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Qual è l’acqua migliore da bere?

Bere durante il giorno è uno dei principali dogmi della buona salute. L’acqua è infatti essenziale per il nostro organismo, poiché è ricca di sali minerali, è coinvolta nella regolazione del volume cellulare e della temperatura corporea, facilita la digestione, rende possibile il trasporto dei nutrienti e aiuta ad eliminare le scorie metaboliche. Il consumo di acqua minerale è preferibile, perché può contribuire a mantenere un buono stato di salute nelle varie fasi della vita, tuttavia orientarsi nella scelta dell’acqua più adatta a noi e alle nostre caratteristiche non è sempre facile, viste le numerose varietà presenti in commercio.

Residuo fisso e quantità di nitrati

Per orientarsi nella giusta scelta dell’acqua un valido aiuto è offerto dalla lettura dell’etichetta. Innanzitutto bisogna valutare il residuo fisso, un valore che si ottiene portando l’acqua a una temperatura che permette la completa evaporazione del liquido (180°), ma non della parte solida rappresentata dai sali minerali. Il residuo fisso rappresenta, quindi, una stima del contenuto in minerali e permette di classificare le acque minerali in 4 categorie:

– Acqua minimamente mineralizzata (residuo fisso minore di 50 mg/ L): un così basso residuo rende l’acqua particolarmente indicata nell’ alimentazione dei neonati.

– Acqua oligominerale o leggermente mineralizzata (residuo fisso inferiore a 500 mg/ L): lo scarso contenuto di sodio stimola la diuresi e rende questa acqua indicata per chi soffre di ipertensione arteriosa.

– Acqua mediominerale (residuo fisso compreso tra 500 e 1000 mg/ L): il discreto contenuto in sali minerali rende questa acqua utile nell’alimentazione degli sportivi , specie nel periodo estivo in cui è indispensabile reintegrare i liquidi e i minerali persi con la sudorazione.

– Acqua ricca di sali minerali (residuo fisso superiore a 1.000 mg/L): è un’acqua terapeutica e, come suggerisce lo stesso nome, molto ricca di sali minerali. Tuttavia, per evitare un sovradosaggio di sali, è bene acquistarla solo dopo aver ricevuto l’indicazione dal proprio medico curante.

Un altro fattore molto importante da valutare è la presenza di nitrati nell’acqua, cioè sostanze normalmente presenti in concentrazioni minime nell’alimento e non pericolose per la salute umana. Se assunti in eccesso, i nitrati possono seriamente ostacolare il trasporto di ossigeno nel sangue, con conseguenze pericolose soprattutto per i neonati. Nelle acque minerali sono previsti due differenti limiti di dosaggio:

– 45 mg/L nelle acque minerali comuni
– 10 mg/L in quelle destinate all’infanzia

Classificazione delle acque minerali

Le acque minerali, a loro volta, sono classificate in base alla composizione dei sali minerali, che può conferire caratteristiche e proprietà diverse. Vediamo le principali:

  • Acque bicarbonate (tenore di bicarbonati maggiore a 600 mg/L): sono ideali per facilitare i processi digestivi. Le acque ricche di bicarbonati stimolano la diuresi dell’organismo e sono particolarmente adatte agli sportivi, perché tamponano l’acido lattico prodotto durante l’attività fisica.
  • Acque calciche (contenuto di calcio superiore a 150 mg/L): aiutano a raggiungere il giusto fabbisogno quotidiano di calcio, possono essere fondamentali nella prevenzione o nel trattamento dell’osteoporosi e sono utili per contrastare l’ipertensione arteriosa. Il calcio nella sua forma più biodisponibile (cioè assimilabile dall’organismo) si trova nel latte e nei suoi derivati che, in soli 25 g, apporta quasi 300 mg di questo prezioso minerale, nonché la maggiore quantità di calcio a parità di peso tra i formaggi italiani tradizionali, oltre a tante proteine ad alto valore biologico (inclusi i 9 aminoacidi essenziali), vitamine importantissime come la A e quelle del gruppo B (B2 e B12) e minerali antiossidanti come zinco e selenio. Le acque ricche di calcio, a differenza di quanto comunemente si crede, non aumentano assolutamente l’incidenza di calcoli renali.
  • Acque magnesiache (tenore di magnesio superiore a 50 mg/L): sono molto utili dopo l’attività sportiva e nell’alimentazione di chi si allena per prevenire i crampi muscolari. Queste acque contengono spesso molti solfati (> 200 mg/L), per questo chiamate anche acque solfate, e possono essere utili nel trattamento della stipsi. Sono invece sconsigliate durante la fase di accrescimento e nel periodo post-menopausale, perché possono interferire con l’assorbimento intestinale del calcio aumentandone l’escrezione attraverso le urine.
  • Acque sodiche (contenuto di sodio superiore a 200 mg/L): influenzano positivamente l’eccitabilità neuromuscolare, sono anch’esse indicate per gli sportivi, o comunque dopo l’attività fisica in generale, e nei mesi estivi quando, con la sudorazione, aumenta la perdita di sodio. L’unica controindicazione è per chi soffre di ipertensione arteriosa.
  • Acque iposodiche (tenore di sodio inferiore a 20 mg/L): se bevute in notevoli quantità, sono utili per la pulizia delle vie urinarie e per chi soffre di ipertensione arteriosa (in questi casi, la restrizione del sodio deve essere raggiunta in maniera preponderante attraverso il divieto assoluto di aggiungere sale agli alimenti, poiché queste acque non rappresentano sicuramente l’alimento principalmente responsabile dell’apporto giornaliero di sodio).

Acqua gassata

La presenza di anidride carbonica nell’acqua (es. effervescenti naturali o con aggiunta di CO2) non modifica in alcun modo le caratteristiche nutrizionali dell’alimento e non apporta calorie, al massimo può contribuire a dilatare le pareti dello stomaco e a stimolare la secrezione dei succhi gastrici. Per questo motivo l’acqua che contiene anidride carbonica è controindicata per chi soffre di gastrite o di reflusso gastroesofageo.

L’acqua del rubinetto fa male?

L’acqua del rubinetto si contraddistingue da quella minerale per la totale assenza di trattamenti di disinfezione . Di solito, all’acqua potabile viene aggiunto il cloro per impedire lo sviluppo batterico quando passa attraverso le tubature, ma non si può escludere il dissolvimento di piccole particelle di piombo e altri metalli pesanti che spesso le conferiscono un sapore meno gradevole rispetto all’acqua in bottiglia. Tuttavia, questo aspetto non deve spaventarci: i metalli dell’acqua del rubinetto sono presenti in concentrazioni talmente irrisorie che non possono provocare danni al nostro organismo. L’acqua del rubinetto, inoltre, è soggetta a controlli molto rigorosi e piuttosto frequenti previsti dalla legislatura italiana, l’unica avvertenza è di limitare l’utilizzo di questa acqua durante i primi mesi di vita dei bambini. Occorre comunque sottolineare che, se da una parte le tubature possono rilasciare metalli nell’acqua del rubinetto, dall’altra le bottiglie in plastica possono rilasciare delle sostanze chimiche derivate dai polimeri plastici. Il costo maggiore dell’acqua in bottiglia è giustificato dalla semplice possibilità di poter scegliere tra molte acque (brand) diverse, oltre che dalla praticità e dall’igienicità della confezione.

L’acqua nelle diverse condizioni fisiologiche e patologiche

  • In gravidanza è preferibile scegliere un’acqua con un valore di residuo fisso inferiore a 200 mg/L e con valori di nitrati non superiori a 10 mg/L. Durante l’ allattamento, invece, l’apporto idrico deve considerare l’aumentato fabbisogno di minerali, soprattutto di calcio, oltre al ripristino della quota di liquidi persa con l’allattamento stesso.
  • Per chi soffre di stipsi è consigliabile bere acque fortemente mineralizzate, cloruro sodiche e ricche di solfati, magnesio e calcio.
  • Per chi soffre di diabete, la scelta dovrebbe ricadere su acque mineralizzate e ricche di sali, mentre in fase di diabete compensato vanno privilegiate le acque oligo e mediominerali.
  • Per chi fa sport, al termine della gara o dell’allenamento, è bene usare un’acqua mineralizzata (residuo fisso di circa 1g), bicarbonato-alcalino-terrosa, sia per reintegrare la perdita di liquidi e sali minerali dovuta alla sudorazione, sia per favorire l’eliminazione delle scorie azotate e correggere l’acidosi causata dalla fatica muscolare.
  • Gli anziani dovrebbero bere acque oligominerali, da alternare con altre acque a media mineralizzazione ricche di calcio per contrastare la perdita di massa ossea. Negli anziani ipertesi, a completamento della terapia dietetica, va utilizzata un’acqua a bassa concentrazione di sodio (< 20 mg/L).

Collaborazione scientifica:
Dott.ssa Laura Iorio
, medico specializzato in Scienze dell’Alimentazione.

 

Allergie alimentari, attenzione ai test senza fondamento scientifico

La diagnosi di allergie alimentari sempre più spesso è fatta senza consultare lo specialista, in molti casi utilizzando test non validati scientificamente. Con effetti negativi non trascurabili. Una diagnosi errata, infatti, ritarda l’intervento medico con conseguenze negative per la cura del paziente; inoltre, un falso positivo può creare disagi psicologici e limitazioni alla vita sociale.

Lo ricorda il documento del ministero della Salute su “Allergie alimentari e sicurezza del consumatore”.

Il documento, che aggiorna le linee guida fornite quattro anni fa, oltre a fornire un inquadramento clinico ed epidemiologico delle allergie alimentari affronta il tema della diagnostica e divide i test in tre gruppi.

I test convenzionali, Skin Prick Test (Spt), Prick by Prick, Atopy patch test (Apt) e il test di provocazione orale con alimento (Tpo), che rappresenta oggi, secondo la letteratura scientifica, il “gold standard” per la diagnosi di allergie alimentari.

I test non convenzionali, che non vengono abitualmente e tradizionalmente eseguiti per la diagnosi, come quello di attivazione dei basofili (BAT) e l’atopy patch test (citato anche nella categoria precedente), ma ancora in fase di ricerca. Al gruppo di test non convenzionali possono anche essere ascritti i dosaggi delle IgG specifiche, del PAF e del BAFF, sicuramente validati dal punto di vista metodologico, ma di non comprovato valore diagnostico.

