sedentarietà: usare la bicicletta al posto dell’auto, andare a piedi quando possibile, prendere le scale al posto dell’ascensore, parcheggiare lontano dalla propria destinazione, etc.

– Pesarsi regolarmente una volta a settimana, preferibilmente la mattina a digiuno indossando solo la biancheria intima, per monitorare il proprio peso e prevenire sovrappeso od obesità.

– Misurare il girovita ogni mese. L’accumulo di grasso depositato a livello addominale superiore a 82 cm è indice di una più alta probabilità di sviluppare malattie metaboliche (es. diabete, sindrome metabolica) e cardiovascolari (es. infarto, ictus), ma anche il tumore al seno. Tuttavia, entro certi limiti, l’aumento del tessuto adiposo in menopausa può parzialmente compensare la drastica riduzione degli estrogeni (il tessuto adiposo produce piccole quantità di estrogeni e rallenta la loro riduzione), contrastando l’invecchiamento. Un aumento di peso compreso tra 1,5 kg e 3 kg nei dieci anni dopo la menopausa in una donna normopeso e con una circonferenza addominale nella norma può quindi risultare protettivo.

– Aumentare l’esposizione al sole per favorire la sintesi della vitamina D.

– Non fumare: il fumo può anticipare la menopausa e amplificare i disturbi ad essa connessi, aumenta il rischio cardiovascolare, di tumori, osteoporosi e raddoppia il rischio di fratture.

– Tenersi controllate attraverso regolari screening preventivi concordati con il proprio medico (MOC, pap-test, mammografia, colonscopia, etc.).

 

 

Osteoporosi e fragilità ossea: sintomi, cause e terapia

 

Una delle modificazioni che il nostro corpo subisce quando invecchiamo è la lenta perdita di massa ossea dallo scheletro, che rende le ossa più sottili (porose) e quindi fragili. Quando questa perdita diventa eccessiva, abbiamo a che fare con l’osteoporosi (osso poroso) che provoca come conseguenza un elevato rischio di fratture ossee. Si tratta di una malattia piuttosto comune che colpisce principalmente le donne, soprattutto dopo l’arrivo della menopausa, ma non solo. La nostra struttura ossea, a causa di comportamenti e abitudini dannose, può infatti diventare fragile e iniziare a deteriorarsi prima del tempo e anche prima di sfociare in un’osteoporosi conclamata. Difatti, la rottura del polso, del femore o delle vertebre è una delle principali conseguenze dell’osteoporosi, ma anche una delle possibili prime manifestazioni della fragilità ossea. Fortunatamente, però, queste problematiche possono essere curate, prevenute, oppure attenuate, attraverso l’equilibrata alimentazione e uno stile di vita sano e dinamico. Ricordiamoci sempre che le ossa, nel corso della vita, si rinnovano continuamente perché l’organismo deposita nuovo tessuto osseo ed elimina quello vecchio.

Osteoporosi

Tecnicamente, l’osteoporosi è una malattia dello scheletro caratterizzata da una ridotta massa ossea e da alterazioni qualitative dell’architettura dell’osso, che spesso si accompagnano ad un elevato aumento del rischio di fratture ossee e conseguenti ripercussioni su tutto l’organismo. Esistono due forme di questa malattia:

– forme primitive di osteoporosi, cioè legate all’avanzare dell’età (forma senile) o che compaiono dopo la menopausa (forma post-menopausale);

– forme secondarie di osteoporosi, cioè determinate da un ampio numero di patologie e utilizzo di farmaci.

La perdita di massa ossea non va sottovalutata, perché può essere elevata e veloce. Per esempio, nei primi 30 mesi di menopausa, la donna può perdere anche il 30% della sua massa ossea fisiologica formatasi nella fase di accrescimento. Una percentuale che può sembrare irrisoria, ma se durante il periodo di formazione di massa ossea la donna ha raggiunto anche solo l’80% della sua massa ossea definitiva, dopo la menopausa può ritrovarsi ad averne il 56%, se ne aveva il 70% potrà arrivare al 49% e così via.

