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Come misurare le calorie bruciate con l’attività fisica

Attività fisica, esercizio fisico e attività sportiva

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per attività fisica si intende “qualunque sforzo esercitato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un consumo di energia superiore a quello in condizioni di riposo”. È chiaro quindi che durante la giornata pratichiamo regolarmente attività fisica per svolgere le nostre attività quotidiane: ad esempio camminiamo, saliamo e scendiamo le scale, trasportiamo pesi, utilizziamo i muscoli delle braccia e del dorso per cucinare, svolgere lavori domestici, scrivere o lavorare al computer oppure anche giocare, nel caso dei bambini.
Quando il nostro movimento viene invece organizzato consapevolmente in termini di intensità, di durata e di gruppi muscolari coinvolti, parliamo di esercizio fisico: ne sono esempi la camminata a passo veloce (all’aperto o sul tapis roulant), il nordic walking, le gite in bicicletta o l’utilizzo della cyclette, il nuoto libero, le passeggiate a cavallo o l’esercizio aerobico in palestra.

Se partecipiamo a un’attività competitiva e regolamentata, individuale o di gruppo, parliamo di attività sportiva : ad esempio le partite di tennis, di calcio, di pallacanestro o pallavolo, oppure le gare di nuoto o di golf.

Le attività citate sono profondamente diverse tra loro in termini di qualità, intensità e benefici per la salute, però hanno tutte una cosa in comune: prevedono il consumo di energia. Naturalmente, la quantità di energia consumata varia enormemente tra un’attività e l’altra ed è molto interessante sapere quanta energia consumiamo per svolgere un determinato tipo di esercizio, soprattutto se stiamo seguendo una dieta o dobbiamo tenere sotto controllo il nostro peso. In questi casi è opportuno non introdurre più energia (calorie) di quella che effettivamente consumiamo e seguire un regime alimentare che rispetti il nostro fabbisogno energetico giornaliero.

Di fronte a un panorama così variegato, è importante identificare uno strumento affidabile e semplice da usare, che permetta di quantificare l’energia che viene consumata per ogni tipo di attività fisica.

Che cos’è il MET?

Il MET (Metabolic Equivalent of Task – Equivalente Metabolico dell’attività) è  un metodo affidabile, riconosciuto anche dall’OMS: si tratta di un’unità che stima la quantità di energia “extra” utilizzata dall’organismo durante l’attività fisica rispetto al metabolismo basale, ossia l’energia che consumiamo a riposo assoluto, stando distesi o seduti. Il MET è standardizzato in modo che possa essere applicato a uomini e donne con peso corporeo variabile e confrontare le diverse attività. Può essere espresso in termini di consumo di ossigeno, ma è più intuitivo esprimerlo in termini di chilocalorie o kcal (l’unità di misura con cui quantifichiamo l’energia che introduciamo con gli alimenti e quella che consumiamo con l’esercizio fisico). I METs definiscono meglio l’energia che si consuma facendo attività fisica rispetto a quanto è stato fatto in passato attraverso le calorie consumate per minuto di movimento.

1 MET equivale a 1 kcal per kg di peso corporeo all’ora. Da ciò possiamo dedurre che il peso corporeo della persona e la durata dell’attività fisica sono correlate a un diverso consumo di METs: è esperienza comune osservare che il peso in eccesso e una maggior durata di un esercizio richiedano più energia. Se a riposo consumiamo 1 MET all’ora, facendo attività fisica possiamo incrementare in maniera anche importante i METs consumati.

Come si misura l’attività fisica?

Facciamo qualche esempio:

  • Attività fisica leggera, che richiede meno di 3 METs: durante una camminata a passo lento (3 km/h) consumiamo circa 1,8 METs, che corrispondono a circa 130 kcal all’ora per una persona di 70 kg.
  • Attività fisica aerobica di intensità moderata, tra 3-6 METs: una camminata a passo più sostenuto, ad esempio a 5 km/h, corrisponde a 3,2 METs (224 kcal),  quasi il doppio! Abbiamo 3,9 METs per il ballo, 6 per le camminate in montagna. Anche lo Yoga e il Tai Qi, che vengono talvolta considerate attività “a riposo” da chi non le conosce o non le pratica hanno invece METs interessanti, rispettivamente 4 e 3,2.
  • Oltre i 6 METs, parliamo di attività fisica ad alta intensità : abbiamo 9 METs per la corsa a 9 km/h, 7 per il nuoto e 10 per lo sci di fondo.

Più METs, più salute

A questo punto è spontaneo chiedersi quanti METs siano necessari per mantenere uno stato di salute ottimale. Naturalmente, la risposta varia da caso a caso. Chi, ad esempio, ha problemi di peso in eccesso, chi è sedentario da molti anni, chi soffre di patologie cardiovascolari o articolari deve intraprendere l’attività fisica con estrema cautela e gradualità, preferibilmente sotto il controllo di un esperto in Scienze Motorie, aumentando la durata e l’intensità dell’esercizio col tempo, nel modo più dolce possibile. Lo stesso vale per alcune condizioni fisiologiche, come la gravidanza o un’età superiore ai sessantacinque anni, che richiedono cautela e attenzione. In questi casi è sufficiente partire con attività da 2-3 METs, come la passeggiata a passo tranquillo all’aperto o su tapis roulant oppure il nordic walking o lo yoga. È bene iniziare con pochi minuti al giorno, per poi raggiungere la mezz’ora e poi l’ora. Per preservare la propria salute, non è necessario intraprendere attività intense sopra i 6 METs, a meno che non si abbiano particolare passione o interesse personale per tali attività, che rappresentano quindi un hobby divertente e salutare. Raggiungere 400-500 METs alla settimana di attività fisica può essere considerato un primo obiettivo assolutamente ragionevole, raggiungibile camminando mezz’ora al giorno a passo tranquillo (a circa 3 km/h). Poi, in base all’età, alle condizioni di salute e all’allenamento è possibile aumentare i METs in base alle proprie aspirazioni e preferibilmente sotto la guida di un esperto in Scienze Motorie.

Rischi dell’inattività fisica

Se è vero che non è necessaria un’attività estremamente intensa per mantenere il proprio benessere, è altrettanto vero che l’inattività comporta un aumentato rischio di sviluppare numerose patologie. Innanzitutto, può ridurre il tenore di calcio delle ossa, aumentando col tempo il rischio di osteopenia. Inoltre, viene ridotto il tono muscolare, con una modificazione della composizione corporea a favore della massa grassa anziché della massa magra. Anche l’apparato cardiovascolare necessita di esercizio fisico e, in caso di sedentarietà, aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, soprattutto se la sedentarietà si associa a fumo di sigaretta, aumento di peso prevalentemente a livello della circonferenza vita, aumento del colesterolo “cattivo” (LDL) e aumento della glicemia. A questo proposito, l’inattività fisica comporta anche un rischio metabolico, con una maggiore possibilità di sviluppare diabete mellito di tipo II o ipercolesterolemia.
Come diceva Ippocrate di Kos nel IV secolo a.C., “Se si riuscisse a dare a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, avremmo trovato la strada per la salute.

 

Tabella METs

 

Attività                                                           METs                                  Attività                       METs

Riposo assoluto                                                  1                                   Corsa 12 km/h                  12,3

Guardare la TV sul divano                              1,1                                 Corsa 15 km/h                   14.6

Lavoro in ufficio                                                1,2                                Ginnastica                             7

Lavori domestici                                               2-4*                              Mountain-bike                   6,8*

Camminata a passo lento                                  2                                  Nuoto (piscina)                4,5-7*

Ballo                                                                   3,9-6*                            Pallanuoto                          9,8

Basket                                                                   11,1                               Pallavolo                               6

Bicicletta 15 km/h                                              5,9                                Pattinaggio                          4-7*

Bicicletta 25 km/h                                              8,4                                Pingpong                             4,7

Calcio                                                                    10,3                               Salto con la corda               12

Camminata 3 km/h                                            1,8                                 Sci discesa                             8

Camminata 5 km/h                                             3,2                                Sci di fondo                        6-10*

Camminata montagna                                          6                                  Skateboard                        5-6,5*

Canottaggio amatoriale                                         3                                  Squash                                8-12*

Canottaggio agonistico                                         11                                  Thai chi                                 4

Tennis                                                                      6,8                                 Yoga                                     3,2

Corsa 9 km/h                                                           9                                                                          

 

 

Attività fisica: regole e consigli

 

L’attività fisica non si improvvisa, o meglio, per ottenere benefici è necessario svolgerla con consapevolezza e attenzione.

Riportiamo qui sotto alcune regole da tenere sempre a mente:

1)  Prima di iniziare, prenota una visita dal tuo medico e possibilmente anche un appuntamento con un professionista laureato in Scienze Motorie. Questi esperti sapranno valutare correttamente le tue condizioni fisiche e definire un programma personalizzato sulle tue esigenze, in particolare se soffri di specifiche patologie a carico del sistema cardiocircolatorio o dell’apparato muscolo-scheletrico.

2)  Se non fai attività fisica da tempo (o se non l’hai mai fatta) è opportuno che inizi a svolgerla a bassa intensità e per un tempo non troppo prolungato. Aumenterai via via intensità e ritmo nel tempo, dopo aver acquisito maggior sicurezza e controllo del tuo corpo, che con il passare delle settimane sarà in grado di sopportare sforzi più intensi e/o prolungati.

3)  Datti degli obiettivi, adeguati alla tua preparazione di partenza e non troppo difficili da raggiungere: sarà più facile organizzare l’allenamento e ti sentirai più stimolato.

4)  Se sei in compagnia, cerca di non farti “trascinare” dagli altri: ricorda che sforzi troppo intensi senza un’adeguata preparazione possono essere pericolosi per cuore e articolazioni.

5)  Scegli attività che ti soddisfano e cerca di variarle il più possibile, magari alternandole periodicamente. Avrai così più stimoli, eviterai la noia e allenerai diverse parti del corpo.

6)  È importante saper gestire fatica e dolore: far fatica e sentire qualche piccolo indolenzimento mentre si fa sport è normale, ma è importante imparare a capire quando si tratta di uno sforzo o un fastidio fisiologico, e quando invece è eccessivo. Se ti senti eccessivamente stanco o senti dolore, fermati e riposati.

7)  Prima di cominciare l’attività aerobica, esegui un breve riscaldamento muscolare e, una volta terminata, non dimenticare qualche esercizio per sciogliere i muscoli.

Dove meno te l’aspetti…

L’attività fisica non è solo sportiva o programmata: a volte è sufficiente cambiare alcune abitudini ed essere un po’ meno pigri, magari prendendo spunto da questi semplici accorgimenti:

– Smetti di utilizzare l’ascensore . Se i piani sono molti e/o l’età non è più verde, si può scegliere di scendere uno o due piani sotto il piano desiderato e utilizzare le scale per raggiungerlo.