I test diagnostici privi di fondamento scientifico, ossia “i test  per i quali non è sufficientemente dimostrata l’efficacia o, peggio, è stata già dimostrata l’inefficacia diagnostica”.

Elenco dei test non convenzionali utilizzati per la diagnosi di allergia privi di validazione scientifica:

  • Il test citotossico di Bryant
  • Il test di provocazione e neutralizzazione sublinguale e intradermico
  • La kinesiologia applicata
  • Il test del riflesso cardio-auricolare
  • Il Pulse test
  • Il test elettrotermico o elettroagopuntura secondo Voll
  • Il Vega test
  • Il Sarmtest
  • Il Biostrenght test e varianti
  • La biorisonanza
  • L’analisi del capello (Hair analysis)

(Fonte: Ministero della Salute, 2018)

Il documento precisa che: “Talvolta si assiste anche ad autodiagnosi di Allegia Alimentare (AA) da parte dei genitori sui propri figli e dati americani indicano che fino al 30% dei bambini mostrano segni che i loro genitori interpretano come reazioni avverse agli alimenti. Questo porta spesso ad intraprendere diete di eliminazione anche senza consultare un Pediatra. D’altra parte, l’offerta di diagnostica allergologica sul territorio italiano, per quanto vasta, è piuttosto disomogenea per metodiche e standardizzazione, soprattutto non è in grado di fronteggiare una domanda di valutazione così imponente. Il test da carico con alimento, unico vero presidio per la diagnosi definitiva di AA è tuttora condotto solo in un ristretto numero di strutture pediatriche, sia per carenza di personale, sia per mancanza di esperienza nella procedura, sia per i costi e il “time consuming” che determina.

“Le diagnosi erronee di AA – prosegue il documento del Ministero – portano, a cascata, una serie di problemi accessori che è compito del Pediatra evitare nel modo più assoluto. Infatti, sovrastimare l’AA è pericoloso, soprattutto per il bambino. Ecco nell’elenco sottostante, le conseguenze di una sovrastima dell’AA:

  • Diete di eliminazioni in bambini che non sono allergici
  • Diete inadeguate dal punto di vista nutrizionale
  • Diete con costo elevato per le famiglie
  • Ansia e iperprotezione della famiglia che determina stress nel bambino
  • Alterazione delle dinamiche relazionali familiari
  • Isolamento sociale della famiglia
  • Disappunto per la mancata efficacia della dieta
  • Angoscia e frustrazione in caso di reazione
  • Scarsa compliance e conseguente ritardata guarigione

Il crescente ricorso a questi strumenti viene attribuito, oltre che alle pressioni commerciali, anche alla scarsa capacità del medico di dissuadere da comportamenti erronei.

“Il problema della comunicazione – si legge nel documento del Ministero – non investe solo la terminologia, ma anche e soprattutto le strategie utilizzate per ottenere il risultato voluto di aderenza alle indicazioni suggerite. La comunicazione dovrebbe essere modulata anche in base alle condizioni socio-economiche cui è rivolta anche se un’informazione semplice, chiara e obiettiva è trasversalmente quella raccomandata”.

Il ministero indica anche i messaggi fondamentali sui test non validati scientificamente che dovrebbero arrivare ai genitori da parte del medico:

  • Nessun lavoro della letteratura internazionale ne conferma l’utilizzo
  • Non sono contemplati nel rimborso degli esami da parte del SSN e, pertanto, sono inutilmente molto costosi
  • I conseguenti ritardi di una corretta diagnosi determinano effetti sfavorevoli sul bambino e sulla famiglia
  • Avete mai visto uscire un bambino da questi ambulatori alternativi che non avesse alcuna allergia?

Prevenzione, perché bisogna mantenersi attivi dopo i sessant’anni

 L’attività fisica svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento della salute e nella prevenzione delle malattie. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la sedentarietà è uno dei maggiori fattori di rischio per malattie metaboliche e cardiovascolari. L’OMS raccomanda di mantenere buoni livelli di attività fisica anche dopo i 65 anni di età.

Lo studio

Un nuovo studio coreano, pubblicato sull’European Heart Journal, conferma che dopo i 60 anni di età non ridurre o addirittura incrementare l’attività fisica abbassa il rischio di malattie cardiovascolari. Lo studio ha coinvolto oltre 1,1 milioni di soggetti di età pari o superiore a 60 anni, senza malattie cardiovascolari alla partenza, sottoposti a due screening sanitari nazionali consecutivi tra il 2009 e il 2012. I ricercatori hanno valutato le modificazioni del rischio CV in relazione al livello di attività fisica moderata-intensa (MPVA Moderate Vigorous Physical Activity).

Nella tabella sono indicati alcuni esempi di attività fisica moderata e intensa:

Ad ogni controllo sanitario i partecipanti hanno risposto a domande sulla loro attività fisica e stile di vita. I ricercatori hanno calcolato la quantità di esercizio moderato (ad es. 30 minuti o più al giorno di camminata veloce, danza, giardinaggio) ed esercizio fisico intenso (ad es. 20 minuti o più al giorno di corsa, ciclismo veloce, esercizio aerobico) a settimana in ogni screening, e come era cambiato durante i due anni tra i due screening.

L’età media dei partecipanti era di 67 anni e il 47% erano uomini. Circa due terzi hanno dichiarato di essere fisicamente inattivi sia nel primo che nel secondo periodo di screening. Una percentuale più elevata di donne era fisicamente inattiva (78% e 77%) rispetto agli uomini (67% e 66%) in entrambi i periodi di screening. Solo il 22% delle persone inattive ha aumentato la propria attività fisica al momento del secondo controllo sanitario e il 54% delle persone che svolgevano attività fisica cinque o più volte alla settimana al momento del primo screening erano diventate inattive al momento del secondo. Durante il periodo di follow-up si sono verificati in totale 114.856 casi di malattie cardiache o ictus.

I risultati

Le persone che sono passate dall’essere inattive al controllo sanitario 2009-2010 ad essere moderatamente o vigorosamente attive tre o quattro volte alla settimana al controllo sanitario 2011-2012 avevano un rischio di problemi cardiovascolari ridotto dell’11%. Coloro che erano moderatamente o vigorosamente attivi una o due volte alla settimana al primo controllo avevano un rischio ridotto del 10% se aumentavano la loro attività a cinque o più volte alla settimana.

Al contrario, coloro che erano moderatamente o vigorosamente attivi più di cinque volte alla settimana al primo controllo e poi sono diventati inattivi al secondo controllo avevano un rischio di problemi cardiovascolari aumentato del 27%.

Quando i ricercatori hanno esaminato le persone con disabilità e malattie croniche hanno scoperto che coloro che sono passati da inattivi ad essere moderatamente o vigorosamente attivi tre o quattro volte alla settimana hanno anche ridotto il rischio di problemi cardiovascolari. Le persone con disabilità avevano un rischio ridotto del 16% e quelle con diabete, aumento della pressione sanguigna o livelli di colesterolo avevano un rischio ridotto tra il 4 e il 7%.

Kyuwoong Kim, del Dipartimento di Scienze Biomediche, Università di Seoul (Corea del Sud) primo autore dello studio,  ha dichiarato: “Il messaggio più importante di questa ricerca è che gli adulti più anziani dovrebbero aumentare o mantenere la frequenza di esercizio per prevenire le malattie cardiovascolari. A livello globale, questa scoperta è importante per la salute pubblica, perché la popolazione mondiale di età pari o superiore a 60 anni dovrebbe raggiungere i due miliardi entro il 2050. Con l’invecchiamento si possono avere maggiori difficoltà a svolgere un’attività fisica regolare, la nostra ricerca suggerisce che è necessario essere più attivi fisicamente per la salute cardiovascolare, e questo vale anche per le persone con disabilità e condizioni di salute croniche.”

“Riteniamo che i governi – conclude Kim – dovrebbero promuovere programmi per incoraggiare l’attività fisica tra gli anziani. Inoltre, dal punto di vista clinico, i medici dovrebbero “prescrivere” l’attività fisica insieme ad altri trattamenti medici raccomandati per le persone ad alto rischio di malattie cardiovascolari “.

 

Celiachia, la paura del glutine può diventare neofobia

 La dieta gluten free (GFD) è, allo stato attuale, l’unica terapia efficace per la malattia celiaca (CD). Tuttavia, la necessità di evitare il glutine può portare a comportamenti erronei, in grado di compromettere il rapporto con il cibo. Uno di questi è la neofobia, la paura di assaggiare cibi nuovi, che è classificata tra i disturbi alimentari. Si tratta, infatti, di un atteggiamento tipico dell’infanzia, che, nella popolazione adulta, può comportare a squilibri nutrizionali, causati da una dieta eccessivamente restrittiva.

Lo studio

Un nuovo studio, condotto da ricercatori dell’Università delle Scienze della Vita di Varsavia (PL) e pubblicato quest’estate dalla rivista “Nutrients”, ha messo a confronto un gruppo di pazienti celiaci (n. 101) che seguivano una dieta gluten free, con un gruppo di non celiaci (n. 124) che seguivano lo stesso regime alimentare per scelta volontaria.

Tutti i soggetti arruolati nello studio sono stati sottoposti a un test che assegna un punteggio per la valutazione della neofobia alimentare (Food Neophobia Scale FNS).

Scala di valutazione per la Neofobia Alimentare (FNS)

Item positivi

  1. Assaggio costantemente cibi nuovi e differenti
  2. Mi piacciono cibi di paesi diversi
  3. A cena fuori voglio provare cibi nuovi
  4. Mi piace mangiare quasi tutto
  5. Mi piace provare nuovi ristoranti etnici

Item negativi

  1. Non mi fido dei cibi nuovi
  2. Se non so cosa contiene un cibo, non voglio provarlo
  3. Il cibo etnico mi sembra troppo strano
  4. Ho paura di magiare cose che non ho mai mangiato
  5. Sono molto selettivo sul cibo che mangio.

(Nutrients, 2019, mod.)

L’analisi è stata poi stratificata con altri fattori, quali genere, età, indice di massa corporea, livello di istruzione, luogo di residenza e stato occupazionale.

I risultati

Il punteggio di FNS è risultato più alto nei soggetti celiaci (39,4 ± 9,2), rispetto a quelli che seguivano una GFD in base alla propria decisione (33,6 ± 8,7; p <0,0001).