Con il termine fragilità ossea ci si riferisce proprio alla maggiore predisposizione dell’osso a rompersi, che può essere legata a qualche forma genetica (per es: osteoporosi imperfetta) che non possiamo modificare, oppure ad abitudini e comportamenti scorretti su cui, invece, possiamo intervenire. Durante l’arco della nostra vita, le ossa si rinnovano continuamente, poiché il corpo umano è in grado di rimuovere l’osso vecchio e sostituirlo con quello nuovo. Tuttavia, per fare questo il nostro organismo deve avere a disposizione le “materie prime” per produrre l’ossiapatite (la sostanza che forma l’osso) che è composta principalmente da calcio, minerale essenziale che possiamo assumere solo dagli alimenti. I principali fattori che aumentano il rischio di fragilità ossea sono:

– l’incompleta formazione della fisiologica massa ossea, causata soprattutto dalla mancanza nella dieta di nutrienti essenziali per lo scheletro (calcio) e da cattive abitudini (sedentarietà, fumo, alcol, ecc.) protratte durante la fase di accrescimento (11-18 anni). Durante l’adolescenza, infatti, si forma circa il 40% della massa ossea definitiva: se non si è sviluppata una fisiologica massa ossea durante l’accrescimento, il rischio di contrarre l’osteoporosi in età adulta è più elevato, specialmente per le donne quando andranno in menopausa a causa della ridotta produzione di estrogeni. La prevenzione della malattia dovrebbe quindi iniziare fin da giovanissimi. Bambini e adolescenti dovrebbero seguire i principi dell’equilibrata alimentazione e praticare regolarmente attività fisica, buone abitudini che faranno di loro anche adulti più sani;

– la sedentarietà, che penalizza tanto i muscoli quanto la struttura scheletrica. Con attività fisica, infatti, la frequenza cardiaca e la circolazione sanguigna aumentano: questo fa sì che i nutrienti assimilati con l’alimentazione raggiungano tutte le cellule del corpo e in particolare ossa e cartilagini, che sono naturalmente meno irrorate rispetto a muscoli e tessuti. Svolgere con regolarità attività fisica di tipo aerobico ed esercizi di rinforzo muscolare irrobustisce lo scheletro, aiuta a migliorare forza e resistenza dei muscoli, l’agilità, l’equilibrio e riduce il rischio di cadute.

– la carenza di calcio nell’alimentazione, principale causa delle ossa fragili. A tutte le età, il calcio ricopre un ruolo essenziale nel garantire la salute delle ossa. Oltre alla mineralizzazione dello scheletro, infatti, questo minerale interviene anche nel corretto funzionamento del sistema nervoso e muscolare. Nell’alimentazione la maggiore fonte di calcio è data da latte e derivati, in cui questo minerale è abbondante e altamente biodisponibile, a differenza di quello contenuto nei vegetali. Infatti, il calcio che si trova negli alimenti di origine vegetale non viene totalmente assorbito dal nostro organismo a causa della presenza di fitati e ossalati;

– la scarsa esposizione alla luce solare, che diminuisce la sintesi della vitamina D. I raggi UV permettono alla pelle di sintetizzare questa importantissima vitamina, il cui fabbisogno difficilmente si raggiunge con l’alimentazione. La vitamina D è fondamentale per lo sviluppo e il benessere di ossa e scheletro, perché facilita l’assorbimento del calcio assunto tramite gli alimenti, garantisce il corretto rinnovamento e la mineralizzazione delle ossa, riduce i livelli di paratormone (un ormone che ha il ruolo di mantenere costante la concentrazione di calcio nel sangue), aumenta la densità minerale ossea e stimola direttamente il tessuto muscolare in modo da ridurre il rischio di cadute. Perciò, quando se ne ha l’occasione, è bene approfittare del sole: è sufficiente esporsi senza crema per soli 10-15 minuti durante le ore della mattinata in cui i raggi UV non sono ancora troppo forti;