– Spostati a piedi o in bicicletta, ove possibile, anche per accompagnare i tuoi figli a scuola: farai così movimento, e insegnerai loro a farlo, dando il buon esempio. Alternativa soft: invece di stressarti nella ricerca del parcheggio più vicino al posto di lavoro, lascia l’auto più lontano del solito o, se utilizzi mezzi pubblici, scendi qualche fermata prima rispetto a quella abituale.

–  Invece di prendere l’auto, acquista un carrellino per trasportare la spesa fino a casa.

–  Anche andare a ballare (a tutte le età!), stirare stando in piedi, spolverare e giocare con figli, nipoti o bambini di amici sono ottimi esercizio fisici.

–  Anche la buona vecchia scopa aiuta a bruciare calorie , ove possibile è buona norma preferirla all’aspirapolvere.

 

 

Colazione: il pasto “Re” della giornata

 

La colazione è importante almeno quanto il pranzo o la cena. Ad esserne convinti sono la metà degli italiani intervistati per una ricerca condotta dall’Istituto Eumetra per Unione Italiana Food. Per 1 italiano su 2 il momento della prima colazione è ritenuto “molto importante”, superando, nella percezione, il pranzo e la cena. Non solo. Dallo studio emerge anche che, rispetto a qualche anno fa, l’8% degli italiani tende a mangiare di più al mattino, mentre diminuiscono le porzioni a pranzo (-5%), cena (-8%) e nei fuori pasto (-22%). Una notizia positiva per gli esperti di nutrizione, che da anni ribadiscono l’importanza di un abbondante primo pasto della giornata. Le ragioni sono di carattere nutrizionale, metabolico e di crono-nutrizione. Ma non solo, la prima colazione ha effetti positivi anche per lo spirito: dedicarvi del tempo al mattino e condividerlo con la propria famiglia, vuol dire regalarsi uno spazio di condivisione, non solo di cibo ma anche di emozioni, favorendo un contatto emotivo che ci accompagnerà tutto il giorno.

Da molti studi si evince che l’ideale sarebbe avere un piano in discesa dell’apporto calorico nel corso della giornata, consumando il 35% delle calorie giornaliere a colazione, il 25% a pranzo, il 20% a cena e dividendo il restante 20% tra i due spuntini.

“Qualsiasi tipo di attività, fisica o psicologica, si svolge in maniera più razionale se si fa colazione, come dimostrano numerosi studi epidemiologici. Ma non solo. Dal punto di vista metabolico, le persone che saltano la prima colazione hanno un maggiore rischio di andare incontro a obesità e diabete. La prima colazione, inoltre, è il pasto più importante per sincronizzare l’orologio biologico perché arriva dopo il digiuno più lungo, quello notturno”.

Cosa mangiare al mattino

Nella prima parte della giornata, via libera ad un mix di carboidrati complessi e zuccheri semplici, come pane tostato integrale o fette biscottate con marmellata o miele che possiamo alternare, nel corso della settimana, a della crema spalmabile, dei cereali da prima colazione o un prodotto da forno. Questo momento può essere anche l’occasione per preparare dei dolci fatti in casa. Non va mai trascurata la frutta, fondamentale per l’apporto di vitamine e sali minerali: è buona abitudine inserire sempre un frutto, oppure una centrifuga o una spremuta. Importante poi non rinunciare al latte, anche per l’apporto di vitamina D, che è fondamentale assumere soprattutto in un periodo in cui non abbiamo l’esposizione solare, dal momento che l’80% della vitamina D viene prodotta dalla nostra pelle per effetto dell’azione dei raggi solari.

Ma la colazione non è solo importante a livello nutrizionale, è fondamentale anche a livello psicologico per cominciare al meglio la giornata, per prenderci cura di noi stessi e di chi ci sta vicino. Per 1 italiano su 2 il primo pasto della giornata si condivide con il proprio partner o con la famiglia (Doxa/ Unionfood). Nelle ultime settimane di reclusione, la colazione in famiglia assume una dimensione superiore a quella del semplice dialogo: infatti, condividere il primo pasto del mattino “costringe” tutti i coinquilini a una partenza sincrona.

In questo periodo di sconvolgimento delle nostre abitudini, dei nostri ritmi quotidiani, perché non costretti a mantenere le routine, meglio evitare che ognuno costruisca in modo ‘anarchico’ i suoi orari (di risveglio, di addormentamento, di studio o lavoro). Questo renderebbe difficile, più di quanto già non sia, la convivenza. Non solo un momento di condivisione ma anche un modo per prenderci cura di noi stessi. Più ci apprezziamo e più tempo dedichiamo alla nostra salute, anche attraverso l’alimentazione, per essere piacevoli per noi e per gli altri: infatti, anche una sana alimentazione è fondamentale nel costruire e mantenere benessere. Quindi, se vogliamo avere cura di noi anche restando in casa, perché non iniziare proprio da piccole migliorie alimentari?

Anche in questo momento di emergenza da coronavirus, è bene non rinunciare alle sane abitudini e alla suddivisione dei 5 pasti al giorno. I pasti non vanno saltati, in questo momento di maggior sedentarietà e, se proprio non vogliamo farne 5 al giorno, meglio scendere a 4 o, in alternativa, ridurre le porzioni di ciascuna portata: la questione dei 5 pasti al giorno, infatti, non è legata al dispendio energetico. Inoltre, possiamo approfittare di questo “stop” per allenarci a dosare meglio ciò che mangiamo.

Tutti gli esperti sono concordi nell’affermare che la colazione ideale si fa lentamente. Mangiare velocemente, infatti, rende difficoltosa la digestione, peggiorando di gran lunga il nostro umore anche perché, dopo il digiuno notturno di dodici ore, i cali di glicemia possono portare a uno stato di nervosismo e agitazione. Bisognerebbe mangiare lentamente durante tutti i pasti, non solo a colazione – prosegue il gastroenterologo – in modo da consentire allo stomaco di adattare la parete muscolare, per albergare il cibo che arriva.

Dedicare attenzione e tempo al primo pasto della giornata, quindi, è fondamentale per il corretto funzionamento di corpo e mente, anche attraverso la condivisione. Quando al mattino ci prendiamo del tempo per fare colazione e questo tempo lo condividiamo con il partner, o con la famiglia, stiamo favorendo quel contatto emotivo che ci accompagnerà per tutto il giorno.

 

 

Coliche infantili: alcuni batteri migliorano le condizioni dei bambini

 

I probiotici a base di Bifidobacterium animalis, potrebbero essere uno strumento efficace per il trattamento delle coliche nei bambini. Lo suggerisce uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Università Federico II di Napoli e pubblicato sulla rivista Alimentary Pharmacology & Therapeutics.

L’eziologia delle coliche nei bambini non è chiara, e di recente è stato suggerito che alla base del disturbo ci sia proprio una disbiosi, quindi un disequilibrio nella composizione della flora intestinale con alti livelli di batteri come Escherichia coli, Clostridium difficile e Klebsiella e bassi livelli di LactobacillusBifidobacterium. La disbiosi potrebbe provocare una disfunzione della mobilità intestinale  e uno sviluppo eccessivo di gas. Un gruppo di ricerca torinese aveva mostrato, in un articolo pubblicato nel 2018, come la somministrazione di un batterio, Lactobacillus reuteri, portasse ad un miglioramento nelle condizioni dei bambini con coliche.

Nel nuovo studio, randomizzato e in doppio cieco, i ricercatori hanno mostrato l’efficacia di un altro ceppo batterico nel ridurre il dolore e il pianto nei bambini. A 40 neonati sono state somministrate delle gocce contenenti Bifidobacterium animalis subsp. Lactis BB-12, una volta al giorno per 28 giorni. Questo intervento ha portato alla riduzione del pianto quotidiano del 50% nell’80% dei bambini, con effetti benefici sulla durata del sonno e sulla frequenza e consistenza delle feci. Effetto osservato solo nel 32% dei bambini che avevano ricevuto il placebo. A ciò è poi associata una maggiore produzione batterica di butirrato, un acido grasso a catena corta prodotto dai batteri intestinali che garantisce la salute della parete intestinale, regola il tempo di transito intestinale, la percezione del dolore, l’asse intestino-cervello e l’infiammazione.

“Il nostro studio fornisce prove dell’importante ruolo che svolge il microbiota intestinale nel contrastare le coliche infantili”, ha affermato Roberto Berni Canani, autore senior dello studio. I risultati, ha poi precisato, sono però limitati esclusivamente al ceppo batterico usato nello studio. Non si sa se altri probiotici avrebbero lo stesso effetto.

 

 

Coronavirus: cosa mangiare per rafforzare il sistema immunitario

 

In queste giornate drammatiche, in cui il nostro paese sta affrontando un’emergenza sanitaria davvero importante, è fondamentale che tutti i cittadini italiani si assumano la responsabilità di prevenire l’infezione da SARS-CoV-2, comunemente detta “coronavirus”. Le indicazioni del Ministero della Salute, riportate anche in fondo a questo articolo, sono indispensabili per evitare il contagio.

Sistema immunitario efficiente

Un sistema immunitario sano e forte migliora le difese dell’organismo e riduce il rischio di contrarre tutte le infezioni, siano esse dovute a virus (come la SARS-CoV-2) o a batteri. Il sistema immunitario è uno dei tanti sistemi del nostro corpo e, come tale, può essere forte o debole: dipende da come lo trattiamo. Troppo stress e inquinamento o una cattiva alimentazione possono indebolirlo e renderlo quindi meno pronto a difenderci dagli attacchi esterni, come virus e batteri. Il sistema immunitario è fortemente condizionato dall’alimentazione che, se equilibrata in macro e micronutrienti, apporta ad esso il nutrimento necessario per essere efficiente.

Buona igiene, maggiore difesa

Gli alimenti, durante le varie fasi di lavorazione e manipolazione dall’origine fino all’arrivo nella nostra cucina, possono essere stati contaminati e quindi contagiare chi li manipola o li consuma.
Studi cinesi e americani hanno evidenziato che, in alcuni casi, il coronavirus può trovarsi anche nelle feci dei pazienti infetti, quindi, vi è l’ipotesi che, in rari casi, la trasmissione del virus possa avvenire anche per via oro-fecale. A maggior ragione è perciò fondamentale lavarsi molto bene le mani prima di sedersi a tavola e igienizzare con cura i servizi igienici. Qui puoi trovare le indicazioni per trattare gli alimenti in sicurezza. Il virus è immesso nell’aria dai soggetti contagiati e può depositarsi su varie superfici e oggetti (es. maniglie, smartphone, etc.) passando poi nelle nostre mani o, viceversa, dalle mani alle superfici e oggetti. In cucina vi sono superfici sulle quali il virus può soggiornare diverse ore: tavoli in laminato plastico, plastica, acciaio inossidabile, vetro e da lì passare al cibo. Pertanto, oltre che lavarsi accuratamente le mani, occorre anche pulire e disinfettare tutte le superfici. Qui puoi trovare le istruzioni per sanificare la tua casa.