Il risultato è stato analogo per il gruppo generale e per i sottogruppi stratificati per le variabili valutate, che non hanno influenzato l’FNS in nessuno dei gruppi analizzati.

Gli autori concludono che la celiachia contribuisce in modo determinante alla FN. La motivazione deve essere ricercata, secondo gli autori dello studio, nel timore di sviluppare reazioni avverse ai prodotti alimentari contaminati da glutine, che è più forte nei pazienti con CD rispetto a chi ha deciso di evitare il glutine per scelta personale.

In conclusione, va aggiunto che esistono evidenze scientifiche di altri disturbi alimentari associati con la diagnosi di malattia celiaca. Per esempio, un grande studio di popolazione basato sui registri sanitari svedesi, pubblicato nel 2017 da Marild e coll. sulla rivista Pediatrics, ha rilevato un’associazione bidirezionale tra le diagnosi di celiachia e di anoressia nervosa.

I risultati di questi studi suggeriscono di monitorare i comportamenti dei pazienti celiaci al fine di evitare che la necessaria aderenza alla dieta gluten free si trasformi in un regime alimentare eccessivamente restrittivo.

Bibliografia
Zysk V, et al.
Food Neophobia in Celiac Disease and Other Gluten-Free Diet Individuals. Nutrients 2019, 11(8), 1762.
Mårild K, et al. Celiac Disease and Anorexia Nervosa: A Nationwide Study.
Pediatrics May 2017, 139 (5).

 

 Depressione. Una dieta sana potrebbe ridurre i sintomi

 Per studiare il rapporto tra alimentazione e sintomi della depressione, Heather Francis, insieme ai suoi colleghi della Macquarie University di Sydney, ha reclutato, 76 uomini e donne di età compresa tra 17 e 35 anni. Tutti presentavano dei sintomi di depressione e ansia e consumavano una grande quantità di grassi e zuccheri.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi. Quelli del primo sono passati ad un’alimentazione più sana, quelli del secondo hanno continuato a mangiare come prima. Il gruppo che ha cambiato dieta ha ricevuto istruzioni da un dietologo attraverso un video di 13 minuti i cui contenuti si basavano sulla Guida australiana all’alimentazione sana del 2003 e sul modello di dieta mediterranea.
Venivano date istruzioni per aumentare l’assunzione di verdure a cinque porzioni al giorno, frutta a due o tre porzioni al giorno, cereali integrali a tre porzioni al giorno, proteine magre a tre porzioni al giorno, latticini non zuccherati a tre porzioni al giorno e pesce a tre porzioni a settimana.

Il programma ha anche raccomandato il consumo giornaliero di tre cucchiai di noci e semi, due cucchiai di olio d’oliva e un cucchiaino di curcuma e cannella ciascuno. Ai partecipanti è stato anche detto di ridurre i carboidrati raffinati, gli zuccheri, le carni grasse o trasformate e le bevande.

Il gruppo che ha modificato la dieta ha anche ricevuto programmi e ricette di pasti campione, oltre a una scatola di prodotti alimentari, tra cui olio d’oliva, burro di noci naturale, noci, mandorle, semi di girasole, cannella e curcuma.

Dopo tre settimane di una dieta più sana, i sintomi della depressione sono diminuiti, mentre sono rimasti elevati nel gruppo di persone che ha mantenuto l’alimentazione abituale. Coloro che hanno mantenuto un’alimentazione salutare per tre mesi hanno continuato a sentirsi meglio.

“La depressione è un disturbo di tutto il corpo, non solo un disturbo del cervello”, commenta Francis. “Essa è associata a una risposta infiammatoria cronica. Una dieta povera favorisce l’infiammazione sistemica ed è anche un fattore di rischio per la depressione.”

 

Dieta ipoglicemica e metformina, nuova strategia contro il tumore

Uno studio sperimentale ha individuato un nuovo meccanismo molecolare in grado di fermare la crescita delle cellule tumorali. Si tratta di una dieta ipoglicemica che in combinazione con metformina, farmaco antidiabetico, agisce sul metabolismo delle cellule tumorali facendole “morire di fame”.

La ricerca, sostenuta dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, è stata pubblicata sulla rivista Cancer Cell e apre la strada a studi clinici, già programmati, che valuteranno l’efficacia della combinazione per fermare la progressione del tumore, in aggiunta a terapie già in uso come la chemioterapia.

La ricerca è stata coordinata da Saverio Minucci, direttore del Programma Nuovi Farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia e professore ordinario di Patologia Generale dell’Università degli Studi di Milano (in collaborazione con il gruppo di Marco Foiani, direttore scientifico dell’IFOM e professore ordinario di Biologia Molecolare dell’Università degli Studi di Milano).

“Si sa da circa un secolo che il metabolismo è una delle differenze chiave fra la cellula cancerosa e quella sana – precisa Minucci – e quindi deve essere possibile uccidere le cellule malate sfruttando questa differenza.”

“La cellula – spiega Minucci – usa due processi per generare energia: la glicolisi, che si basa sulla disponibilità di glucosio, e la fosforilazione ossidativa, che può essere inibita con la metformina. Noi abbiamo pensato di attaccare il metabolismo mirando al fenomeno della “plasticità metabolica”, vale a dire la strategia con cui la cellula cancerosa si adatta, passando dalla glicolisi alla fosforilazione ossidativa e viceversa, in condizioni di mancanza di nutrimento.

Nel nostro studio, riducendo il tasso glicemico con la dieta e somministrando metformina, abbiamo inibito la plasticità metabolica e abbiamo fatto morire le cellule tumorali. Ma siamo andati oltre, scandagliando il meccanismo dell’effetto sinergico di dieta e metformina. Grazie a una dettagliata analisi funzionale a livello molecolare, abbiamo scoperto che ciò che fa morire la cellula tumorale è l’attivazione della proteina PP2A e del suo circuito molecolare.

Questo è un dato importante non solo dal punto di vista scientifico, ma anche utile per la clinica. Ipotizziamo, infatti, che i pazienti che presentano una mutazione in questo circuito potrebbero non rispondere alla futura terapia con dieta e metformina”.

Giornata della Nutrizione: i numeri dello spreco alimentare in Italia

La quantità di alimenti che viene gettata via lungo la filiera che va dal campo alla tavola, nei ristoranti e nelle case, è impressionante. Secondo la FAO, più di 1/3 del cibo prodotto nel mondo non viene consumato, viene buttato e perso. I costi globali legati agli sprechi ammontano a circa 2,6 trilioni di dollari l’anno, comprensivi di costi ambientali e sociali.

La seconda Giornata della Nutrizione 2019 “Nutrinformarsi: lo spreco nel piatto” è stata organizzata dal CREA, Centro di ricerca Alimenti e Nutrizione, per aumentare la consapevolezza sul tema dello spreco alimentare e fornire indicazioni e consigli per migliorare i comportamenti legati alla gestione del cibo, dall’acquisto al consumo, alla popolazione che vive in Italia.

In un messaggio d’introduzione all’evento la Senatrice Teresa Bellanova, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali e del turismo, ha sottolineato come la lotta allo spreco alimentare sia un tema di grande importanza e ha dichiarato che “sostenibilità ed equilibrio nella fiera alimentare sono essenziali”.

L’indagine sullo spreco alimentare domestico in Italia

L’incontro è stato l’occasione per presentare l’indagine sullo spreco alimentare domestico in Italia condotta dall’Osservatorio Sprechi Alimentari del CREA nel 2018. I ricercatori hanno intervistato 1.142 famiglie, chiedendo a chi si occupa di fare la spesa e di preparare i pasti quanti e quali alimenti vengono buttati in casa e perché. Il 77% delle famiglie intervistate ha dichiarato di aver gettato cibo nella settimana precedente l’intervista. È emerso che gli alimenti che registrano una maggiore quantità di spreco sono: frutta fresca, pane, verdura fresca, bevande analcoliche (che comprendono il latte fresco) e prodotti freschi (yogurt, budini, merende fresche alla frutta).

I ricercatori hanno osservato che la popolazione italiana getta sopratutto prodotti completamente inutilizzati (43,2%), poi prodotti aperti, ma non completamente consumati perché scaduti (30,3%) e infine gli avanzi del piatto e quelli conservati ma poi gettati (rispettivamente 14,6% e 11,9%). Sebbene il 75% delle famiglie pianifichi gli acquisti, solo il 42% decide in anticipo i menù settimanali. Meno del 5% non conserva gli avanzi e non finisce quello che ha nel piatto.

I dati sono stati analizzati anche in base alla fascia di reddito: la propensione allo spreco si riscontra principalmente tra i giovani e le famiglie con una maggiore disponibilità economica.

Sommando le quantità di spreco per tutte le categorie alimentari, gli italiani sprecano in media 370 g/settimana/famiglia. Un dato simile a quello olandese di 365 g/settimana e inferiore a quello spagnolo (534 g/settimana) e tedesco (534 g/settimana).

In un messaggio inviato al convegno, l’Onorevole Maria Chiara Gadda,  prima firmataria della legge 166/2016, ha affermato che “l’Osservatorio su sprechi alimentari e recupero delle eccedenze è un tassello strategico per il buon funzionamento della legge antisprechi e per poter pianificare di conseguenza politiche di ampio respiro”. E ha aggiunto: “Fino ad oggi ci siamo dovuti confrontare con analisi e numeri parziali, mentre per agire in modo mirato sugli anelli della filiera più fragili, dove è ancora complesso recuperare le eccedenze e definire politiche di prevenzione degli sprechi o riduzione delle perdite, è necessario monitorare il fenomeno in modo oggettivo […] Ringrazio il CREA che oggi, con la presentazione della sua prima indagine, ha confermato che non solo l’Italia è all’avanguardia in Europa su questi temi, ma che siamo sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi di una maggiore efficienza nel recupero, e nel sostegno per le fasce più bisognose della popolazione”.

 

Gli alimenti senza glutine sono più salutari?