– l’eccesso di alcolici. Più di 2 unità al giorno di alcool possono aumentare il rischio di incorrere in una frattura da fragilità ossea, mentre più di 4 unità al giorno possono raddoppiare il rischio di frattura. Un’Unità Alcolica (U.A.) corrisponde a circa 12 grammi di etanolo, ossia quelli contenuti in un calice/bicchiere piccolo di vino di media gradazione (125 ml), in una lattina o bottiglia di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico, il classico “shottino”. Per gli uomini la dose alcolica ideale da non superare è di 2 calici di vino al giorno, 1 per le donne;

– l’eccesso di caffeina. Come tutti i fitati e gli ossalati, la caffeina aumenta le perdite urinarie e fecali di calcio e così, in combinazione ad una dieta a basso contenuto di calcio, un suo eccesso è potenzialmente negativo per la salute delle ossa. È consigliabile non superare 2 tazzine di caffè al giorno, ricordando che solitamente vi è più caffeina nel caffè lungo (o americano) che nell’espresso;

– la malnutrizione per eccesso o per difetto. Il peso corporeo e, in particolare, il calcolo dell’indice di massa corporea (BMI o Body Mass Index) può essere utile nello stabilire una previsione del rischio di osteoporosi. I valori inferiori a 18,5 indicano sottopeso, quelli compresi tra 25 e 29.99 indicano una condizione di sovrappeso, mentre i valori compresi tra 30 e 34.99 indicano una condizione di obesità. Un BMI tra 18.6 e 24.99 è generalmente considerato ideale, quindi non associato al rischio di osteoporosi;

– il fumo, in quanto alcune sostanze sprigionate dal fumo rendono le ossa più fragili, aumentano il rischio di fratture e interferiscono con l’attività degli osteoblasti (cellule specializzate nella produzione del tessuto osseo). Per questo motivo è fortemente raccomandato smettere di fumare;

– l’uso cronico di alcuni farmaci, per esempio i corticosteroidi. Questi tipi di farmaci riducono la massa ossea e potrebbero aumentare il rischio di fratture. Perciò è importante raccomandare un uso prudente di tali medicinali, impiegando le dosi minime efficaci e limitandone la somministrazione al tempo strettamente necessario;

– carenze nutrizionali (proteine, vitamine, minerali). Le proteine sono una fonte di aminoacidi necessari a mantenere la struttura ossea. La vitamina K è necessaria per creare l’osteocalcina, la seconda proteina più abbondante nelle ossa dopo il collagene. Il magnesio svolge un ruolo importante nella formazione ossea, stimolando la proliferazione degli osteoblasti. Lo zinco svolge un ruolo nel rinnovamento del tessuto osseo e nella mineralizzazione. La carenza nella dieta di questi nutrienti risulta spesso associata alla fragilità ossea, quindi è fondamentale inserire nella propria alimentazione i cibi che aiutano a raggiungerne il fabbisogno quotidiano.

Diagnosi e terapia

La diagnosi di osteoporosi rappresenta anche un mezzo per attuare una prevenzione adeguata della malattia: si consiglia quindi, specialmente alle donne in pre-menopausa, di sottoporsi agli esami per determinare la massa ossea (che identificano con precisione anche la massa grassa). Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità la diagnosi di osteoporosi si basa sulla valutazione della densità minerale ossea con la tecnica dual-energy x-ray absorptiometry (DEXA) e, in particolare, del confronto con la media di soggetti adulti sani (picco di massa ossea). Il nome comune di questo esame è MOC, cioè Mineralometria Ossea Computerizzata, e l’unità di misura utilizzata è rappresentata dalla deviazione standard dal picco medio di massa ossea (T-score). È stato osservato che il rischio di frattura inizia ad aumentare in maniera esponenziale con valori densitometrici di T-score < -2.5 deviazione standard (DS) che, secondo l’OMS, rappresenta la soglia per diagnosticare la presenza di osteoporosi. Bisogna evidenziare che da questa malattia non si può guarire, tuttavia si può fare qualcosa per rallentarne o arrestarne la progressione. Vi sono diversi farmaci approvati per la prevenzione e il trattamento dell’osteoporosi, ma spetta al medico scegliere caso per caso il più adatto alle esigenze del singolo paziente, tenendo conto del sesso, dell’età, dello stato della patologia e delle comorbidità. I farmaci indicati per la terapia dell’osteoporosi si possono suddividere in 3 categorie distinte:

– agenti anti-riassorbitivi: riducono il riassorbimento osseo, rallentando o bloccando la perdita di osso e preservando la densità ossea (es: bisfosfonati, denosumab, terapia ormonale sostitutiva o TOS, modulatori selettivi del ricettore degli estrogeni o SERM);

– agenti anabolici: stimolano la formazione di nuovo tessuto aumentando la densità minerale ossea (teriparatide);

– agenti con doppio meccanismo: inibiscono debolmente il riassorbimento osseo e stimolano in maniera blanda la formazione di ossa nuove.

In presenza di osteopenia o di un’osteoporosi non grave, il medico potrebbe prescrivere dei supplementi di calcio e vitamina D, spesso abbinati ai farmaci, poiché necessari per massimizzarne l’efficacia. In ogni caso, per raggiungere una piena efficacia, qualsiasi tipo di terapia deve sempre essere inserita nel contesto di uno stile di vita sano (corretta alimentazione, attività fisica regolare, ecc.).

Consigli per avere ossa forti e sane

       Segui una dieta variata ed equilibrata, ricca specialmente in:

– calcio: le linee guida sull’equilibrata alimentazione prevedono 2 porzioni al giorno di latte o latticini proprio per coprire il fabbisogno quotidiano di calcio, minerale fondamentale per l’ossificazione durante l’adolescenza e dopo i 40 anni per ridurre il rischio di osteoporosi e osteopenia senile. La ragione di queste raccomandazioni trova origine nella migliore biodisponibilità del calcio del latte rispetto a quello contenuto in altri alimenti di origine vegetale: questo minerale si trova infatti anche negli spinaci, nei cavoli, nelle erbe aromatiche, nelle mandorle, nei fagioli, ecc., ma la capacità del nostro organismo di assorbire il calcio contenuto negli alimenti vegetali è nettamente inferiore rispetto a quelli animali (più del 70% del calcio alimentare vegetale non viene assorbito). Inoltre, calcio e fosforo del latte hanno un rapporto ottimale perché simile a quello che si trova nelle nostre ossa;

– proteine ad alto valore biologico: essenziali per mantenere la struttura ossea, si trovano in ottime quantità nella carne, nel pesce, nelle uova e nel latte e derivati;

– zinco: è un componente del tessuto osseo ed è coinvolto nell’azione di oltre 100 enzimi, nella sintesi delle proteine, nella prevenzione dei danni causati dai radicali liberi e in tante altre funzioni importanti dell’organismo. Una dieta equilibrata e varia è sufficiente a garantirne il giusto fabbisogno, in particolare si può assumere attraverso pesce, carne, frutta secca a guscio, latte e derivati;

– vitamina D: poco presente negli alimenti (si trova in piccole quantità nei pesci grassi come il tonno, il salmone, l’aringa, ecc. e nel tuorlo dell’uovo), ma si può sintetizzare in estate esponendosi al sole senza crema per massimo 10-15 minuti. Durante il corso delle altre stagioni, si consiglia invece di rimanere scoperti il più possibile;

– vitamina K: garantisce la corretta funzionalità di alcune proteine che formano e mantengono forte lo scheletro. Si trova in abbondanti quantità nella frutta fresca come kiwi, melegrane, fichi e frutti di bosco quali more, ribes e mirtilli neri;

– magnesio: insieme al calcio, al fosforo e allo zinco, è un componente del tessuto osseo ed è quindi essenziale per avere ossa sane. Si trova soprattutto nella frutta secca a guscio (mandorle, noci, nocciole, pistacchi) e in alcuni pesci come lo stoccafisso;

      Aiuta i nutrienti essenziali ad arrivare alle ossa

Allenarsi con costanza non favorisce solamente il rinforzo delle ossa e dello scheletro, ma aiuta anche a tonificare e sviluppare i muscoli e a mantenere un peso corretto. Occorrono almeno 150 minuti di attività fisica aerobica alla settimana (ottimali 300), come jogging, nuoto, ciclismo, ed esercizi di rinforzo muscolare e di resistenza alla forza di gravità come la ginnastica a terra, o con pesi leggeri, per 30 minuti 3 volte a settimana.