Come dobbiamo comportarci a tavola?

Con questo virus, che ha dimostrato di essere molto contagioso, occorre prendere precauzioni più strette. Sedendovi a tavola, dopo esservi lavati e disinfettati perfettamente le mani, è bene seguire queste indicazioni:

  • evitare le manipolazioni dei cibi, ad esempio non spezzare il pane con le mani per poi condividerlo con altre persone;
  • dopo aver lavato accuratamente frutta e verdura, non condividerla con altri. È il caso dei genitori che sbucciano la frutta per i figli o dei nipoti che lo fanno per i nonni;
  • non condividere bicchieri , piatti, posate ed evitare di bere direttamente dalla stessa bottiglia o lattina;
  • evitare di dividere la pizza con le mani o prendere noccioline, olive, patatine, popcorn o altri snack dallo stesso recipiente.

Bisogna quindi cercare di evitare qualsiasi contatto con gli altri, anche in casa, e stare attenti agli alimenti che consumiamo.

Cosa dobbiamo mangiare?

Gli alimenti contengono molecole antiossidanti (quelle che combattono i radicali liberi) che hanno funzioni protettive e antiinfiammatorie e possono aiutarci a difenderci dalle infezioni. Per fare il pieno di antiossidanti non dobbiamo mai rinunciare a:

Verdure
Una porzione cruda a ogni pasto. Le verdure contengono vitamina C, carotenoidi, minerali e polifenoli che ci aiutano a combattere le infezioni. Le fonti principali di questi nutrienti sono la verdura verde scuro e rossa : lattuga, radicchio, spinaci, broccoli, cavoli, peperoni e pomodori. È importante ricordare la vitamina C è termolabile e fotosensibile (si deteriora con il calore e la luce), quindi è bene consumare le verdure fresche crude e ben lavate. La vitamina C ha anche la capacità di migliorare l’assorbimento del ferro delle verdure.

Frutta fresca

400 g al giorno. Anche la frutta contiene vitamina C (kiwi, agrumi, fragole, ananas, etc.) e polifenoli (se ne trovano in grande quantità nella frutta nera, come mirtilli e more, e nei frutti viola-blu). L’aggiunta di limone può potenziare il contenuto di vitamina C delle altre pietanze. Possiamo quindi aggiungerlo a tè, insalate, carni bianche, pesce e macedonie

Frutta a guscio e olio extravergine d’oliva

2 noci al giorno o qualche mandorla (un pugnetto) e 2-3 cucchiai di olio extravergine d’oliva ogni giorno garantiscono un’ottima quantità di grassi protettivi essenziali come i polinsaturi, tra i quali vi sono gli omega-3, e un potente antiossidante come la vitamina E.

Pesce
Una porzione 3 volte a settimana. Il pesce apporta ottime quantità di grassi essenziali protettivi (omega-3) e vitamine indispensabili come la D e la A. I grassi polinsaturi del pesce contengono quantità elevate di EPA e DHA, per questo motivo sono importanti per il sistema immunitario, poichè hanno una forte funzione antinfiammatoria.

Kefir e Yogurt

Bianco naturale, senza zucchero. Il Kefir, o altri tipi di latte fermentato, apportano quantità maggiori di fermenti lattici vivi rispetto allo yogurt. I fermenti lattici vivi rafforzano la flora batterica dell’intestino, rendendo più efficace il sistema immunitario. I probiotici batteri benefici per il nostro intestino, possono essere assunti anche come integratori per aiutare a migliorare le funzioni del sistema immunitario.

Miele
Ha un’ attività antibatterica e antisettica, probabilmente grazie all’attività di alcuni enzimi, come il lisozima. Essendo un alimento molto ricco in zuccheri semplici non dobbiamo abusarne, ma possiamo aggiungerne un cucchiaino al giorno al latte, al tè o allo yogurt.

Vitamina D

Gioca un ruolo importante nel nostro sistema immunitario. Purtroppo, però, gli alimenti non ne contengono a sufficienza per le necessità dell’organismo. Quelli che ne apportano maggiori quantità sono latte e latticini come il burro, le uova e il pesce. Per raggiungere il fabbisogno quotidiano di vitamina D occorre esporre al sole la maggior parte possibile di corpo scoperto (es. viso, collo, mani, braccia, gambe) in tutte le stagioni: attraverso i raggi solari la nostra pelle è in grado di produrla internamente. In caso di necessità particolari o per prevenire i noti danni derivanti dall’esposizione solare, è possibile assumere la vitamina D in forma di integratore, ma sempre sotto controllo medico.

Bevande
A volontà, ma senza zucchero. Oltre all’acqua che mantiene idratato l’organismo, vi sono polifenoli importanti nel tè, specialmente in quello verde e nel tè Matcha, che contiene molte più sostanze antiossidanti del normale tè nero. Tuttavia, non dobbiamo abusarne, perché contiene sostanze nervine (teina ): 2 tazze al giorno sono sufficienti per un buon apporto nutritivo. Consigliate anche le spremute di frutta fresca, sempre bevute appena fatte, e succo (senza zuccheri aggiunti) di mirtilli e melograno.

Integratori
Vi sono particolari condizioni che richiedono anche l’assunzione di integratori alimentari e probiotici. È il caso di alcune disfunzioni metaboliche del tratto digestivo che possono ridurre l’assorbimento di certe sostanze, come alcune malattie dello stomaco, le disbiosi intestinali (es. sindrome del colon irritabile) e le condizioniche potrebbero impedire di consumare alimenti importanti. L’intolleranza o allergia alla frutta e il reflusso gastroesofageo, per esempio, impediscono spesso di mangiare agrumi, peperoni, pomodori, aglio e cipolla. Anche in gravidanza, allattamento e menopausa è spesso necessario assumere integratori alimentari. In ogni caso e ad ogni età, l’utilizzo di integratori alimentari deve essere ponderato, in particolare gli integratori di vitamine che, se assunti smodatamente, possono essere tossici (es. vit. D, A ed E) e per questo motivo devono sempre essere assunti sotto controllo medico.

Come possiamo proteggerci dal nuovo coronavirus?

La priorità è seguire tutte le indicazioni del Ministero della Salute.

Lavarsi ripetutamente e accuratamente le mani, per almeno 20 secondi.

Uscire di casa il meno possibile e solo in caso di reale necessità.

Evitare luoghi chiusi e affollati.

Mantenersi ad almeno 1 metro di distanza (ottimo 181 cm) dalle altre persone.

Disinfettare le superfici con soluzioni alcoliche e/o ipoclorito di sodio (es. Amuchina, Candeggina) oppure con cloruro di benzalconio (es. Lysoform).

Non toccare viso, occhi, bocca e naso con le mani non adeguatamente lavate.

Evitare abbracci e strette di mano.

Tossire e starnutire nell’incavo del gomito o coprendo il viso con un fazzoletto.

Utilizzare fazzoletti usa e getta.

Utilizzare mascherine sanitarie se si è affetti da infezioni respiratorie per non contagiare gli altri, se si presta assistenza a persone con infezioni respiratorie o affetti da coronavirus (SARS-CoV-2). Inoltre, per evitare di essere contagiati, non toccate nessun oggetto o altra superficie nell’area sanitaria e usare guanti usa e getta.

 

Coronavirus: cibi e cucina in sicurezza

 

L’igiene in casa e in cucina è sempre necessaria, perché non sono rare le infezioni dovute alla preparazione dei cibi, anche se hanno spesso conseguenze non drammatiche. La fonte di contagio più frequente sono le manipolazioni che avvengono durante tutta la filiera e dopo l’acquisto: in pratica, i batteri e i virus che si possono trovare sugli alimenti derivano dall’uomo che è venuto in contatto con il cibo.

Le autorità sanitarie mondiali sostengono che i virus, compreso il nuovo coronavirus (SARS-CoV-2), potrebbero contaminare la cucina e gli alimenti, anche se è sicuramente molto più frequente la contaminazione batterica. È ancora presto per affermare con certezza quanto possa diffondersi il nuovo virus in casa e in cucina, ma certo è che ha dimostrato di avere numerose opportunità di contagio ed essere molto più trasmissibile di un normale virus influenzale. Le mani possono toccare varie superfici infette e con quelle stesse mani possiamo trasportare il virus contaminando anche gli alimenti, le superfici della cucina e viceversa. Gli studi eseguiti fino ad ora sono preliminari e riportano risultati differenti tra loro, ma ci dicono anche che la prudenza non è mai troppa. Per evitare il contagio dobbiamo quindi detergere spesso le mani e sanificare le superfici, ma anche preparare il cibo con la dovuta attenzione.

Dove e quanto resiste il nuovo virus

Uno studio del National Institutes of Health nel Montana, Stati Uniti, afferma che il SARS-CoV-2 può sopravvivere su superfici in metallo e in plastica per un massimo di 3 giorni, consentendo potenzialmente la trasmissione tramite treni, autobus, metro, tram, attrezzature ospedaliere e, ovviamente, attraverso tante superfici della casa.

Studi epidemiologici preliminari effettuati a Wuhan (Cina) segnalano che la permanenza del nuovo virus sulle superfici è soggetta a fattori variabili, come il tipo di superficie e la temperatura : a 37°C, il virus potrebbe resistere da 2 ore a 3 giorni su superfici di vetro, metallo, plastica, carta e tessuti.

Secondo il CDC (Center for Disease Control and Prevention) la distanza di sicurezza tra le persone dovrebbe essere di circa 2 metri (181 cm), anche se ci si trova all’aperto.

Da uno studio pubblicato sul Journal of Hospital Infection dell’Healthcare Infection Society si evince che i coronavirus (un’ampia famiglia a RNA) possono resistere sulle superfici anche fino a 9 giorni, ma non si conoscono esattamente in quali condizioni di temperatura e umidità possano persistere e se queste condizioni si possano attribuire al SARS-CoV-2.

Uno studio dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) evidenzia la permanenza del virus SARS (un coronavirus RNA) sulle pareti plastificate e sulle superfici di laminati plastici per 36 ore, sulla plastica e sull’ acciaio inossidabile per 72 ore, mentre sul vetro anche per 96 ore. Se consideriamo che tutti gli schermi di uso quotidiano (es. gli smartphone) sono fatti in vetro, è chiaro che il telefono può essere una formidabile fonte di contagio e andrebbe disinfettato con la stessa frequenza con cui ci si lava le mani. Sono di vetro anche le superfici di orologi, bottiglie e tanti altri oggetti comunemente usati.

Studi cinesi e americani hanno evidenziato che, in alcuni casi, il coronavirus può trovarsi anche nelle feci dei pazienti infetti, quindi, vi è l’ipotesi che, in rari casi, la trasmissione del virus possa avvenire anche per via oro-fecale.