Tra le più popolari diete di esclusione vi è la dieta senza glutine (gluten-free diet), seguita non solo da chi è effettivamente celiaco o sensibile al glutine, ma anche e soprattutto da persone che non soffrono di celiachia (o altre patologie legate al consumo di glutine), in quanto convinte che, oltre a malattie del peso come sovrappeso e obesità, gli alimenti contenenti glutine provochino le più svariate malattie, dalla diarrea al tumore intestinale. I cibi senza glutine (artificialmente deglutinati), consumati da chi non è celiaco, non portano alcun beneficio in termini di dimagrimento e possono anzi implicare un rischio per la salute: questo studio pubblicato sul British Medical Journal ha rilevato che il consumo di alimenti deglutinati, esteso nel lungo periodo in persone che non soffrono di alcun tipo di disturbo relativo a tale sostanza (celiachia, dermatite erpetiforme, sensibilità al glutine, etc.), può rappresentare un fattore di rischio per le malattie del cuore e del sistema circolatorio anche solo per la riduzione delle fibre nell’alimentazione, che sono invece efficienti agenti di prevenzione cardiovascolare. Pertanto, la convinzione che i cibi senza glutine facciano dimagrire o siano più salutari rispetto ai normali è completamente priva di fondamenta scientifiche.

La verità scientifica:

  • Dieta gluten-free e carenze nutrizionali

Per un celiaco la dieta priva di glutine è l’unico modo per evitare sia i sintomi della malattia, sia gravi carenze nutrizionali, perché l’intestino non è più in grado di assorbire preziosi elementi come ferro, minerali, grassi e vitamine. Al contrario, chi non soffre di una diagnosticata celiachia – cioè confermata dal medico sulla base degli opportuni accertamenti clinici – è bene che continui a mangiare normalmente, perché eliminare i cereali con glutine significa rinunciare alle principali fonti di carboidrati complessi (la nostra principale fonte di energia), ma anche ai minerali, alle vitamine e alle fibre in essi contenuti.

  • Dieta gluten-free ed eccesso di peso

Il consumo di alimenti deglutinati in persone non celiache, può causare anche problemi di peso, perché spesso i prodotti gluten-free apportano più calorie in quanto più ricchi di grassi e zuccheri rispetto agli analoghi tradizionali. Inoltre, hanno un più alto indice glicemico e un minor effetto saziante.

  • Come si fa a dimagrire?

Una persona in buona salute, per dimagrire in modo corretto, deve adottare una dieta varia ed equilibrata senza escludere nessun nutriente e consumando tutto nelle giuste quantità e frequenze , oltre che praticare una regolare attività fisica.

Ricorda:
Se non si è realmente celiaci, quindi se la dieta senza glutine non rappresenta una vera e propria terapia della malattia, non è conveniente seguire una dieta gluten-free.

 

Il rischio frattura all’anca cresce se si aumentano le vitamine del Gruppo B

Lo studio vale nelle persone sane: la giusta dose è assicurata da una dieta equilibrata.

Le vitamine del gruppo B sono essenziali per una buona salute, ma il consumo eccessivo può essere dannoso. Un recente studio, pubblicato sulla rivista JAMA Network Open, ha mostrato, infatti, il collegamento tra l’utilizzo di integratori e un maggior rischio di frattura dell’anca.  I ricercatori hanno esaminato in particolare le vitamine B-6 e B-12, che svolgono molte importanti funzioni nel corpo e la cui giusta dose è normalmente assicurata da una dieta sana e varia. In questo caso, il team ha avuto accesso ai dati di 75.864 donne in post menopausa, di cui erano disponibili anche molte informazioni relative a salute, dieta e integratori, assunzione di farmaci.

Durante lo studio di 20 anni, ci sono stati 2.304 casi di frattura dell’anca che non erano associati a cancro o traumi gravi. Rispetto alle donne con il più basso apporto di entrambe le vitamine, le donne con il più alto apporto giornaliero (almeno 35 mg di B6 e 20 mcg di B12) avevano il 50% in più di probabilità di avere fratture dell’anca durante il periodo di studio. Gli scienziati hanno anche notato che livelli eccessivi di vitamine del gruppo B erano associati al consumo di integratori, non all’assunzione con la dieta. “Molte persone assumono integratori senza indicazioni chiare e ad alte dosi, anche perché sono prontamente disponibili nelle farmacie e su Internet”, ha dichiarato l’autore principale dello studio, Haakon Meyer dell’Università di Oslo, in Norvegia. Quanto ai possibili motivi dell’associazione, vi è la teoria che alti livelli di vitamina B-6 possano accelerare la perdita ossea, contrastando l’influenza modulante degli estrogeni sui recettori degli steroidi.  

fonte: JAMA Network Open

 

Integratori alimentari,le indicazioni del Ministero su qualità e fabbricazione

Il Ministero della Salute ha fornito indicazioni circa la fabbricazione degli integratori alimentari. Nel documento, divulgato il 10 settembre, viene sottolineata la necessità di utilizzare materie prime di alta qualità che rispondano a standard di purezza generalmente riconosciuti. Solo così infatti si può garantire ai consumatori “un elevato livello di tutela”, già obbiettivo della direttiva 2002/46/CE per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative agli integratori alimentari. Tale direttiva però, come si legge nella nota, non contiene indicazioni di purezza per tutte le sostanze che possono essere impiegate nella preparazione degli integratori, ma solo per vitamine e minerali. Amminoacidi, nucleotidi, carnitina, taurina, colina e inositolo sono invece contenute nell’elenco di sostanze ammesse dall’Unione Europea, in allegato al regolamento (UE) 609/2013 relativo a specifici alimenti, e cioè quelli destinati ai lattanti e ai bambini nella prima infanzia, a fini medici speciali e ai sostituti dell’intera razione alimentare giornaliera per il controllo del peso. Questo regolamento prevede che, in caso sostanze incluse nell’elenco, ma i cui criteri di purezza non siano ancora stati adottati e per garantire un elevato livello di tutela della sanità pubblica, siano applicati i criteri di purezza generalmente accettati e raccomandati da organismi o agenzie internazionali (come il comitato congiunto FAO/OMS di esperti sugli additivi alimentari [JECFA] e la Farmacopea europea). Indicazioni che possono, quindi, ritenersi valide anche per le sostanze presenti negli integratori alimentari. Il Ministero della Salute, inoltre, richiede la produzione di una specifica documentazione, ovvero le buone pratiche igieniche (GHP) e le buone pratiche di fabbricazione (GMP), oltre che di programmi e procedure basati sui principi del sistema HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points), essendo gli integratori possibili fonti concentrate di nutrienti e sostanze a effetto fisiologico. Infine, nella nota si specifica che il regolamento sui novel food resta valido e si rimanda alle “raccomandazioni sulle norme di buona fabbricazione di integratori alimentati”. «Tali Raccomandazioni possono rappresentare un utile strumento orientativo anche per le autorità regionali e locali, nelle attività connesse con il preventivo “riconoscimento” degli stabilimenti di produzione e vigilanza» conclude Gaetana Ferri, della direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione.

 

Obesità. Ocse: “Un fardello che produrrà 90 milioni di vittime nei prossimi 30 anni e che assorbe oltre il 3% di Pil”.
Allarme Italia: siamo il 4° paese al mondo per obesità infantile

Le malattie legate all’obesità causeranno più di 90 milioni di vittime nei paesi OCSE nei prossimi 30 anni, con un’aspettativa di vita ridotta di quasi 3 anni. Ma non solo l’obesità e le sue condizioni correlate incidono anche sull’economia riducendo anche il PIL del 3,3% nei paesi OCSE e esigono un pesante tributo sui bilanci personali, pari a 360 dollari pro capite all’anno. A scattare la fotografia e lanciare l’allarme è proprio un nuovo rapporto dell’OCSE pubblicato in occasione della giornata mondiale dell’obesità.

Il report dell’OCSE, afferma che oltre la metà della popolazione è in sovrappeso in 34 dei 36 paesi OCSE e quasi una persona su quattro è obesa. I tassi medi di obesità negli adulti nei paesi dell’OCSE sono aumentati dal 21% nel 2010 al 24% nel 2016, il che significa che altri 50 milioni di persone sono obesi.

I bambini, in particolare, pagano un prezzo elevato per l’obesità. Quelli in sovrappeso vanno meno bene a scuola, hanno maggiori probabilità di abbandonare la scuola e, quando crescono, hanno meno probabilità di completare l’istruzione superiore. Inoltre, mostrano anche una minore soddisfazione per la vita e hanno una probabilità tre volte maggiore di essere vittima di bullismo, il che a sua volta può contribuire a ridurre le prestazioni scolastiche.

Gli adulti obesi hanno un rischio maggiore di malattie croniche, come il diabete, e una ridotta aspettativa di vita. Nell’Ue-28, le donne e gli uomini nel gruppo con il reddito più basso hanno, rispettivamente, il 90% e il 50% in più di probabilità di essere obesi, rispetto a quelli con i redditi più alti, rafforzando la disuguaglianza.

Gli individui con almeno una malattia cronica associata al sovrappeso hanno l’8% di probabilità in meno di essere assunti l’anno successivo. Quando hanno un lavoro, hanno fino al 3,4% in più di probabilità di essere assenti o meno produttivi.

“C’è una urgente necessità economico e sociale per aumentare gli investimenti per contrastare l’obesità e promuovere stili di vita sani”, ha affermato il segretario generale dell’OCSE Angel Gurría. “Questi risultati illustrano chiaramente la necessità di migliori politiche sociali, sanitarie ed educative che conducano a vite migliori. Investendo nella prevenzione, i responsabili politici possono arrestare l’aumento dell’obesità per le generazioni future e favorire le economie. Non ci sono più scuse per l’inazione”.

I paesi dell’OCSE spendono già l’8,4% del loro bilancio sanitario complessivo per la cura delle malattie legate all’obesità. Ciò equivale a circa 311 miliardi di dollari, 209 pro capite all’anno. L’obesità è responsabile del 70% di tutti i costi di trattamento del diabete, del 23% per le malattie cardiovascolari e del 9% per i tumori.

La nuova analisi dell’OCSE rileva poi “che investire in iniziative come una migliore etichettatura dei prodotti alimentari nei negozi o la regolamentazione della pubblicità di alimenti non salutari per i bambini può generare notevoli risparmi. Ogni dollaro investito nella prevenzione dell’obesità genererebbe secondo il rapporto un ritorno economico fino a sei dollari”.

Inoltre, “ridurre del 20% il contenuto calorico negli alimenti ad alta intensità energetica, come patatine e dolciumi, potrebbe evitare oltre 1 milione di casi di malattie croniche all’anno, in particolare le malattie cardiache”.