 

 

Proprietà e benefici dei kiwi

 

Il kiwi deve il suo nome all’ animale simbolo della Nuova Zelanda , un uccello incapace di volare la cui forma rotonda ricorda appunto il frutto. Il kiwi è originario della Cina, ma il territorio in cui si diffuse la prima coltivazione fu proprio la Nuova Zelanda.

Esistono diverse varietà di kiwi: le principali sono la verde e la gialla. Quella sicuramente più conosciuta e consumata dalla popolazione italiana è la varietà verde, caratterizzata da un frutto ovale con una buccia pelosa di color marrone scuro e, all’interno, una polpa verde smeraldo dal sapore delicato, leggermente acidulo. La varietà gialla, anche detta “oro” o “gold”, ha una forma più allungata, non ha peli sulla buccia, la polpa è gialla e il sapore è più dolce a parità di maturazione. Esiste poi la varietà “baby”, anche detti mini-kiwi, caratterizzati da una dimensione molto piccola, con buccia (senza peli) e polpa verdi. Tutte le varietà hanno, nella loro polpa, dei semi piccoli e neri disposti a raggiera intorno al fulcro centrale bianco del frutto.

L’Italia è uno dei maggiori produttori di kiwi. Questo frutto è di stagione in autunno-inverno anche se, grazie alle coltivazioni intensive e all’importazione da altri paesi, è quasi sempre disponibile sul mercato. Conosciamo meglio le sue preziose qualità nutrizionali.

I kiwi, gialli e verdi, sono un’ottima fonte di:

– vitamina C (acido ascorbico), un nutriente indispensabile alla vita e alla salute del nostro organismo, in quanto aiuta a rafforzare il sistema immunitario. I kiwi contengono tantissima vitamina C, molto più degli agrumi: in 100 g di kiwi vi sono 85 mg di acido ascorbico, mentre nella stessa quantità di arance ne abbiamo 50 mg. Questo frutto riesce a conservare elevate quantità di vitamina C grazie alla robusta buccia esterna e alla clorofilla nella polpa, capaci di proteggere l’integrità del micronutriente che, in altre situazioni, tende facilmente a deteriorarsi al calore, alla luce e all’aria. Solitamente, più il frutto è acerbo e aspro e più vitamina C sarà contenuta al suo interno, con la maturazione invece aumenta il sapore dolce ma diminuisce il contenuto di vitamina C;

– acidi grassi Omega 3. Non tutti sanno che dai semini neri dei kiwi si ottiene un olio particolarmente ricco di acidi grassi essenziali . Questi semini sono infatti una grande fonte naturale di acido alfa-linoleico (Omega 3), che può aiutare a prevenire alcune patologie cardiovascolari;

– fibre. L’elevato contenuto di fibra alimentare (circa 2-3 g in 100 g di frutto) aiuta la motilità intestinale ed ha proprietà lassative, ma può contribuire anche a creare un appagante senso di sazietà, utile per chi segue regimi dimagranti e a favorire la riduzione di livelli elevati di colesterolo e glicemia nel sangue;

– antiossidanti, soprattutto polifenoli (flavonoidi) e carotenoidi (nei kiwi gialli). Tra i principali antiossidanti presenti nel frutto, quercetina e luteina possono svolgere un ruolo positivo nel ridurre il rischio di malattie cardiache, tumorali e nel promuovere la salute della funzione visiva;

– sali minerali. Contiene buone quantità di potassio e fosforo, ma anche ferro e calcio, minerali essenziali per molte funzioni dell’organismo, come la regolazione della funzionalità cardiaca, della pressione arteriosa e degli stati di disidratazione dopo una forte sudata. È bene però ricordare che la principale fonte alimentare di ferro è la carne e che per aumentare l’assimilabilità del minerale presente nei vegetali è bene condirli con il succo di limone, in quanto la vitamina C favorisce l’assorbimento del ferro. Il kiwi è una buona fonte di ferro, nonostante sia un vegetale, perché nel frutto la vitamina C è abbondante.