Come pulire e disinfettare oggetti e superfici

  • Per piatti, bicchieri e stoviglie varie il miglior metodo di sanificazione consiste nell’utilizzare la lavastoviglie a 60°. Se non si ha la lavastoviglie, è possibile lasciarli in ammollo in acqua molto calda e usare il sapone.
  • Le superfici possono essere lavate con una semplice soluzione a base di  acqua e sapone, ma per essere sicuri di eliminare eventuali virus e batteri è bene utilizzare detergenti a base di alcool, ipoclorito di sodio (es. Amuchina, Candeggina) o cloruro di benzalconio (es. Lysoform).

Pulizia e cottura degli alimenti

Anche se le evidenze scientifiche non sempre sono concordi tra loro e confermate da studi più approfonditi, l’attenzione che normalmente si dovrebbe porre per l’igiene in cucina e la sicurezza degli alimenti al fine di evitare la contaminazione da parte dei batteri è la via più sicura per evitare ulteriori e possibili contagi.

Gli alimenti possono essere contaminati da batteri come la Salmonella, l’Escherichia coli, lo Staphylococcus aureus o Campylobacter e i virus del gruppo dei Calicivirus oppure anche, come non si è escluso, dal SARS-CoV-2. È quindi necessario trattare il cibo con molta attenzione, del resto dovremmo farlo sempre per evitare le tossinfezioni alimentari.

Ecco quindi 3 regole fondamentali da seguire in cucina:

  1. Mantenere norme igieniche precise.
  2. Preparare gli alimenti in sicurezza.
  3. Cuocere bene ogni alimento.

Conservazione
Tenere il frigorifero pulito e gli alimenti a temperature idonee per evitare la proliferazione batterica.

Preparazione
Ogni tipo di alimento richiede un’attenzione particolare, come un lavaggio accurato. Clicca qui per sapere come pulire bene gli alimenti ed evitare contaminazioni crociate.

Cottura
La cottura, sia a vapore che al tegame o piastra, deve essere completa. Questo significa che l’alimento deve essere cotto anche all’interno: evitare mezze cotture e cotture al sangue (es. bistecche, tonno scottato).

14 semplici regole per alimenti sicuri

Mani e superfici

Prima di tutto lavarsi sempre le mani con acqua calda e sapone. Lavare accuratamente il lavello e ogni superficie che entra in contatto con il cibo. Con le mani lavate prelevare piatti, bicchieri, coltelli, etc. direttamente dalla lavastoviglie. Ogni sera passare una spruzzata di detergente igienizzante sulle superfici della cucina.

Carne rossa

Lavare la carne non serve a rimuovere tutti gli eventuali batteri che si trovano nelle fibre interne: durante il lavaggio, potrebbero in parte fuoriuscire dall’alimento e contaminare il lavandino e le altre stoviglie. Per essere sicuri di aver eliminato i batteri dalla carne occorre cucinarla completamente ad alte temperature, controllando che sia cotta anche all’interno (raggiungere 60°-70° all’interno e 140° all’esterno).

Pollo
Il pollo crudo è spesso viscido e può venir voglia di lavarlo, ma non è una buona idea. Se nella carne ci sono batteri, lavandolo, possono accumularsi nel lavandino o contaminare altri oggetti in cucina, come strofinacci e stoviglie. Si può anche inavvertitamente contaminare altri alimenti. È più sicuro estrarre il pollo dalla carta o confezione e metterlo direttamente in padella o a cuocere: la cottura eliminerà eventuali batteri e virus.

Pesce
Il pesce ha le stesse caratteristiche batteriche del pollame e della carne rossa: lavandolo, i batteri possono diffondersi in cucina. Occorre invece cuocerlo ad almeno 70°. Ricorda che se lo mangi crudo dopo essere stato abbattuto, non è detto che gli eventuali virus presenti siano stati eliminati dal freddo. Infatti, se l’abbattitore non è sceso sotto i 20°, i virus possono sopravvivere anche per 2 anni. Assicurarsi che l’abbattitore sia tra quelli veloci con temperatura a – 40°.

Molluschi
Bisogna lavare a fondo cozze, vongole, ostriche e molluschi vari, eliminando quelli rotti o non vivi. Per pulirli da sabbia e alghe, è necessario riporli in uno colapasta e tenerli a bagno in un profondo recipiente con acqua e sale per circa 2 ore. L’importante è che non tocchino il fondo perché la sabbia potrebbe rientrare. Potrebbe essere necessario un risciacquo.

Uova
Proprio prima che la gallina deponga l’uovo, intono al guscio si forma una pellicola sottile e impercettibile. Questa pellicola non permette ai batteri eventualmente presenti nelle feci e all’esterno di entrare nei piccoli pori del guscio. Lavare le uova elimina la pellicola protettiva e gli eventuali batteri potrebbero entrare nell’uovo. Non lavare le uova che i produttori hanno già pulito accuratamente, si possono invece spazzare via eventuali residui visibili. Tenere sempre le uova in frigorifero e cuocerle accuratamente.

Verdure
Le verdure hanno superfici (struttura o buccia) che rendono più difficile la presenza di microorganismi patogeni. Tuttavia, virus e batteri possono essere presenti nella terra. Dopo aver mondato tutte le parti annerite, immergere le verdure intere in acqua fredda per almeno 2 minuti: cavolfiori, broccoli, carciofi , finocchi e cespi di lattuga, insalata, radicchio etc. Se non si è sicuri che l’acqua sia pulita, aggiungere un cucchiaio di Amuchina, poi risciacquare sotto l’acqua corrente.

Insalata prelavata

Spesso si crede che rilavare l’insalata in busta sia più sicuro. Controllare bene che sulla confezione ci sia la dicitura “prelavata e pronta da consumare”. In questo caso, l’insalata è lavata con un triplo sistema che rimuove i detriti naturali e non è necessario rilavarla. Lavandola, potremmo essere noi stessi a contaminarla. Occorre metterla subito in tavola e consumarla. Se non c’è la scritta sulla confezione, trattare l’insalata come se non fosse confezionata.

Pane e prodotti da forno

Tagliare o spezzare il pane con strumenti o mani assolutamente pulite, non spezzare il pane con le mani per darlo ad altri. Evitare di prendere cracker, grissini, biscotti etc. direttamente dalla confezione: mettere l’alimento su un piatto e prelevare solo quello che si ha intenzione di consumare, senza toccare il resto. Se possibile, utilizzare una posata.

Noccioline, olive, patatine, popcorn

Nei bar e nei pub sono sempre serviti dentro ciotole e solitamente si prendono con le mani, toccando inevitabilmente quelli che rimangono nel recipiente. Prelevare la quantità che si ha intenzione di mangiare solo con un cucchiaio o una forchetta. È bene ricordare che questi contenitori e alimenti sono una grande fonte di contagio.

Funghi
I funghi sono “piccole spugne” che assorbono acqua e, con essa, probabilmente anche alcuni batteri. I funghi coltivati dovrebbero essere sicuri se il produttore ha osservato le regole del Ministero della Salute, che consiglia comunque di lavare tutti i prodotti che non riportano la dicitura “prelavato” sulla confezione. Pulire invece i funghi acquistati al supermercato con un panno umido e rimuovere ogni traccia di terra, cucinandoli poi rapidamente. Non è consigliabile mangiare funghi crudi poiché non sono sicuri, né controllati dall’ASL. Se si raccolgono funghi, immergerli in acqua tiepida salata per 30 minuti. Quindi sciacquare con acqua pulita fino a quando tutti i residui non verranno eliminati.

Avocado, meloni, patate, verdura e frutti da sbucciare

La buccia di questi alimenti non si mangia, quindi spesso si pensa che non sia necessario lavarli. Questa operazione è invece indispensabile poiché, quando si sbuccia l’alimento o lo si taglia a fette, alcuni batteri presenti sulla buccia possono essere trasferiti nella polpa. I meloni, in particolare, crescono nel terreno e hanno una buccia a rete che intrappola batteri, parassiti, microrganismi e fertilizzanti, quindi vanno lavati con accuratezza prima di tagliarli.

Bevande in lattina

Di solito si apre la lattina e si beve direttamente il contenuto senza però tenere conto di chi può averla maneggiata o dove è stata conservata. È meglio versare la bevanda in un bicchiere ma, se si preferisce bere direttamente dalla lattina (o bottiglietta), è consigliabile prima lavarla con acqua e sapone.

Tovaglie e tovaglioli

In momenti di elevato rischio di contagio è bene utilizzare solo tovaglie, tovaglioli e fazzoletti di carta usa e getta. Nel caso in cui si usino elementi in tessuto, è opportuno lavarli frequentemente in lavatrice a una temperatura superiore a 60° e utilizzare un prodotto igienizzante.

 

Covid-19: i consigli per una dieta sana facendo la giusta spesa

 

Quando andare al supermercato? Cosa comprare? Come fare per non eccedere in tentazioni culinarie in cui normalmente non cadremmo? La quarantena forzata ci ha necessariamente costretti a rivedere le nostre abitudini in fatto di dieta e di spesa con il risultato di incorrere in una non ottimale organizzazione. In aiuto però arrivano i pratici consigli del team Smartfood, programma di ricerca e divulgazione scientifica dell’Istituto europeo oncologico (Ieo), sostenuto dalla Fondazione Ieo-Ccm. Vediamo i 5 consigli degli esperti.

  1. Pianificare il menù settimanale

Prima di capire cosa manca in casa, pensiamo a cosa serve. Per avere una dieta sana c’è una sola e semplice regola che bisogna seguire, quella del piatto smart. In pratica, per i pasti principali non dovranno mai mancare una porzione di cereali integrali, una fonte proteica, delle verdure e della frutta. Il menù della settimana non deve essere uno schema di dieta ferrea e invariabile, ma un’indicazione per avere a disposizione alimenti sani e non sprecare cibo. La maggior parte delle proteine, come pesce, carni e formaggi, sono alimenti deperibili, quindi, in questo periodo, vanno acquistati in maniera attenta. Inoltre, garantita la fonte di proteine per il pasto, nella scelta della fonte di carboidrati e della verdura ci si può far guidare dalla stagionalità, dalla fantasia, dai gusti personali o da quelli che mettono maggiormente d’accordo le persone con cui si vive. Fatto il punto della situazione prepariamo la lista della spesa.