Le iniziative rivolte a tutta la popolazione, come cibo e menu che mostrano informazioni nutrizionali e campagne sui mass media, potrebbero portare a guadagni tra 51.000 e 115.000 anni di vita all’anno fino al 2050 nei 36 paesi inclusi nell’analisi. Ciò equivarrebbe a prevenire tutti i decessi per incidenti stradali rispettivamente nei paesi Ue-28 e OCSE. Anche i risparmi economici sarebbero significativi, con l’etichettatura dei menu che risparmierebbe fino a 13 miliardi di dollari tra il 2020 e il 2050.

Italia. L’obesità assorbe il 9% della spesa sanitaria. Malissimo i bambini: siamo il 4° paese al mondo per bimbi obesi o in sovrappeso.

In Italia la prevalenza dell’obesità è inferiore a quella della maggior parte degli altri paesi, ma ha comunque conseguenze significative. Gli italiani vivono in media 2,7 anni in meno a causa del sovrappeso, che rappresenta il 9% della spesa sanitaria, superiore alla media degli altri paesi.

Nel mercato del lavoro, la produzione risulta essere inferiore per un ammontare pari a 571 mila lavoratori a tempo pieno all’anno a causa del sovrappeso. Complessivamente, questo significa che il sovrappeso riduce il PIL italiano del 2,8%. Per coprire questi costi, ogni italiano paga 289 euro di tasse supplementari all’anno.

Per arginare l’epidemia di obesità, l’Italia ha messo in atto una serie di politiche, tra cui linee guida che promuovono l’attività fisica e una dieta sana, etichette nutrizionali per gli alimenti da apporre sul retro delle confezioni e standard nutrizionali volontari nelle scuole.

Tuttavia, se a livello generale l’Italia presenta un dato sotto la media, per quanto riguarda i ragazzi tra i 5 e 19 anni i dati sono allarmanti: è obeso il 12,5% e il 24,3% è in sovrappeso. Numeri che ci collocano al 4° posto nel mondo, dove siamo preceduti solo da Usa, Nuova Zelanda e Grecia.

Tuttavia, si può fare di più secondo l’OCSE. L‘attuazione di un pacchetto di politiche di comunicazione o di politiche per incoraggiare la riformulazione di quelle attuali, preverrebbe le malattie non trasmissibili, ridurrebbe la spesa sanitaria e aumenterebbe la produttività della forza lavoro:
1. Un pacchetto di politiche di comunicazione – comprensivo di etichettatura obbligatoria sul fronte delle confezioni, regolamentazione pubblicitaria e campagne di informazione – potrebbe prevenire 144 mila malattie non trasmissibili entro il 2050, far risparmiare 62 milioni all’anno in spesa sanitaria, e far aumentare l’occupazione e la produttività di una quota pari a 6 mila lavoratori a tempo pieno all’anno.

  1. Una riduzione pari al 20% delle calorie negli alimenti ad alto contenuto di zucchero, sale, calorie e grassi saturi, potrebbe prevenire 688 mila malattie non trasmissibili entro il 2050, far risparmiare 278 milioni di euro all’anno in spesa sanitaria, e far aumentare l’occupazione e la produttività di una quota pari a 18 mila lavoratori a tempo pieno all’anno.

 

Obesità, i pericoli delle diete consigliate dai blogger

Blogger e pagine social che danno consigli sulla dieta non sono fonti credibili e non rappresentano una buona risorsa per tenere il peso sotto controllo.

Lo ha affermato Christina Sabbagh, ricercatrice University of Glasgow presentando una ricerca su questo tema alla Conferenza Europea sull’Obesità (ECO 2019).

L’indagine ha valutato tra maggio e giugno 2018 nove influencer inglesi che trattano di gestione del peso. I blogger dovevano avere più di 80.000 follower su almeno un sito di social media e una valutazione alta assegnata da una piattaforma specializzata (influencer.co).

La credibilità di questi blogger è stata valutata utilizzando 12 indicatori divisi in tre gruppi:

  • Trasparenza (chiara identificazione dell’autore e dei riferimenti citati, nonché la loro qualifica).
  • Affidabilità (aderenza ai criteri nutrizionali, in linea con gli standard scientifici condivisi).
  • Chiara distinzione tra pubblicità e contenuti redazionali, e tra fatti e opinioni.

È risultato che solo due dei nove blog sulla gestione del peso erano gestiti da influencer che si possono considerare adeguatamente qualificati per fornire tali consigli. Inoltre, cinque blog non hanno alcuna dichiarazione di non responsabilità sulle conseguenze dei consigli dietetici forniti, e sette non hanno fornito riferimenti basati su prove per le loro affermazioni.

Nel complesso, solo uno dei nove blog di gestione del peso ha superato il test di credibilità, ed era gestito dall’unico influencer con una laurea in nutrizione, iscritto a una società scientifica.

Successivamente, i ricercatori hanno esaminato la qualità nutrizionale delle ultime 10 diete consigliate da ciascuno dei blog, confrontandole con le raccomandazioni contenute nella campagna di riduzione delle calorie One You della sanità pubblica inglese. Inoltre, le diete consigliate sono state  analizzate per il contenuto di carboidrati, proteine, grassi, grassi saturi, fibre, zucchero e sale a confrontati con gli standard consigliati dalla UK Food Standards Agency.

Questa analisi ha rivelato che le diete consigliate da quattro blog non soddisfacevano i criteri nutrizionali, solo in un caso venivano fornite adeguate informazioni nutrizionali e quattro blog affermavano di essere contrari al conteggio delle calorie.

Per le ricette consigliate per la colazione, ad esempio, erano oltre il 50% al di sopra del limite di chilocalorie raccomandato.

Un pericoloso mix tra informazioni poco affidabili e vulnerabilità dei soggetti obesi.

Sabbagh ha ricordato che, secondo i dati raccolti da una recente indagine della British Dietetic Association, il 58% degli adulti del Regno Unito si fidano di consigli nutrizionali che arrivano da persone non qualificate, come un personal trainer o istruttori di fitness. E questa cifra sale al 75% tra gli intervistati di età compresa tra i 18 ei 24 anni. Inoltre, il 41% delle persone in quella fascia d’età ha affermato che si sarebbero fidati dei consigli di un blogger che mangiava sano.

“I risultati,” ha detto Sabbagh, “indicano che è il caso di fare ulteriori ricerche sull’influenza dei blogger nei comportamenti che riguardano la gestione del peso, coinvolgendo i responsabili delle politiche di sanità pubblica, che devono regolare e influenzare la produzione di informazioni on line sul controllo del peso.”

Stuart Flint ricercatore senior in sanità pubblica e obesità della Leeds Beckett University, (UK) ricorda che molte delle persone che usano i social media per trovare informazioni sanitarie sono “vulnerabili”.

“Sappiamo che sui social ci sono molte persone che hanno preoccupazioni sull’immagine corporea e sono spesso hanno comportamenti alimentari rischiosi … quindi c’è una grande preoccupazione per la diffusioni di informazioni inesatte sulla dieta corretta”.

Ha anche ricordato che, spesso, gli influencer online presentano una dieta come quella perfetta da seguire, non tenendo conto del fatto che “tutti abbiamo bisogno di cose diverse”.

“Non esiste una dieta adatta a tutti o la dieta perfetta”, sottolinea Flint che aggiunge:

“poiché i social media sono così diffusi e di facile accesso, è necessario agire su più fronti per garantire che i consigli dietetici trovati online siano credibili. C’è bisogno di fare di più in termini di assunzione di responsabilità riguardo a ciò che viene messo on line e le piattaforme di social media come Twitter, Instagram e così via devono fare di più per cercare di regolamentare o controllare le informazioni di salute quando non sono corrette.”

 

Ecco perché i pasti notturni possono danneggiare il nostro orologio biologico

Il rilascio di insulina (e di fattore di crescita insulino-simile 1, IGF-1) legato all’introduzione del cibo, ha un’influenza diretta sulla regolazione dell’orologio biologico. Questo spiega perché assumere pasti in orari notturni, come può accadere ad esempio a chi lavora di notte, porta ad alterazioni del ritmo circadiano che aumentano il rischio di sviluppare disfunzioni metaboliche e patologie croniche, come il diabete tipo 2.

Il meccanismo è rivelato da un nuovo studio, condotto in vitro e in vivo da un gruppo di ricerca inglese. In particolare, l’esperimento dimostra che  insulina e IGF-1 aumentano il livello di proteine PERIOD, chiamate anche “PERIOD clock protein”, che mandano alle cellule segnali regolatori dell’orologio biologico. Assumendo un pasto in orari diversi, l’organismo riceve segnali non più sincronizzati con quelli della luce, che regolano il rilascio di ormoni come cortisolo, adrenalina, serotonina. Questa “confusione” può avere conseguenze negative sul metabolismo, sulle funzioni digestive e su altri importanti meccanismi biologici.

Il team del Laboratorio di Biologia Molecolare (LMB) di Cambridge e dell’Università di Manchester (UK) ha prima studiato questi effetti in laboratorio su colture cellulari e successivamente li ha verificati in vivo su topi da laboratorio, somministrando pasti nelle ore in cui normalmente gli animali dormono.

È risultato che modificando le tempistiche di rilascio dell’insulina si altera il ritmo circadiano, con alterazioni delle funzioni fisiologiche, del comportamento e dell’espressione genica.

John O’Neill, del LMB di Cambridge ha spiegato: “Al centro di questi orologi cellulari c’è un insieme complesso di molecole la cui interazione scandisce tempi precisi nelle 24 ore. Quello che abbiamo dimostrato è che l’insulina, rilasciata quando mangiamo, può fungere da segnale per il nostro corpo.”

Priya Crosby, primo autore dello studio ha aggiunto: “I nostri dati suggeriscono che mangiare al momento sbagliato potrebbe avere un forte impatto sui ritmi circadiani. Una particolare attenzione alla tempistica del pasto in relazione all’esposizione alla luce è probabilmente il modo migliore per attenuare gli effetti negativi del lavoro a turni. Anche per chi ha un orario di lavoro normale fare attenzione agli orari dei pasti è importante per mantenere sano l’orologio biologico, specialmente quando si invecchia.”