Per le proprietà nutritive appena descritte, i kiwi sono particolarmente adatti per:

– rafforzare il sistema immunitario, in quanto l’elevata concentrazione di vitamina C conferisce al frutto delle proprietà antinfiammatorie. L’acido ascorbico è fondamentale per potenziare le difese immunitarie contro gli attacchi di virus, batteri e agenti chimici;

– trattare la stitichezza , poiché la grande quantità di acqua e fibre aiutano a regolarizzare il transito intestinale, soprattutto per le persone che soffrono di stipsi secondaria ad altre patologie o stati fisiologici, come la malattia di Parkinson (patologia neurodegenerativa) e la gravidanza. La stitichezza è, infatti, uno dei più frequenti disturbi delle donne in dolce attesa;

– prevenire le cardiopatie. Le proprietà del frutto legate al minor assorbimento di carboidrati e grassi date dall’elevata quantità di fibre, il basso indice glicemico e lo scarso apporto calorico aiutano a ridurre i principali fattori di rischio delle malattie cardiovascolari. La vitamina C, in particolare, produce una migliore permeabilità delle pareti dei capillari, combattendone la fragilità. Inoltre, data la minima componente di sodio, il kiwi è un frutto consigliato anche nella dieta di chi soffre di ipertensione arteriosa;

– combattere il diabete. L’indice glicemico del kiwi è molto basso (9 g di zuccheri in 100 g di alimento), pertanto il frutto può essere consigliato nella dieta di chi soffre di diabete. Inoltre, le fibre svolgono un effetto di controllo sulla glicemia programmando un assorbimento intestinale del glucosio lento e continuo, condizione molto vantaggiosa in caso di diabete;

– contrastare l’anemia. La presenza di ferro (seppur in piccole quantità),  minerale indispensabile per la formazione dei globuli rossi del sangue, associata alla vitamina C, che favorisce l’assorbimento intestinale del ferro, conferisce al kiwi delle proprietà antianemiche;

– favorire la perdita di peso. Il ridotto valore energetico del kiwi (48 kcal in 100 g) gli permette di essere inserito in tranquillità nelle diete ipocaloriche delle persone che hanno bisogno di perdere peso. La fibra contenuta nel frutto può contribuire al senso di sazietà, oltre a limitare l’assorbimento di zuccheri e grassi consumati durante il pasto;

– ottimizzare la dieta degli sportivi. Il buon contenuto di sali minerali aiuta a reintegrare quelli persi durante lo sforzo fisico attraverso la sudorazione, il magnesio, in particolare, favorisce la forza muscolare. Anche la vitamina C, gli antiossidanti e l’alto contenuto di acqua sono caratteristiche del kiwi importanti per il benessere dello sportivo

Come consumare i kiwi

I kiwi possono essere inseriti all’interno di una dieta varia ed equilibrata a tutte le età. Possono essere consumati a colazione, ad esempio spezzettati dentro a uno yogurt arricchito con qualche noce, oppure come spuntino o merenda o alla fine di ogni pasto. Il kiwi si può mangiare intero, oppure frullato, ridotto in mousse o in macedonia (preferibilmente senza aggiunta di zucchero), oppure si può mettere a pezzi nell’insalata per conferire al pasto una nota agro-dolce. I bambini possono consumarlo tagliato a metà e gustato con un cucchiaino (tipo dessert), oppure si può utilizzare come base per un gelato di frutta fatto in casa.

L’unica attenzione va posta nei confronti dell’enzima actinidina, che può rendere il frutto un possibile alimento allergizzante ed è quindi da evitare per le persone che ne sono allergiche. È comunque buona regola testarlo, mangiandone solo un piccolo pezzetto prima del suo consumo per intero, per scongiurare ogni rischio di allergia.