In un esempio di dieta mediterranea le fonti proteiche andrebbero distribuite nella settimana con questa frequenza: Legumi: 3-5 volte / Pesce: 3-5 volte / Carne: 0-3 volte / Formaggi: 1-3 volte / Uova: 1-4 volte. I legumi rappresentano maggiore importanza tra le fonti proteiche, per la preziosa fibra che apportano insieme al pesce, in particolare quello ricco di acidi grassi omega-3. Se per i legumi abbiamo diverse opzioni che non hanno problemi di conservazione (secchi, in scatola e surgelati), per il pesce bisogna essere più attenti. È preferibile, infatti, acquistare un paio di porzioni di pesce fresco da consumare il giorno stesso in cui andiamo a fare la spesa e il giorno seguente. Va bene anche quello surgelato, che mantiene caratteristiche nutrizionali paragonabili al fresco.

Il pesce conservato invece è ricco di sale, ma una volta a settimana può essere consumato, meglio preferire lo sgombro in scatola che, rispetto al tonno, conserva gli omega-3. Riguardo alla carne, in generale è preferibile scegliere quella bianca come pollo e tacchino ma, se rientra nei gusti e nelle abitudini famigliari, la carne rossa può rappresentare un’opzione, purché non si superino i 500 g la settimana. Siamo già a metà dell’opera, non ci resta che aggiungere della verdura di stagione, soprattutto fresca, ma anche surgelata può andar bene, specie in questo periodo, e i cereali, possibilmente integrali, alternando la scelta tra pasta, pane, riso, farro e altri cereali in chicco. La frutta scegliamola di stagione e in base alle nostre preferenze, da inserire a fine pasto o per gli spuntini, senza doverla necessariamente includere nel menù.

  1. Fare una lista della spesa smart

Se abbiamo già pensato al menù settimanale, non ci resta che annotare sulla lista della spesa i prodotti freschi che ci occorrono e buttare un occhio alla dispensa, per verificare di non aver terminato, per esempio, pasta, sugo, legumi, riso e cereali. Se invece preferiamo saltare la pianificazione del menù settimanale, indichiamo sulla lista quello che servirà per i giorni successivi, tenendo sempre presente che per fare dei pasti salutari e bilanciati occorrerà un cereale, una fonte proteica e delle verdure.

Non dimentichiamo di annotare sulla lista gli alimenti che caratterizzano la colazione. Anche in questo caso c’è bisogno almeno di un cereale integrale (fiocchi d’avena, pane integrale, fette biscottate integrali) e di una fonte proteica (latte, yogurt bianco senza zuccheri aggiunti, bevanda o yogurt vegetale). Possiamo poi aggiungere frutta fresca, frutta secca a guscio e, con moderazione, frutta essiccata, marmellata o miele. Occhio a non dimenticare di verificare se occorrono caffè, tè e tisane. Un consiglio per risparmiare tempo durante la spesa: se conosciamo bene il supermercato, possiamo provare a scrivere la lista della spesa immaginando il percorso tra le corsie, in modo da non dover girare troppo a lungo nelle stesse zone.

  1. Come comportarsi al supermercato

In una situazione di maggiore tranquillità e normalità, durante gli acquisti ci si può prendere del tempo per visionare etichette nutrizionali e lista degli ingredienti dei prodotti che si intendono acquistare. In questo caso, meglio optare per una rapida occhiata e preferire i prodotti già conosciuti. Per i prodotti nuovi prendiamo nota mentalmente del nome e controlliamo l’etichetta a casa sul sito del produttore: se è un buon prodotto, lo acquisteremo la prossima volta. Rispettiamo la lista per non sprecare tempo, cerchiamo di non farci attirare dalle offerte in corso, se si tratta di prodotti che non servono. La lista della spesa è meglio scriverla su un foglio di carta, per evitare di dover maneggiare il cellulare durante la spesa. Evitiamo in ogni caso di fare telefonate e scrivere sms.

  1. Acquistare anche online

Molti supermercati, fruttivendoli e aziende agricole si sono organizzati per la consegna a domicilio, anche questa è un’opzione per ridurre l’afflusso di persone nei supermercati e aderire al distanziamento sociale. Cerchiamo sul web o consultiamo il sito o le pagine social dei nostri rivenditori di fiducia o del nostro comune. Acquistando online si ha la possibilità di valutare la lista degli ingredienti e fare scelte più salutari.

  1. Occhio agli sprechi

La lotta agli sprechi è un aspetto importante, soprattutto in questo periodo. Acquistiamo i prodotti più vicini alla scadenza, soprattutto se sappiamo di consumarli nel breve periodo. Non buttiamo gli avanzi di un pasto, li possiamo utilizzare come ingredienti per altre ricette. In dispensa, disponiamo i prodotti con data di scadenza prossima davanti, rispetto a quelli con la data più lontana. Congeliamo gli alimenti che avanzano e ricordiamo che la dicitura in etichetta “da consumarsi preferibilmente entro” non è una data di scadenza. Il prodotto è ancora sicuro per la salute, ma alcune caratteristiche organolettiche possono perdersi dopo quella data. Non compriamo troppo cibo, soprattutto fresco, se non siamo sicuri di consumarlo tutto.

 

 

Cronotipo che hai, stile di vita che trovi

 

Mattinieri o nottambuli? Nell’affrontare le giornate non cambia solo l’orario in cui ci si alza al mattino ma anche tutte le altre attività che vanno a comporre la giornata, come mangiare o svolgere attività fisica. Il ritmo circadiano, scritto nel Dna, si sa regola tutto questo ed appartenere alla categoria dei mattinieri, quindi avere un cronotipo mattutino, oppure a quella dei nottambuli, e avere un cronotipo serale, è profondamente diverso. Da una recente pubblicazione guidata dal Nestlè Research è, infatti, emerso che i nottambuli possono avere un rischio maggiore di soffrire di malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2 rispetto ai mattinieri, in quanto tendono ad avere modelli nutrizionali meno salutari che non rispettano le tre dimensioni del comportamento alimentare – tempistica, frequenza e regolarità – e quindi i ritmi biologici e metabolici del nostro organismo (crono-nutrizione).

“Questo studio conferma i dati provenienti da molti altri studi di crononutrizione. E’ importante comprendere che la consuetudine di andare a dormire tardi propria del cronotipo serale non è secondaria rispetto alle sue pessime abitudini alimentari, anzi, è proprio andare a dormire tardi o alimentarsi di notte che disallinea l’equilibrio metabolico dettato dai ritmi circadiani. I nostri orologi biologici sincronizzano i sistemi metabolici per renderli efficienti e funzionali nel periodo diurno per lasciarci riposare la notte. Se invertiamo le nostre attività, creiamo il fenomeno della ‘chronodisruption’ correlata direttamente con disturbi metabolici, obesità e malattie cardiovascolari”, spiega Luca Piretta, gastroenterologo e nutrizionista, dell’Università Campus Biomedico di Roma.

 

Epilessia, dieta chetogenica efficace in forme resistenti ai farmaci

 

La dieta chetogenica, applicata in un gruppo selezionato di bambini con epilessia resistente ai farmaci, ha consentito di ridurre le crisi epilettiche fino all’85%, con una remissione totale nel 55% dei casi.

Questi nuovi risultati, presentati recentemente al convegno “Dieta Chetogenica. Stato dell’Arte Esperienza Italiana” organizzato recentemente presso l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma dal Gruppo di Studio “Dietoterapie in Epilessia” della Lega Italiana contro l’Epilessia (LICE), confermano quelli di recenti studi, ottenuti su pazienti pediatrici affetti da epilessia mioclono-astatica. In queste forme di malattia, si riesce a ottenere una forte riduzione delle convulsioni nell’86% dei pazienti, con una riduzione delle crisi epilettiche dopo due mesi di trattamento che può superare il 70%.

La dieta chetogenica è un particolare regime alimentare, da praticare sotto stretto controllo medico, in cui il 90% della razione alimentare costituito da lipidi, 7% da proteine e 2-3% da glucidi. L’obiettivo di un rapporto tra grassi e glucidi così sbilanciato, per quanto in un rapporto attentamente controllato, è di produrre nel soggetto una condizione metabolica in cui l’organismo usa come fonte principale di energia i corpi chetonici.

“Si tratta di una terapia dietetica non adatta a tutti i pazienti”, ha spiegato Oriano Mecarelli, del  dipartimento di Neuroscienze Umane dell’Università Sapienza di Roma e presidente della LICE. “Le persone con epilessia candidate al trattamento hanno spesso una storia clinica complessa ed è necessario eseguire uno screening preliminare clinico e biochimico per escludere un problema congenito del metabolismo che possa essere aggravato dalla dieta. Prima di iniziare la dieta chetogenica sono inoltre necessari incontri con le famiglie dei pazienti mirati a fornire informazioni sulla preparazione dei pasti, sulla necessità di somministrare integratori vitaminico-minerali e su come monitorare i livelli di chetosi e gli eventuali effetti collaterali”.

 

 

La dieta mediterranea aumenta i batteri intestinali

per un invecchiamento “sano”

 

Seguire la dieta mediterranea per un anno aumenta i tipi di batteri intestinali legati ad un invecchiamento “sano”, riducendo al contempo quelli associati all’infiammazione dannosa nelle persone anziane. Lo indica uno studio condotto in cinque paesi, compresa l’Italia, pubblicato online sulla rivista Gut. I ricercatori hanno analizzato il microbioma intestinale di 612 persone dai 65 ai 79 anni, prima e dopo 12 mesi di dieta normale (per 289 di loro) o mediterranea (per 323) detta Nu-Age, ricca di frutta, verdura, noci, legumi, olive, olio e pesce e povera di carne rossa e grassi saturi e appositamente studiata per le persone anziane. I partecipanti vivevano in cinque diversi paesi: Francia, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Regno Unito.

Dall’analisi è emerso che attenersi alla dieta mediterranea per 12 mesi è risultato associato a cambiamenti benefici: un aumento dei tipi di batteri precedentemente associati a diversi indicatori di ridotta fragilità, come la velocità di deambulazione e la forza di presa della mano, e il miglioramento delle funzioni cerebrali, come la memoria, oltre che una ridotta produzione di sostanze chimiche infiammatorie potenzialmente dannose. Analisi più dettagliate hanno rivelato che i cambiamenti del microbioma erano associati ad un aumento dei batteri noti per la produzione di acidi grassi a catena corta benefici e a una diminuzione di quelli coinvolti nella produzione di acidi biliari particolari, la cui sovrapproduzione è legata ad un aumentato rischio di cancro intestinale, resistenza all’insulina, fegato grasso e danno cellulare.

Inoltre, i batteri che proliferavano in risposta alla dieta mediterranea risultavano fondamentali per un “ecosistema intestinale” stabile, espungendo microbi associati a indicatori di fragilità. I cambiamenti sono stati in gran parte guidati da un aumento della fibra alimentare e delle vitamine e dei minerali associati, in particolare C, B6, B9, rame, potassio, ferro, manganese e magnesio.

 

Lotta al coronavirus, che ruolo può avere la nutrizione?

 

Una corretta nutrizione può avere un ruolo importante nel contrasto al SARS-CoV-2, innanzitutto nei pazienti che hanno bisogno di cure ospedaliere. Una dieta sana è un capitolo importante anche per la prevenzione nella popolazione generale.