 

Pesce crudo: occhio alla salute

Il pesce rappresenta un alimento fondamentale per la nostra corretta alimentazione. È ricco di proteine ad alto valore biologico e di grassi polinsaturi (buoni), tra i quali gli omega 3, molto importanti per numerose funzioni del nostro organismo: diminuiscono il rischio cardiovascolare, contribuiscono allo sviluppo del sistema nervoso, alla trasmissione neuronale, a funzioni come la memoria e proteggono le cellule di tutti gli organi compresa la pelle. Per tutte queste ragioni, il pesce non dovrebbe mai mancare sulla nostra tavola, ma in Italia, nonostante il paese sia circondato dal mare, questo alimento si consuma meno di quanto si dovrebbe, cioè almeno 3 porzioni a settimana. Le cause: gusto, tempo, preparazione, pulizia, costo. Fuori casa il consumo di pesce crudo come sushi o sashimi è diventato per molti un’abitudine grazie anche al proliferare di ristoranti e sushi bar. Il sempre più diffuso consumo è dovuto alla “moda”, alla praticità del consumo stesso, al costo accettabile e forse anche alla percezione che sia più salutare di quello cotto. In realtà, le proprietà nutritive fondamentali del pesce come proteine e grassi polinsaturi non differiscono dal pesce cotto correttamente, per esempio al vapore o al forno. Quanto alle quantità, per un adulto si raccomanda di consumare circa 600 grammi di pesce a settimana, quantità difficilmente raggiungibile con 3 porzioni medie di sushi, dove c’è più riso che pesce.

Da dove proviene la tradizione del pesce crudo?

Il pesce crudo non è una tradizione esclusiva del Giappone o dell’Oriente in generale, infatti da centinaia di anni si consuma anche in Italia e ancora oggi lo si offre in molte città affacciate sul Mediterraneo. Ecco alcuni esempi di piatti o preparazioni che prevedono il pesce crudo:

  • Sashimi. Pesce crudo (tonno, salmone, seppia, rombo) sfilettato, finemente affettato, ricercando dimensioni uniformi e spesso servito con salsa di soia e wasabi. Il Giappone è spesso consacrato come il regno del pesce crudo ed emblema di questa tradizione è proprio il sashimi.
  • Sushi. Abbinamento tra riso cotto e pesce, compresi i pesci crudi, a cui è possibile aggiungere altri ingredienti (avocado, verdura e uova di pesce). Rappresenta un’altra categoria simbolo dei piatti giapponesi, tuttavia la sua tradizione è originaria del sud-est asiatico: era un modo di conservare meglio i prodotti del mare.
  • Carpaccio. Carni crude finemente affettate (spessore massimo 0.4 mm) o pestate. Il termine, sebbene nasca in riferimento alla carne, può anche indicare piatti simili costituiti da pesce crudo.  Il carpaccio è un piatto tipico della tradizione italiana e solitamente servito con un condimento di olio extra vergine d’oliva e limone, pepe, scaglie di Grana Padano o Parmigiano a piacimento.
  • Marinatura. Pesci, soprattutto alici e sardine, sono parte della tradizione italiana e presenti quasi ovunque sia con preparazioni industriali che artigianali. Il pesce sfilettato viene immerso in olio, sale, pepe ed erbe aromatiche e lasciato marinare per una notte o più.
  • Tartare. Carne o pesce crudo tritato finemente al coltello, a cui si può aggiungere il condimento (cipolla, capperi, succo di limone, aceto balsamico) o delle salse. È una preparazione inventata recentemente e mutuata dalla stessa preparazione fatta con la carne.
  • Scottato. Pesce in tranci come tonno o pesce spada cotto alla piastra, ma lasciato al sangue, cioè dentro è crudo come spesso si fa anche con le bistecche.
  • Ceviche. Piatto a base di pesce marinato (limone, cipolla, peperoncino) originario dell’America Latina. La sua origine è antichissima, risale alla civiltà pre-incaica, ma ha subito anche l’influenza spagnola. I pesci impiegati possono andare dal persico al merluzzo ai quali si possono aggiungere i crostacei e varie verdure.
  • Poke. Insalata hawaiana tradizionalmente fatta con pezzi di pesce crudo (tagliati a cubetti) che sono conditi e marinati in vario modo e mescolati con verdure. Il poke si può preparare con il tonno hawaiano, il salmone, ma persino i molluschi. Per condire e marinare il pesce si usano in particolare la salsa di soia, l’olio di sesamo, la cipolla e il sale. Tra gli ingredienti che si possono aggiungere vi sono l’avocado, i semi di sesamo, il peperoncino, il peperone e le uova di pesce.
  • Gravlax . Piatto nordico costituito da salmone grezzo curato in zucchero, sale e aneto. Viene tradizionalmente mangiato con salsa di senape.
  • Stroganina. Pesce ghiacciato, tagliato in lunghe strisce sottili e semplicemente servito con olio d’oliva o di colza ed erbe aromatiche come origano e timo. Tipico della Siberia, così come i pesci usati per prepararlo: coregone artico, salmone o halibut.
  • Baccalà crudo. Nella cucina catalana è la carta vincente. Lo troviamo nell’insalata di pesce crudo nota come xatò, la cui salsa di condimento è ottenuta frullando insieme pomodori, frutta secca come mandorle e nocciole, aglio, olio, pane, sale, aceto e peperoncino. Può essere poi mescolato con tonno sott’olio, acciughe, scarola e olive. E lo ritroviamo anche nella esqueixada dove il baccalà è semplicemente dissalato e tagliato a striscioline prima di essere mescolato in una ciotola con cipolla, pomodori e olive nere e infine condito con olio, pepe e sale se gradito.

Benefici e attenzioni del consumo di pesce crudo

Per pesce crudo si deve intendere tutto quello che non è stato cotto a temperature di 60 °C o oltre. Quindi, anche quello scottato o marinato si deve intendere crudo. Come detto, i vantaggi derivati dal consumo di pesce crudo non aumentano più di tanto il loro valore tradizionale:

  • I pesci crudi non contengono sostanze contaminanti che si formano, invece, quando il pesce viene fritto, grigliato o cotto in contenitori non perfettamente puliti.
  • La cottura, e in particolare la frittura, possono ridurre la quantità di acidi grassi polinsaturi come omega-3, ma se la quantità settimanale di consumo è rispettata non vi sono riduzioni di assunzione significative.

Rischi del consumo di pesce crudo

Le contaminazioni chimiche, in particolare di metalli pesanti che si trovano soprattutto nei pesci di grossa taglia, non hanno risparmiato i nostri mari: i pesci che vivono e si nutrono in essi possono contenere sostanze chimiche che si accumulano nei loro tessuti e di lì passano nel corpo umano. I più diffusi metalli pesanti presenti nel pesce sono il mercurio, il piombo e il cadmio, che possono poi sommarsi agli inquinanti organici persistenti, ossia prodotti chimici industriali tossici come i polifenoli bifenili e gli esteri polibromificati difenilici, che arrivano in mare dagli scarichi antropici oppure dai residui di combustioni dei motori marini, oltre ai diserbanti e pesticidi che vengono addotti in mare dai fiumi. Tutti questi composti possono dar luogo a gravi intossicazioni. La cottura può essere efficace a ridurre l’esposizione a molti contaminanti, ma non tutti. In ogni caso non dobbiamo spaventarci perché la vigilanza sanitaria italiana, tra le migliori al mondo, controlla che il pesce in commercio non possa danneggiare l’organismo umano.

I pesci crudi possono contenere tossine oppure diversi virus, batteri e parassiti.

Contaminazione da tossine

Alcuni pesci producono naturalmente delle tossine che si possono abbattere con la cottura. È il caso di anguille, murene e granchi, fino al pesce palla o Foghu, la cui tossina è mortale: in questi casi la cottura non basta ed è necessaria una particolare eviscerazione. Vi sono poi tossine prodotte da batteri che infestano il pesce, ad esempio la tossina botulinica che però può essere abbattuta con il calore poiché termolabile.

Contaminazione da batteri, virus e parassiti

Vibrioni. Se si consuma pesce e mitili crudi contaminati da vibrioni l’infezione provoca una sintomatologia di tipo gastroenterico più o meno grave. Tra le sue specie più famose troviamo il Vibrio cholerae (responsabile del colera). La cottura oltre i 60°C lo elimina, una temperatura che deve raggiungere anche l’interno del pesce.

Listeria. Se si consuma pesce crudo contaminato da listeria può causare meningiti, infezioni polmonari e setticemia. Sono particolarmente a rischio i soggetti con sistema immunitario compromesso, gli anziani, i bambini e le donne in gravidanza. La cottura a temperatura elevata almeno a 75°C ne provoca l’inattivazione.

Eschirichia coli. Provocano sindromi gastroenteriche con febbre. L’abbattimento si ottiene solo con la temperatura elevata. La contaminazione avviene a causa degli scarichi fognari i cui liquidi non vengono depurati prima di entrare in mare.

Salmonelle. Provocano per ingestione di pesce e conchiglie crude sindromi gastroenteriche associate a febbre. Sopravvivono in mare per poco tempo ed il refrigeramento ne limita la replicazione ed il moltiplicarsi, la cottura le abbatte.

Virus epatite A. Infetta cefalopodi (seppioline, polipetti, calamari) e molluschi (cozze, ostriche, etc.). Giunge al mare attraverso gli scarichi fognari con le escrezioni fecali. Ne sono infestati in maniera particolare i molluschi che per nutrirsi filtrano grandi quantità di acqua. Attacca il fegato e provoca una sintomatologia di tipo influenzale.

Norovirus. Sono responsabili della tipica sintomatologia gastrointestinale.

Anisakis. È il parassita che più comunemente infesta il pesce (tonno, pesce spada, sgombro, nasello, aringhe, acciughe, ecc.), se l’uomo consuma la carne cruda del pesce può essere infestato anch’esso. L’infezione da Anisakis, l’anisakidosi, è un’infezione gastrointestinale i cui sintomi comprendono nausea, vomito e dolori all’addome. La cottura del pesce, con temperature superiori ai 65°C, abbatte il parassita. Se si vuole consumare il pesce crudo in sicurezza occorre che sia prima abbattuto, cioè sottoposto ad una temperatura di oltre -20°C per almeno 24 ore. L’anisakidosi può risolversi naturalmente in alcuni giorni e i sintomi si possono attenuare con farmaci idonei. Il parassita può essere eliminato con la rimozione chirurgica o endoscopica, specialmente nei casi in cui provochi un’ostruzione nell’intestino tenue. In alcuni pazienti il parassita può essere debellato anche con l’assunzione di un farmaco antiparassitario.