I soggetti obesi o con malattie metaboliche come il diabete, così gli anziani fragili, spesso con problemi di sotto nutrizione, sono più a rischio di sviluppare forme aggressive della malattia. Anche per la popolazione generale, che deve affrontare periodi di riduzione della normale attività fisica, sane abitudini alimentari sono un presidio importante per il mantenimento di un buono stato di salute.

Per tutti questi motivi gli aspetti nutrizionali vanno considerati con maggiore attenzione nella strategia di contrasto al SARS-Cov-2.

A questo tema è dedicato un intervento di Shameer Mehta, gastroenterologo, dello University College London Hospitals NHS Foundation Trust, Londra, UK, pubblicato su Clinical Medicine Journal, rivista del Royal College of Phisychians, punto di riferimento per l’aggiornamento scientifico dei medici britannici.

L’impatto dell’epidemia sulla qualità della nutrizione

Il Covid-19, osserva Metha, ha un impatto sulla qualità della nutrizione, sia dei pazienti ospedalizzati, sia della popolazione generale. Anche se non esistono ancora studi clinici specifici, visto che si tratta di una malattia comparsa solo di recente, ci sono dati che danno indicazioni importanti.

Un’alta percentuale (dal 23 al 60%) dei pazienti anziani in terapia intensiva risulta malnutrita e la malnutrizione influisce negativamente sull’esito delle cure. A questo va aggiunto che diverse ricerche dimostrano come i pazienti con comorbidità traggono importanti benefici da un supporto nutrizionale, con riduzione delle complicanze e miglioramento della qualità della vita.

Rimanendo nel campo delle infezioni virali, Metha cita una studio su 1.345 pazienti in cui la malnutrizione è risultato un predittore di mortalità per influenza.

La malnutrizione in ospedale

Per i pazienti ospedalizzati la malnutrizione può essere presente già al ricovero, oppure subentrare per un insieme di cause. In ospedale molti pazienti non sono in grado di nutrirsi adeguatamente a causa di problemi di masticazione, disabilità fisiche, disturbi cognitivi, problemi psicosociali o fragilità. Le équipe mediche e infermieristiche sono sottoposte a sforzi eccessivi e le famiglie non sono in grado di visitare i propri cari per aiutarli nei pasti. Inoltre, i medici sono concentrati su questioni cliniche urgenti (principalmente respiratorie) piuttosto che su fattori nutrizionali.

Questi fattori possono comportare un supporto non ottimale per i pazienti durante i pasti, nonché un’apporto nutrizionale inadeguato.

Per questo Metha sostiene che andrebbero praticate forme di screening generalizzato sullo stato nutrizionale dei pazienti ospedalizzati, sottolineando che lo screening non deve essere limitato ai pazienti sottopeso, poiché la sarcopenia clinicamente rilevante può essere presente anche in soggetti obesi.

Inoltre, la terapia nutrizionale dovrebbe continuare anche dopo la dimissione, dato che è probabile che alcuni fattori di rischio preesistenti persistano una volta che i pazienti sono rientrati nella comunità. Infine, parallelamente alle cure cliniche, è importante che vengano raccolti dati relativi allo stato nutrizionale dei pazienti COVID-19 all’ammissione in ospedale e dopo le cure, per valutare adeguatamente gli effetti di una terapia nutrizionale.

La malnutrizione nella popolazione in lockdown

Venendo alla situazione dei pazienti con forme leggere di infezione da coronavirus e della popolazione generale, Metha ricorda innanzitutto che le misure di blocco (Lockdown) hanno conseguenze importanti sull’economia generale e sul reddito di singoli e famiglie. Per i ceti più deboli questo può significare un impoverimento della qualità dell’alimentazione. Un riscontro diretto si ha con i banchi alimentari e le organizzazioni benefiche che devono far fronte all’aumento della domanda di cibo da parte di gruppi sociali che in precedenza non avevano bisogno dei loro servizi.

Gli effetti a breve termine di una riduzione forzata del numero dei pasti comprendono non solo affaticamento, ridotta funzione immunitaria e aumento del rischio di malattie trasmissibili, ma anche un più alto tasso di complicanze per le malattie croniche.

Date queste sfide, quali strategie dovrebbero essere impiegate per sostenere un buono stato nutrizionale della popolazione? A livello sociale, scrive Metha, c’è un urgente bisogno di includere un forte messaggio sull’importanza dell’alimentazione. L’attenzione verso la salute dovrebbe essere utilizzata per dare messaggi chiari sull’adeguato apporto calorico e sulla dieta ottimale per supportare la funzione immunitaria, ad esempio l’importanza di consumare frutta e verdura fresca, grassi insaturi, carboidrati complessi e di mantenere adeguate assunzioni di proteine e vitamine.

I consigli nutrizionali dovrebbero essere associati a quelli per l’esercizio fisico, altrettanto necessario per preservare o sostenere la massa muscolare.

Conclusioni

Nella strategia di contrasto al  COVID-19, conclude Metha, è fondamentale garantire che i bisogni nutrizionali della popolazione siano soddisfatti e sostenuti, compresi quelli dei soggetti  più vulnerabili. La prevenzione, la diagnosi e il trattamento della malnutrizione devono essere inclusi nella gestione di routine dei pazienti ricoverati per COVID-19.

Questo periodo potrebbe essere considerato un’opportunità per le autorità sanitarie  nella promozione di una cultura nutrizionale, per la popolazione di realizzare cambiamenti di comportamento. Nessuna di queste misure è nuova o rivoluzionaria, ma forse non è stata considerata una priorità negli ultimi anni.

Se siamo in grado di implementare e sostenere collettivamente queste strategie durante e dopo questa pandemia, potrebbe esserci almeno un’eredità positiva di COVID-19.

 

 

Menopausa: cosa mangiare per non ingrassare

 

Che cos’è la menopausa?

Il termine menopausa significa letteralmente “mancanza di mestruazioni”: non si tratta di una patologia, ma di una fase fisiologica della vita di ogni donna che corrisponde al termine dell’ età fertile. La menopausa si manifesta quando l’ovaio interrompe la sua attività (ovulatoria e produttrice di estrogeni, i principali ormoni ovarici femminili), tutte le donne possiedono infatti un corredo di ovociti che, con il passare degli anni, si riduce progressivamente attraverso l’ovulazione mensile.

Quando comincia la menopausa?

L’età della menopausa varia da donna a donna, mediamente inizia attorno ai cinquant’anni.
Si definisce menopausa precoce quando si manifesta prima dei quarant’anni d’età, mentre la menopausa indotta si verifica quando la donna subisce la rimozione chirurgica di entrambe le ovaie o quando vi è una soppressione iatrogena della funzione ovarica causata dalla chemioterapia o dalla radioterapia.

Sintomi, diagnosi e terapia della menopausa

I sintomi della menopausa possono differire da donna a donna, tra i segni più precoci vi sono:

  • vampate di calore
  • eccessiva sudorazione notturna
  • mal di testa (cefalea)
  • palpitazioni
  • ansietà
  • irritabilità
  • insonnia

La mancanza di estrogeni cui la donna è soggetta in menopausa è responsabile anche di alcune modificazioni che, a volte, possono manifestarsi attraverso vere e proprie malattie. La donna in menopausa, pertanto, ha un più alto rischio di sviluppare:

  • malattie cardiovascolari
  • aterosclerosi
  • ipertensione arteriosa
  • osteoporosi
  • sovrappeso od obesità
  • sindrome metabolica

La diagnosi di menopausa è generalmente effettuata dal medico ginecologo. Di solito avviene retrospettivamente dopo dodici mesi consecutivi di amenorrea (mancanza del ciclo ovarico) per la quale non sia stata evidenziata un’altra causa fisiologica o patologica. In alcuni casi il ginecologo può prescrivere la terapia ormonale sostitutiva (TOS), ossia farmaci con obbligo di prescrizione in grado di alleviare gli effetti negativi della menopausa. I principali ormoni utilizzati nella TOS sono gli estrogeni e i progestinici prodotti in laboratorio, ma analoghi a quelli naturali. Alcune donne adottano la terapia con ormoni bioidentici o naturali, un’alternativa “più sicura” rispetto alla tradizionale TOS che, tuttavia, non ha ancora mostrato robuste evidenze scientifiche che possano confermarne l’efficacia e la sicurezza.

Metabolismo e menopausa

Con l’arrivo e dopo la menopausa, il metabolismo “rallenta” e si assiste a una riduzione fisiologica del fabbisogno di energia (calorie). Tale diminuzione del dispendio calorico è però minore di quanto comunemente si pensa: generalmente va da 60 a 150 kcal al giorno e raramente supera le 200 kcal quotidiane. L’aumento di peso della donna può essere attribuibile anche al perdurare della sedentarietà o alla diminuzione dell’attività fisica , dovuta a ritmi più lenti nello svolgere le normali attività oppure a causa di fenomeni depressivi che aumentano la pigrizia e possono indurre a “spiluccare” tra un pasto e l’altro, aumentando soprattutto il desiderio di cibi dolci. Se si dovesse avvertire un forte desiderio di alimenti dolci è sempre bene parlarne con il proprio medico per verificare che questo e altri sintomi non siano la spia di una depressione in fase iniziale.

Alimentazione per menopausa: linee guida generali

  1. Consumare alimenti ricchi in calcio e vitamina D per prevenire fratture ossee e osteoporosi. Purtroppo, la vitamina D è poco presente negli alimenti e per sintetizzarla occorre esporre la pelle al sole: in estate, tra le 11:00 e le 16:00, bastano 10-15 minuti al giorno senza protezione (trascorsi i quali è assolutamente necessario mettersi la crema solare), mentre in inverno bisogna esporre più pelle possibile al sole, come il viso o le mani, e utilizzare le dovute precauzioni (es. in montagna).
  2. Seguire le raccomandazioni per una corretta alimentazione nella popolazione generale in merito alla riduzione di grassi (soprattutto di origine animale), di bevande ed alimenti ricchi di zuccheri e all’assunzione di adeguate porzioni di frutta e verdura.
  3. Ridurre il consumo di zuccheri semplici preferendo i carboidrati complessi.
  4. Diminuire il consumo di grassi, in particolare quelli saturi.
  5. Cucinare gli alimenti in modo semplice (es. a vapore, al forno, ai ferri, lessati, etc.) utilizzando le attrezzature che consentono di ridurre l’utilizzo di grassi durante la cottura, come le pentole antiaderenti, a pressione, le vaporiere, il forno tradizionale o quello a microonde.
  6. Scegliere alimenti di stagione, variando spesso la qualità dei cibi, poiché con la monotonia alimentare si rischia di escludere qualche nutriente essenziale per l’organismo.

Menopausa: consigli pratici

  • Praticare attività fisica regolare (minimo 150 minuti a settimana, ottimali 300 minuti) scegliendo tra discipline aerobiche e anaerobiche . Evitare la sedentarietà: usare la bicicletta al posto dell’auto, andare a piedi quando possibile, prendere le scale al posto dell’ascensore, parcheggiare lontano dalla propria destinazione, etc.
  • Pesarsi regolarmente una volta a settimana, preferibilmente la mattina a digiuno indossando solo la biancheria intima, per monitorare il proprio peso e prevenire sovrappeso od obesità. Per calcolare il tuo BMI e la percentuale della tua massa grassa puoi utilizzare questo strumento facile e gratuito.
  • Misurare il girovita ogni mese. L’accumulo di grasso depositato a livello addominale superiore a 82 cm è indice di una più alta probabilità di sviluppare malattie metaboliche (es. diabete, sindrome metabolica) e cardiovascolari (es. infarto, ictus), ma anche il tumore al seno. Tuttavia, entro certi limiti, l’aumento del tessuto adiposo in menopausa può parzialmente compensare la drastica riduzione degli estrogeni (il tessuto adiposo produce piccole quantità di estrogeni e rallenta la loro riduzione), contrastando l’invecchiamento. Un aumento di peso compreso tra 1,5 kg e 3 kg nei dieci anni dopo la menopausa in una donna normopeso e con una circonferenza addominale nella norma può quindi risultare protettivo.
  • Aumentare l’esposizione al sole per favorire la sintesi della vitamina D.
  • Non fumare: il fumo può anticipare la menopausa e amplificare i disturbi ad essa connessi. Aumenta il rischio cardiovascolare, di tumori, osteoporosi e raddoppia il rischio di fratture.
  • Tenersi controllate attraverso regolari screening preventivi concordati con il proprio medico (MOC, pap-test, mammografia, colonscopia, etc.).

 

Obesità e sovrappeso, quale dieta funziona davvero?

 

L’obesità, considerata dall’OMS uno dei principali problemi di salute dei paesi sviluppati, costituisce un fattore di rischio o una condizione sfavorevole per numerose patologie, dal diabete alle malattie cardiovascolari. I primi dati clinici sembrano indicare una maggiore suscettibilità e prognosi sfavorevoli per i soggetti obesi anche per l’infezione da SARS-CoV-2 .

Una nuova ricerca appena pubblicata sul British Medical Journal ha esaminato una grande mole di dati, per capire gli effetti dei più diffusi programmi dietetici e delle più popolari diete commerciali (ossia proposte con un marchio registrato) sulla riduzione del peso e sulla salute cardiovascolare di soggetti obesi o sovrappeso.

Lo studio è stato curato da un team internazionale che comprende nutrizionisti, biologi e medici specialisti di Stati, Uniti, Canada e Svizzera. Secondo diversi commentatori si tratta del più ampio confronto tra vari regimi dietetici finora effettuato su dati controllati.

La ricerca

Lo studio ha incluso 121 trials con 21.942 pazienti con un’età media di 49 anni, sottoposti a 14 regimi dietetici diversi e 3 diete di controllo. Sono stati valutati la perdita di peso riportata da ciascun gruppo di pazienti e le variazioni dei fattori di rischio per le malattie cardiovascolari (colesterolo HDL e LDL, pressione arteriosa, proteina C reattiva).

Nella valutazione dei risultati i ricercatori hanno tenuto conto delle differenze nella progettazione degli studi e nella loro qualità. Hanno classificato le diete in base ai macronutrienti, come per esempio il  contenuto di carboidrati e di grassi. Tra le 14 varianti erano presenti anche i regimi alimentari più noti come la dieta mediterranea e la dieta DASH.

I risultati

L’analisi dei dati ha mostrato che tutte le diete a basso contenuto di carboidrati e povere di grassi hanno avuto un effetto simile a sei mesi sulla perdita di peso (con un calo di circa 4-5 kg) e sulla pressione arteriosa con una moderata riduzione della pressione sistolica (5,14 mm Hg) e  diastolica (3,21 v 2,85 mm Hg). Le diete con una moderata riduzione dei macronutrienti hanno funzionato un po’ meno bene.

Per la riduzione del colesterolo LDL si sono dimostrate meno efficaci le diete a basso contenuto di carboidrati rispetto a quelle a basso contenuto di grassi e alle diete con moderata riduzione di macronutrienti. Tuttavia riducendo i carboidrati sia ha un incremento di colesterolo HDL, non riscontrato con le altre diete.

Tra le diete con un marchio quelle più efficaci a sei mesi per la riduzione del peso e della pressione sanguigna rispetto sono risultate al dieta Atkins (peso 5,5 kg, pressione sistolica 5,1 mm Hg, pressione diastolica 3,3 mm Hg), DASH (3,6 kg, 4,7 mm Hg, 2,9 mm Hg, rispettivamente) e la dieta a Zona (4,1 kg, 3,5 mm Hg, 2,3 mm Hg, rispettivamente). Nessuna dieta ha migliorato significativamente i livelli di colesterolo HDL o proteina reattiva C a sei mesi.

Infine, un dato importante viene dalla rivalutazione a 12 mesi. A un anno distanza la riduzione del peso in media si è limitata 1,5 kg e solo con la dieta mediterranea si sono conservati i benefici per i fattori di rischio cardiovascolare.

Il commento

In editoriale di commento, firmato da Helen Truby e Terry P. Haines del dipartimento di Nutrizione della Monash University di Melbourne (Australia) si ricorda che l’efficacia di ogni intervento dietetico varia da persona a persona. In ogni caso, scrivono gli autori, anche modesti cambiamenti di peso hanno effetti benefici sulla salute e dovrebbero essere incoraggiati.

Gli autori evidenziano che il confronto di una grande varietà di diete popolari non ha evidenziato “nessun chiaro vincitore”. Questo dovrebbe spostare il focus dalla scelta di una particolare dieta al modo migliore per mantenere a lungo termine una riduzione del peso, sia attraverso le scelte alimentari sia con l’esercizio fisico.

La raccomandazione rivolata ai medici è quella di dedicare più impegno a pubblicizzare l’alimentazione sana e i vantaggi di consumare più verdure, legumi e cereali e meno zuccheri, sale e alcool aggiunti.

 

L’olio di semi è più leggero dell’olio extravergine di oliva?

 

È credenza comune che l’olio di semi (es. mais, girasole, arachidi, etc.) sia meno grasso e più salutare dell’extravergine d’oliva (EVO), quindi preferibile nella dieta di chi deve dimagrire. Questa supposizione trova origine nel gusto particolarmente intenso dell’olio EVO, percepito più forte rispetto al sapore blando dell’olio di semi. In realtà, il contenuto calorico è identico perché ogni olio apporta 9 kcal per grammo, ma chi ritiene che l’olio di semi sia più leggero spesso ne usa di più, introducendo quindi più calorie. Proprio per il sapore meno intenso, in molti credono che gli oli di semi siano più adatti anche per la cottura e la frittura degli alimenti, ma non è cosi. L’olio EVO contiene principalmente grassi monoinsaturi (ca. 70%), mentre gli oli di semi (soprattutto girasole e mais) sono costituti per la maggior parte da grassi polinsaturi (ca. 50%), tra i quali gli acidi grassi omega 3 e 6. Questi lipidi sono tutti indispensabili per il nostro organismo, ma ognuno ha reazioni diverse durante la cottura: con il calore, infatti, i nutrienti degli oli di semi si alterano più velocemente rispetto a quelli dell’olio EVO, che possiede invece alcuni elementi interni protettivi. Perciò, in seguito al riscaldamento, gli oli di semi tendono a perdere le loro proprietà, in particolare gli omega 3 poiché più sensibili al calore. Per quanto concerne la frittura, ogni olio ha un punto di fumo differente, cioè la temperatura a cui l’olio riscaldato comincia a fumare, segno che indica l’inizio dell’ossidazione dell’alimento, la degradazione dei nutrienti e la formazione di sostanze potenzialmente tossiche (es. acroleina). Tuttavia, tra l’olio di semi e quello EVO la differenza è ininfluente per una buona frittura (tra i 140°C e i 180°C): il punto di fumo dell’EVO si ottiene a circa 190 °C , a 230 °C quello dell’olio di semi (arachide). Pertanto, la convinzione che l’olio di semi sia più leggero e salutare di quello EVO è priva di basi scientifiche.

La verità scientifica: Gli oli non sono tutti uguali

Gli oli di semi vari sono ottenuti attraverso processi economici, che garantiscano una lunga conservazione. Sono spesso estratti ad alte temperature e sottoposti a processi chimici che li trasformano in oli raffinati. A meno che non sia specificato in etichetta , di questi oli non si conosce esattamente la composizione, quindi quali nutrienti possano in realtà contenere. Possono esservi presenti anche grassi trans che, se assunti in eccesso, sono nocivi per la salute. Gli oli monoseme, invece, in genere apportano buoni grassi (omega 3 e 6) ed è preferibile consumarli a crudo. L’ olio EVO è il più consigliato dai nutrizionisti perché, per legge, deve avere precise caratteristiche che ne garantiscono ottime proprietà nutritive. L’olio EVO è realizzato con la spremitura esclusivamente meccanica del frutto a temperature che non superano i 30 gradi C°, per poi essere filtrato. Questa lavorazione consente di utilizzare la polpa separandola dai residui di oliva (buccia e nocciolo), che vengono in seguito sottoposti ad alte temperature per estrarre l’ olio di sansa.

I benefici dell’olio EVO

I grassi monoinsaturi dell’olio EVO sono utili per molte funzioni dell’organismo e hanno caratteristiche protettive, tra le quali, insieme ai polifenoli, la riduzione colesterolo LDL (quello “cattivo”). L’olio d’oliva contiene ottime quantità di vitamina E che, insieme ai polifenoli, costituisce un’ottima fonte di antiossidanti, molecole utili per combattere l’ invecchiamento precoce delle nostre cellule e malattie come diabete e tumori. 25 g (5 cucchiaini) di EVO al giorno contribuiscono a raggiungere il fabbisogno quotidiano di vitamina E.

Un corretto consumo

Per trarre il massimo beneficio dall’olio d’oliva (o EVO) è bene consumarlo a crudo, come condimento su tutte le preparazioni. Tutti i grassi devono essere utilizzati con moderazione, specie se occorre dimagrire o tenere sotto controllo il proprio peso. Per dosare accuratamente la quantità di olio giornaliera è buona regola usare il cucchiaino, anziché versarlo direttamente dalla bottiglia. Chi ama consumare piatti ben conditi e saporiti può utilizzare meno olio e insaporire di più con aceto (anche balsamico), succo di limone, spezie, erbe aromatiche.

Ricorda:
Per cuocere e condire gli alimenti è preferibile utilizzare l’olio extravergine d’oliva.