Opistorchis. È un parassita che, contrariamente all’Anasakis, infesta i pesci di acqua dolce. È un verme piatto che infetta il fegato dell’uomo, nonché il suo ospite naturale. Nel fegato dell’uomo il parassita può vivere anche decine di anni provocando gravi infiammazioni del tessuto epatico e, in alcuni casi, anche la morte. La cottura abbatte questo parassita, come anche il congelamento a -20°C per almeno 24 ore.

Pesce crudo e cotto: sindrome sgombroide

Viene definito ” mal di sushi ” ma, in realtà, spesso si ha a che fare con la sindrome sgombroide, fortunatamente in Italia ancora poco diffusa, si tratta di una patologia di origine alimentare causata dal consumo di prodotti ittici contaminati da batteri in assenza di alterazioni organolettiche, che non interessa solo il sushi. Infatti, non sono immuni da questa sindrome neanche i pesci cotti. L’effetto tossico in questa sindrome è dato dall’istamina che non viene ridotta con la cottura, l’affumicamento, la marinatura o la surgelazione: questo va a rendere i prodotti contaminati particolarmente pericolosi per l’uomo, anche in quanto non si verificano modificazioni di natura organolettica del prodotto. Nausea, mal di testa, diarrea, rossore della pelle su viso e collo, palpitazioni, tremori e nei casi più gravi anche edema della glottide con rischio di soffocamento. Ne può soffrire chi mangia tonno o altro pesce azzurro mal conservato, non solo sgombro come può erroneamente far pensare il nome. I batteri responsabili di per sé non sono patogeni, ma sono in grado di trasformare un amminoacido quale l’istidina (presente in abbondanza in alcune specie di pesci) in istamina che, se assunta in grandi quantità, è la responsabile della patologia. La dose per la manifestazione clinica della sindrome sgombroide è influenzata da numerosi fattori come sensibilità individuale, peso corporeo, composizione del pasto (alcool, verdure e formaggi), farmaci, età e altre patologie/allergie. L’inizio della sintomatologia è rapido, circa 20-30 minuti dall’assunzione dell’alimento. Una buona igiene durante le operazioni di lavorazione e una precoce refrigerazione dopo la pesca sono fondamentali per il controllo dello sviluppo dei microrganismi produttori dell’enzima in grado di trasformare l’istidina in istamina. Bisogna poi considerare che la contaminazione batterica può avvenire anche dopo la pesca, in tutte le fasi della produzione dell’alimento comprese quelle di distribuzione e somministrazione.

L’unica arma che abbiamo per difenderci da questa patologia è acquistare pesce freschissimo da fornitori di fiducia, intero e non manipolato (lavorazioni varie) e cuocerlo osservando tutte le regole igieniche.

Consigli pratici per ridurre il rischio di ammalarsi

  • Assicurati di acquistare i pesci da fornitori di fiducia che hanno lavorato e conservato correttamente il pesce. Dai pescivendoli che osservano le norme igieniche solitamente non c’è puzza di pesce, ma solo un leggero odore. Il pesce fresco non puzza.
  • Impara a distinguere il pesce fresco da quello decongelato, un buon metodo è controllare se le branchie sono sanguinanti e l’occhio è vivido con la pupilla rotonda e non schiacciata.
  • Controlla le etichette e le date di scadenza di quello surgelato, non acquistare surgelati che presentano liquidi all’interno delle confezioni.
  • Il pesce surgelato, una volta scartato, va consumato e non conservato nel congelatore.
  • Non mangiare pesce fresco crudo se non dopo esserti assicurato che sia stato abbattuto. Al ristorante o sushi bar chiedi sempre se hanno abbattuto il pesce prima di lavorarlo.
  • Non lasciare fuori dal frigorifero il pesce fresco, poiché i batteri si moltiplicano velocemente e, se non congelato immediatamente, tenerlo in ghiaccio nel frigorifero e mangiarlo ovviamente cotto entro un paio di giorni dall’acquisto.
  • Lavare le mani e il tavolo di lavoro dopo aver manipolato i pesci crudi per evitare di contaminare il cibo che si prepara dopo, i batteri possono contaminare anche altri cibi.
  • Le persone con sistemi immunitari deboli (anziani, bambini piccoli, pazienti affetti da HIV…) sono più suscettibili alle infezioni. Questi gruppi ad alto rischio dovrebbero evitare il pesce crudo. Inoltre, spesso alle donne in gravidanza viene sconsigliato il consumo di pesce crudo a causa del rischio di un’infezione da Listeria, che può causare morte fetale.

 

Infiammazioni croniche: postbiotici l’ultima frontiera per curarle

Molte delle molecole funzionali attive sul nostro sistema immunitario si ottengono dalla fermentazione degli alimenti ingeriti, operata dai batteri intestinali. In anni recenti, l’uso di probiotici e simbionti anche nell’industria alimentare come supplementi per bilanciare la dieta e migliorare l’omeostasi intestinale è stato un ambito di ricerca e di applicazione molto florido.

Ma la ricerca scientifica non ha mai smesso di studiare e approfondire i meccanismi di interazione fra i microrganismi benefici e le funzioni immunitarie nell’ospite. Fino all’osservazione degli effetti di alcune molecole funzionali derivanti dalla fermentazione di matrici alimentari da parte di batteri probiotici, dette appunto postbiotici. Queste sono state studiate in seguito come alternative per applicazioni cliniche, in particolare nelle infiammazioni croniche come l’IBS, come già riportava Maria Rescigno, docente ordinario di Patologia Generale all’Humanitas di Milano, in un articolo del 2013 (Tsilingiri K, Rescigno M. Benef Microbes. 2013 Mar 1;4(1):101-7).

Oltrepassare il passaggio di fermentazione intestinale, farlo avvenire in condizioni controllate al di fuori dell’organismo con microrganismi, su substrati prescelti è stato l’oggetto di un filone di approfondimento che ha portato ad una miglior comprensione degli effetti dei postbiotici. Dopo i prebiotici e i probiotici, i postbiotici rappresentano l’ultimo traguardo dell’approccio alimentare funzionale nel campo del microbioma e microbiota intestinale. Gli alimenti vengono fatti fermentare con microrganismi, anche probiotici, che, a seconda della tipologia, possono generare una serie di sostanze con proprietà diverse. Il batterio fermentante viene quindi inattivato al calore eliminando così gli effetti collaterali da fronteggiare nel caso di somministrazione diretta (critici in alcune condizioni particolari, soprattutto nei bambini).

Il latte è fra le matrici più comunemente fermentate. Maria Rescigno ha recentemente anticipato i risultati di uno studio preclinico che ha mostrato l’effetto di tale fermentato nell’inibire batteri o virus patogeni nelle infezioni e infiammazioni. Queste sostanze avrebbero dimostrato di interagire con il nostro sistema immunitario modulandone la risposta, attivandola o spegnendola in caso di una reazione eccessiva. Risultati che si prospettano positivi anche quelli che Gian Vincenzo Zuccotti, direttore del dipartimento di pediatria dell’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano ha riferito a proposito di uno studio in fase di conclusione, eseguito in bambini affetti da dermatite atopica, malattia infiammatoria della pelle. Le prime evidenze fanno cautamente sperare in un effetto positivo di farine fermentate come coadiuvanti della terapia farmacologica nella cura della dermatite atopica. Sapremo a breve quindi se siamo vicini a una nuova svolta nel campo dell’alimentazione funzionale finalizzata alla cura di alcune malattie croniche per le quali, già oggi, si osserva una stretta correlazione con l’attività di modulazione batterica nell’intestino.

 

Quanti sono i geni che compongono il microbioma?

Il numero di geni dei microbiomi intestinale e orale potrebbe superare le nostre aspettative. È quanto emerge da una delle più grandi analisi del microbioma umano, pubblicata su Cell Host & Microbe.

Stato dell’arte

I microbi che popolano il nostro intestino e il cavo orale sono considerati modulatori chiave di salute e malattia. Finora lo scopo di molti studi è stato individuare le specie batteriche che influenzano il rischio di malattia, ma ancora poco si sa sui geni del microbioma umano.

Cosa aggiunge questo studio

Analizzando il DNA di oltre 3.500 campioni di microbioma umano, i ricercatori hanno scoperto quasi 46 milioni di geni batterici (24 milioni nel microbioma orale e 22 milioni in quello intestinale). Più della metà di tutti i geni in un campione metagenomico sono risultati geni unici, specifici per individuo, che sembrano avere funzioni specializzate come la resistenza agli antibiotici e la costruzione della parete cellulare microbica.

Conclusioni
I risultati mostrano che la diversità genetica del microbioma umano è immensa. La mappatura di tale diversità genetica potrebbe favorire la progettazione di trattamenti mirati.

Il numero di geni dei microrganismi che popolano l’intestino e il cavo orale potrebbe superare le nostre aspettative. È quanto emerge da una delle più grandi analisi del microbioma umano. I risultati, pubblicati su Cell Host & Microbe, potrebbero facilitare la progettazione di trattamenti mirati.

È noto da molto tempo che i microrganismi che popolano l’intestino e il cavo orale sono modulatori chiave di salute e malattia. Molti studi hanno indagato quali specie batteriche influenzano il rischio di malattia, ma rimane ancora molto da scoprire riguardo ai geni del microbioma umano.

Per rispondere a questa domanda, Braden Tierney della Harvard Medical School e i suoi colleghi hanno analizzato il DNA di 3.655 campioni di microbioma umano, di cui oltre 1.400 sono stati ottenuti dal cavo orale e 2.100 dall’intestino.

Una diversità sbalorditiva

I ricercatori hanno individuato quasi 46 milioni geni batterici, dei quali circa 24 milioni nel microbioma orale e 22 milioni in quello intestinale. Il team ha stimato che il numero totale di geni nel microbioma umano potrebbe essere di circa 232 milioni.

Più del 50% dei geni batterici (quindi circa 23 milioni, di cui 11,8 milioni provenienti dal cavo orale e 12,6 milioni dall’intestino) sono stati individuati una sola volta e sono risultati specifici dell’individuo.

Geni unici

Mentre i geni comunemente condivisi sembravano essere coinvolti in funzioni di base, come il metabolismo e la scomposizione delle proteine, i geni unici tendono ad avere funzioni più specializzate, come la resistenza agli antibiotici e la costruzione della parete cellulare microbica.

I geni unici sarebbero quindi importanti nella vita evolutiva dei batteri, fungendo da serbatoi di diversità genetica da cui il microrganismo può attingere per adattarsi.

Terapie mirate

Lo studio ha prodotto un ampio database che potrebbe aiutare a studiare la variazione genetica tra più siti e campioni corporei. I risultati mostrano che la diversità genetica del microbioma umano è immensa.

Sebbene i fattori che alimentano tale diversità genetica siano sconosciuti, i ricercatori sperano che la costruzione di un catalogo dei geni del microbioma umano possa aiutare a sviluppare terapie mirate basate sulla composizione genetica microbica unica di un individuo, piuttosto che sulle sole specie batteriche.

 

Scoperti batteri intestinali che impediscono ai topi di diventare obesi

In uno studio pubblicato su Science è stata identificata una classe di batteri intestinali che impedisce di diventare obesi. Ecco perché.

Stato dell’arte

Quasi 2 miliardi di persone in tutto il mondo sono obese e a rischio di sviluppare disturbi metabolici, come il diabete di tipo 2. Diversi studi si sono concentrati sul ruolo del sistema immunitario nelle malattie metaboliche e hanno suggerito che il microbiota intestinale, che si ritiene regoli il metabolismo, sia alterato nelle persone obese.

Cosa aggiunge questo studio

I ricercatori hanno identificato una classe di batteri intestinali (Clostridia) che impedisce ai topi di diventare obesi, suggerendo come questi stessi microbi possano controllare il peso nell’uomo in modo simile. I batteri di questa classe sono risultati abbondanti nell’intestino di topi sani; al contrario, sono presenti in scarse quantità in topi immunocompromessi anziani. Anche se nutriti con una dieta sana, questi animali sono diventati obesi; il peso è rimasto invece nella norma in caso di trattamento con Clostridia.

Conclusioni
I risultati mostrano che l’obesità osservata nei topi immunocompromessi è causata dall’incapacità del sistema immunitario di riconoscere i batteri. Comprendere la relazione esistente tra batteri intestinali, obesità e sistema immunitario potrebbe aiutare a prevenire e curare l’obesità e i disordini metabolici.

Charisse Petersen dell’Università dello Utah e i suoi colleghi hanno identificato una classe di batteri intestinali (Clostridia) che impedisce ai topi di diventare obesi. Lo studio, pubblicato su Science, dimostra come cellule immunitarie specializzate possano influenzare la composizione del microbiota intestinale e in particolare la presenza di batteri che promuovono o riducono l’assorbimento dei grassi, proteggendo così dall’obesità e dalle condizioni metaboliche associate.

Oggi, quasi 2 miliardi di persone in tutto il mondo sono obese e rischiano di sviluppare disturbi metabolici, come il diabete di tipo 2. Diversi studi si sono concentrati sul ruolo del sistema immunitario nelle malattie metaboliche e hanno suggerito che il microbiota intestinale, che si ritiene regoli il metabolismo, sia alterato nelle persone obese.

Per valutare il legame tra obesità e sistema immunitario, i ricercatori hanno esaminato topi immunocompromessi.

Topi obesi

I risultati ottenuti dai ricercatori indicano che i topi immunocompromessi non sono in grado di sviluppare un tipo di cellule immunitarie specializzate e di produrre nell’intestino un anticorpo specifico chiamato immunoglobulina (IgA). La mancanza di IgA intestinale non consente ai topi di controllare efficacemente la composizione del microbiota intestinale, rendendo l’intestino un ambiente ostile per i batteri della classe Clostridia.

Anche se nutriti con una dieta sana, i topi immunocompromessi sono diventati obesi e hanno sviluppato molte delle condizioni metaboliche correlate all’obesità tipiche dell’uomo.

Un piccolo aiuto dai batteri

I ricercatori hanno scoperto che i batteri della classe Clostridia impediscono l’aumento di peso bloccando la capacità dell’intestino di assorbire i grassi. Rispetto a topi germ-free (quindi privi di qualsiasi microrganismo), i topi che presentavano nell’intestino solo Clostridia erano più magri. I roditori avevano anche livelli più bassi di CD36, un gene che regola l’assorbimento degli acidi grassi. Inoltre, le molecole secrete da Clostridia sono state in grado di ridurre i livelli di CD36 in vitro.

In conclusione, i ricercatori sostengono la necessità di isolare queste molecole batteriche e testarne il funzionamento. Comprendere la relazione che lega batteri intestinali, obesità e sistema immunitario potrebbe infatti aiutare a prevenire e curare l’obesità e i disordini metabolici.

 

Stop all’infiammazione

Sarcopenia e obesità sarcopenica sono molto comuni tra i pazienti affetti da insufficienza cardiaca, suggerendo l’esistenza di relazioni meccanicistiche tra le diverse condizioni.

A sostegno di questa ipotesi, è dimostrato che varie cellule immunitarie rilasciano mediatori pro-infiammatori nel muscolo scheletrico e nel miocardio: la struttura endoteliale viene interrotta e i processi cellulari, come l’attività mitocondriale, la mitofagia e l’autofagia sono compromessi. I miociti infiammati perdono le loro proprietà contrattili, che sono caratteristiche tipiche di sarcopenia e insufficienza cardiaca.

Quindi lo sviluppo di obesità potrebbe essere mediato da un crosstalk tra tessuto adiposo viscerale, quello sottocutaneo e il muscolo scheletrico in condizioni di infiammazione locale e sistemica di basso grado.

L’infiammazione può aumentare il rischio di eventi cardiovascolari in modo indipendente dall’iperlipidemia: si è infatti ottenuta una significativa riduzione dei tassi di questi eventi, senza l’abbassamento dei lipidi plasmatici, a seguito di uno specifico targeting di citochine proinfiammatorie chiave, a conferma che l’infiammazione è coinvolta nella patogenesi delle malattie cardiovascolari.

È noto che la disbiosi intestinale, una comunità microbica intestinale squilibrata, è profondamente coinvolta nella patogenesi della sarcopenia e cardiopatie associate all’età inducendo e supportando l’infiammazione. La disbiosi induce la produzione di trimetilammina-N-ossido (TMAO), che è implicata in aterosclerosi, trombosi, sindrome metabolica, ipertensione e scarsa prognosi nell’insufficienza cardiaca. Nell’obesità, poi, la disfunzione del tessuto adiposo e l’infiammazione che inducono, insieme alla disbiosi, alla lipotossicità e ad altri processi fisiopatologici, esacerbano la sarcopenia e l’insufficienza cardiaca.

È stato dimostrato che la somministrazione di mediatori specializzati che risolvono l’infiammazione migliora le manifestazioni infiammatorie.

Considerando tutti questi risultati, gli autori ipotizzano che sarcopenia, obesità sarcopenica, insufficienza cardiaca e disbiosi siano disturbi guidati dall’infiammazione, per cui l’infiammazione è comune e molto probabilmente il meccanismo causale che guida la loro patogenesi.

Autori: Livshits G, Kalinkovich A.
Fonte: Ageing Res Rev. 2019 Nov 11:100980. doi: 10.1016/j.arr.2019.100980.
Link della fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/31726228

 

Zuccheri indicati sulle etichette, fanno bene alla salute e alla spesa sanitaria

L’indicazione obbligatoria degli zuccheri aggiunti sulle etichette di cibo e bevande, imposta dalla Food & Drug Administration, è potenzialmente in grado di generare vantaggi sostanziali per la salute della popolazione americana, oltre che importanti risparmi economici. Lo dice uno studio della Friedman School of Nutrition Science and Policy, Università di Tufts (Usa) e Liverpool (UK), pubblicato sulla rivista Circulation.

Un’assunzione eccessiva di zuccheri aggiunti, in particolare quelli nelle bevande zuccherate, è considerata un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari, diabete e obesità. Nel 2016, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha imposto norme più severe per l’indicazione del contenuto di zucchero aggiunto su tutti gli alimenti e le bevande, con l’obbligo di indicare la quantità in grammi e il limite giornaliero di assunzione raccomandato nelle linee guida nutrizionali 2015-20 (Dietary Guidelines for Americans).

I ricercatori hanno usato un modello previsionale per verificare l’impatto di questa misura sulla salute pubblica, sulla spesa sanitaria e sui costi sociali. Il modello ha utilizzato dati demografici e sulle abitudini alimentari del National Health and Nutrition Examination Survey e i dati epidemiologici provenienti dai Centers for Disease Control e Prevention, per stimare i casi evitati di malattie cardiovascolari e di diabete di tipo 2, gli anni di vita in buona salute (QALY), i costi dell’assistenza sanitaria, i costi per le famiglie e i costi sociali, come per esempio le assenze dal lavoro.

Si stima che nell’arco dei prossimi vent’anni le nuove etichette sugli zuccheri potrebbero prevenire o ritardare l’esordio di circa 1 milione di casi di malattie cardiometaboliche (come malattie cardiache, ictus e diabete di tipo 2). Se le nuove etichette spingeranno i produttori ad abbassare i contenuti di zuccheri si potrebbe arrivare a prevenire (o ritardare nell’esordio) fino a 3 milioni di casi di malattie cardiovascolari e diabete.

Per quanto riguarda i costi, secondo l’indagine, l’efficacia di queste misure dovrebbe iniziare ad apparire entro cinque anni e raggiungere il livello massimo entro sette anni. Nell’arco di un ventennio (2018-2038) con le nuove etichette negli Usa si avrebbe un risparmio di 31 miliardi di dollari in costi sanitari e 61,9 miliardi in costi sociali. Se si aggiungesse all’etichettatura la riformulazione dei prodotti da parte delle aziende si avrebbe un risparmio di 57,6 miliardi di dollari di costi sanitari e 113,2 miliardi di dollari di costi sociali.

“La nuova etichettatura è un passo importante verso la riduzione del consumo di cibi e bevande con alto contenuto di zuccheri aggiunti, per il miglioramento della salute e il contenimento della spesa sanitaria”, ha dichiarato Renata Micha, co-responsabile dello studio e professore associato presso la Friedman School of Nutrition Science and Policy della Tufts University. “Questi risultati hanno importanti implicazioni per gli individui, i responsabili politici e l’industria alimentare. Una riformulazione anche limitata di questi prodotti sarebbe un modo efficace per massimizzare i potenziali benefici, e consentirebbe a chi genera il problema di essere parte della soluzione.”