 

 

Spreco alimentare: italiani più consapevoli e meno “spreconi”

 

Meno spreco alimentare e famiglie più consapevoli e sensibili verso questo tema. E’ questa la fotografia di una Italia più attenta al cibo scattata dall’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market/Swg in occasione della 7/a Giornata Nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare promossa dalla campagna Spreco Zero con il patrocinio dei ministeri dell’Ambiente, della Salute e degli Affari Esteri.

Per la prima volta negli ultimi dieci anni infatti lo spreco alimentare domestico è in calo: dopo gli aumenti dal 5 al 10% degli anni precedenti, l’inizio del 2020 ci regala una riduzione del 25% rispetto allo scorso anno con un “risparmio” di 1,5 miliardi di euro e un costo settimanale medio a famiglia di 4,91 euro (circa 6,5 miliardi euro totali). Una tendenza che si è invertita ma che ancora non basta, soprattutto guardando all’Agenda 2030 che pone l’obiettivo di dimezzare gli sprechi: infatti ogni anno nella spazzatura di casa si buttano oltre 2,2 milioni di tonnellate di cibo, 36,54 chilogrammi a testa e un valore di quasi 12 miliardi di euro che sommati ai 3 miliardi 293 milioni di spreco della filiera ci portano ad oltre 15 miliardi di euro.

I dati

Inoltre, secondo “l’indagine Waste Watcher condotta online a fine gennaio su un campione di 1200 cittadini, crescono l’attenzione per i costi ambientali ed economici legati allo spreco del cibo sulla scia del Green New Deal e la consapevolezza del binomio cibo e salute: per 7 italiani su 10 (il 66%) c’è una connessione precisa fra spreco alimentare, salute dell’ambiente e dell’uomo“. Si rileva anche che se per 1 italiano su 3 (36%), durante la spesa, l’attenzione agli aspetti di salubrità del cibo è determinante, per un altro 36% non lo è. In questo ambito le alleate dei consumatori si confermano le etichette: il 64% dichiara di consultarle come garanzia di sicurezza. Dunque “l’asticella dell’attenzione per la questione spreco si è decisamente alzata”: per 7 su 10 (68%) l’ultimo decennio è stato decisivo in termini di consapevolezza, mentre per il 24% l’attenzione è rimasta inalterata.

Per quanto riguarda la nuova consapevolezza “antispreco”, secondo Waste Watcher, per quasi 6 su 10 (57%) “ha inciso” la sensibilizzazione prodotta negli ultimi anni proprio grazie alla diffusione di dati. E se in testa alla ‘hit’ degli alimenti più sprecati per il 32% degli italiani resta il cibo fresco (frutta, verdura, latte, formaggi), da Fedagripesca-Confcooperative arriva un dato confortante: il pesce fresco risulta il prodotto meno sprecato dagli italiani; per il costo e le abitudini di acquisto a ridosso della scadenza per 4 consumatori su 5 difficilmente finisce in pattumiera.

Lo spreco di cibo coinvolge anche la filiera agroalimentare, per cui l’Italia risulta ancora al 13simo posto in Europa come ricorda la Cia – Agricoltori Italian. Fuori dalle mura domestiche, tra le misure antispreco adottate c’è la doggy bag: secondo Coldiretti/Ixe’ quasi 4 italiani su 10 (37%) quando escono dal ristorante si portano sempre, spesso o almeno qualche volta a casa gli avanzi. E ancora contro lo spreco di cibo nella filiera alimentare si muove anche la grande distribuzione: nel 2019, con il progetto ‘Buon Fine’ di Coop, sono state recuperate 6.190 tonnellate di cibo, destinate a 948 associazioni di volontariato in tutta Italia. Si tratta di almeno 7.500 pasti per un valore di oltre 30 milioni di euro.

Spreconi o virtuosi? Scoprirlo con un test

Ma quanti noi si può dire certo di essere virtuoso in materia di spreco alimentare? L’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) insieme con Federdistribuzione hanno ideato un vero e proprio test con l’obiettivo di portare sotto i riflettori questa problematica e di mettere in moto un circuito virtuoso coinvolgendo un’ampia platea di soggetti, dagli operatori della filiera agroalimentare, alle imprese ed associazioni fino ai singoli consumatori, che con i loro comportamenti possono rappresentare l’ago della bilancia e il motore di iniziative concrete. Rispondendo alle domande, in forma di quiz, è possibile capire quanto siano corrette ed efficaci le proprie abitudini in cucina e nella conservazione degli alimenti per contrastare lo spreco alimentare e valutare così il “livello”, espresso in peso “piuma”, “medio” o “massimo”. Il test è disponibile sui canali sociale di Enea e Federdistribuzione.

 

 

World obesity day 2020,

lotta allo stigma verso individui affetti da una grave malattia cronica

 

Lo stigma basato sul peso, ovvero la disapprovazione sociale che si traduce in atteggiamenti negativi espressi sotto forma di stereotipi, pregiudizi e discriminazione verso alcuni individui con obesità (che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità [Oms]) interessa 650 milioni di persone nel mondo) rappresenta un problema sociale molto diffuso e in aumento. Non è un caso che quest’anno, la Giornata mondiale dell’obesità – promossa dalla World obesity federation il 4 marzo scorso in concomitanza con la Giornata europea dell’obesità – abbia proposto la collaborazione di diverse organizzazioni nazionali e regionali unite perché “Insieme, possiamo cambiare la narrativa sull’obesità”. Obiettivo: impegnarsi a informare su quella che è ormai, secondo l’Oms, l’epidemia non infettiva di più vaste proporzioni del terzo millennio. In Italia, la nuova Giornata è promossa dalla Società italiana dell’obesità (Sio) e dall’Italian obesity network (Io-Net) in partnership con Open-obesity policy engagement network (Open) e Amici obesi onlus, in collaborazione con Changing obesity e con il patrocinio del ministero della Salute e dall’Intergruppo parlamentare Obesità e diabete.Tra le iniziative volte a cambiare la narrativa sull’obesità, in particolare, spiccano il progetto “La chiave di (s)volta” – una mostra con racconti fotografici di persone con obesità, realizzato da Amici obesi onlus – e il progetto “Io vorrei che”, un libro che raccoglie i desideri di coloro che si battono quotidianamente per contrastare l’obesità, promosso da Io-Net, Changing obesity e Open Italy.

«Le persone con obesità sono oggetto di stigma e discriminazioni già dall’infanzia con un impatto negativo sul benessere fisico, psicologico e sociale che provoca ripercussioni nei domini più importanti della vita. È quindi di fondamentale importanza adeguare il linguaggio e i comportamenti grazie anche a una maggior consapevolezza e conoscenza sull’obesità come malattia complessa e non solo imputabile a errori personali» ha dichiarato Iris Zani, presidente di Amici obesi onlus. «Il progetto “La chiave di (s)volta”, è stato pensato proprio per informare le persone e cercare di sfatare lo stigma e i pregiudizi sociali sull’obesità, mandando al contempo un messaggio positivo, ovvero che l’obesità è una malattia da cui si può guarire. Per questo abbiamo ideato una mostra che, attraverso una selezione accurata di fotografie, racconta le storie di consapevolezza e di rinascita dall’obesità». Inoltre, «è necessaria una strategia che porti al riconoscimento dell’obesità quale malattia e problema sociale» ha spiegato il coordinatore di Open Italia, Andrea Lenzi, presidente Open e Presidente del Comitato nazionale per la biosicurezza, le biotecnologie e le scienze della vita della presidenza del Consiglio dei ministri. «La campagna “Io vorrei che” è nata per coinvolgere membri del Governo, del Parlamento e delle principali istituzioni per lavorare insieme e combattere questa complessa malattia cronica per la quale è necessario mettere in atto strategie integrate e multidisciplinari. Insieme ai partner, ha realizzato un libro con tutti gli … Io vorrei che… raccolti tra coloro che si battono quotidianamente per contrastare l’obesità e vogliono garantire cure appropriate e una buona qualità di vita alle persone con obesità».

«L’obesità è ormai un problema molto rilevante di salute pubblica e di spesa per i sistemi sanitari nazionali, una spesa che diverrà insostenibile se non saranno adottate politiche di prevenzione adeguate, non disgiunte da programmi di gestione della malattia in grado di affrontare il fardello delle comorbilità» ha detto Roberto Pella, presidente Intergruppo parlamentare Obesità e diabete, vicepresidente vicario Anci (Associazione nazionale comuni italiani). «È quindi fondamentale un’attenzione specifica sul tema da parte dei decisori politici, affinché considerino l’obesità in tutta la sua gravità. A tal proposito, lo scorso 13 novembre, l’assemblea della Camera ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il Governo ad adottare azioni per la prevenzione e la cura dell’obesità, richiedendo in primis il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica caratterizzata da elevati costi sociali, economici e clinici; l’implementazione di un Piano nazionale; l’avvio di una forte campagna di lotta allo stigma». «Gli interventi di prevenzione, fino ad ora, si sono dimostrati inefficaci perché basati sul paradigma della responsabilità personale, ovvero il soggetto ingrassa perché non rispetta le regole. Al contrario l’obesità è una condizione complessa che deriva dall’interazione di fattori genetici, psicologici e ambientali» ha sottolineato Giuseppe Fatati, Presidente Io-Net. «Le persone con obesità dovrebbero essere prese in carico dai medici di famiglia e ricevere una assistenza individuale dall’Ssn al pari delle persone con diabete, in quest’ottica l’approvazione della mozione rappresenta un importante passo in questa direzione».

«L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per diverse malattie croniche; sovrappeso e obesità sono responsabili dell’80% dei casi di diabete tipo 2, del 35% dei casi di malattie ischemiche del cuore e del 55% dei casi di malattie ipertensive tra gli adulti. Si tratta di una malattia potenzialmente mortale che influisce negativamente sull’aspettativa di vita» ha evidenziato Ferruccio Santini, presidente Sio. «Inoltre, è causa di disagio sociale e spesso, tra bambini e adolescenti, favorisce episodi di bullismo, che più volte le cronache hanno riportato: tutti aspetti che concorrono a richiedere l’impegno sinergico di istituzioni, società medico-scientifiche e associazioni di pazienti». Occorre comunque ribadire che «l’educazione a una corretta e sana alimentazione comincia a tavola fin dalla più tenera età»ha affermato la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa.«È la base per combattere contro l’obesità e rappresenta un obiettivo di sanità pubblica perseguito con progetti e interventi specifici sia a livello europeo che italiano. Fanno riflettere gli ultimi dati diffusi dall’Istituto superiore di sanità, secondo cui su 50.000 bambini il 21,3% è risultato in sovrappeso e il 9,3% obeso. L’elevata prevalenza di sovrappeso e obesità costituisce una problematica a livello mondiale ed è un serio fattore di rischio di malattie croniche».